Con Il falsario, Stefano Lodovichi firma il suo quarto lungometraggio. Dopo i cimenti legati ai film Aquadro (2013), In fondo al bosco (2015) e La stanza (2021), il regista toscano, originario di Grosseto, 42 anni, gira un’opera affascinante che omaggia il genere statunitense dell’heist movie. Presentato nella sezione Grand Pubblic dell’ultima edizione della Festa di Roma, Il falsario approda su Netflix il 23 gennaio. Il lungometraggio, prodotto da Cattleya, è tratto da un libro del 2015, edito da Cooper, Il falsario di Stato. Uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo di Nicola Biondo e Massimo Veneziani. Il film, scritto da Sandro Petraglia, può vantare un cast di alto profilo: Pietro Castellitto, Giulia Michelini, Andrea Arcangeli, Pierluigi Gigante, Aurora Giovinazzo, Edoardo Pesce e Claudio Santamaria. L’opera è ispirata molto liberamente a un personaggio vero e pieno di ombre come Antonio Giuseppe Chichiarelli, detto Toni della Duchessa, artista e falsario che ha attraversato il caso Moro, Br e Banda della Magliana e che è interpretato da un Pietro Castellitto in grande forma.
Vediamo nel film, in cui è ben ricostruita quell’epoca complicata divisa tra droga, politica, ideologie e rock, un Toni arrivare dalla provincia a Roma insieme a due amici, un operaio (Pierluigi Gigante) e un prete (Andrea Arcangeli) con l’aspirazione di diventare un artista. C’è poi l’incontro anche amoroso con una gallerista (Giulia Michelini) che scoperto il suo straordinario talento di saper riprodurre qualsiasi quadro lo fa diventare un grande falsario e anche molto ben pagato. Tra le sue tante imprese sarà infatti lui a falsificare anche il famoso falso comunicato del Lago della Duchessa firmato Brigate rosse come a frequentare elementi della Banda della Magliana (Edoardo Pesce), servizi segreti ed esponenti di destra. “Dimenticate la verità per un attimo – dice Stefano Lodovichi – perché il nostro Toni artista e falsario vissuto a Roma tra gli anni Settanta e Ottanta lo abbiamo reso un avventuriero guascone, imperfetto, a tratti ragazzino e irrisolto. Ovvero un personaggio che ha poco a che fare con le poche e misteriose informazioni che ci sono arrivate sul suo alter ego reale”.
Per il regista, “questo è film che viene comunque da una lunga gestazione anche perché ci tenevo e mi affascinava raccontare bene questo periodo che avevano affrontato grandi autori come Marco Bellocchio. Volevo rappresentare al meglio quel mondo in cui i giovani provavano ancora interesse per la cosa pubblica e la politica”. Come sottolinea Castellitto, “siamo stati preoccupati che Toni più che rappresentare l’originale fosse piuttosto una metafora di quei tempi che non ho conosciuto se non attraverso i racconti di mio padre e di altre persone che li hanno vissuti. Come me li sono immaginati? Come un’epoca molta viva in cui in ognuno c’era la consapevolezza che si potesse davvero cambiare il mondo. Esattamente il contrario di oggi. Perché siamo tutti rassegnati. I giovani oggi vedono il loro futuro con pagine già scritte mentre allora i giovani avevano davanti a loro solo tante pagine bianche”.
Aggiornato il 15 gennaio 2026 alle ore 18:46
