Dopo l’eccezionale esposizione perugina, la Pala di Monteluce di Raffaello torna nella sede permanente dei Musei Vaticani, a Roma. Ma quello che resta, e annuncia altri eccezionali traguardi come anticipa il direttore della mostra Alessandro Polidori, è un evento straordinario di pubblico (anche 700 visitatori al giorno), di collaborazione artistica tra esperti ed uffici tecnici e di significato intrinseco ed esplicito nel suo messaggio di speranza in tempi in cui “è difficile far fiorire la morte”. Ma la Pala di Monteluce porta proprio questo stimolo di fiducia e di bellezza fin dalla sua concezione nella mente fervida dell’urbinate Raffaello Sanzio, il pittore e architetto del Rinascimento, scelto per celebrare l’anno giubilare con l’iniziativa voluta dalla Diocesi di Perugia-Città della Pieve in collaborazione coi Musei Vaticani e il sostegno della Fondazione Perugia. La mostra è stata intitolata infatti “L’atteso ritorno. Raffaello per Monteluce dai Musei Vaticani” perché, dopo 500 anni, la tela è stata riproposta nella sede originaria, dove è rimasta fino al 7 gennaio scorso.  

E noi, qui, raccontiamo il viaggio al contrario, il ritorno dell’opera nelle stanze vaticane e quello che però non potrà più passare inosservato, perché abbiamo visitato l’esposizione nel Museo del Capitolo della Cattedrale di Perugia proprio gli ultimi giorni, quando si è delineato con chiarezza il successo di questa operazione con il pubblico disciplinato in lunghe e silenziose file accalcare la sala e restare in silenzio a mirare la scena e soprattutto le analisi sulla riproposizione dell’Incoronazione di Maria e l’Ascensione mentre gli Apostoli adorano il sepolcro. Quella “legenda aurea”, che fin dal 1260, attribuita a Jacopo De Voragine (Jacopo da Varazze) e composta da 178 vite di santi e racconti legati alle festività liturgiche, costituisce il supporto medioevale su cui si dipana la storia della trascendenza mariana. Quel mistero che Raffaello Sanzio e la sua scuola hanno visto con la fede, hanno dipinto col cuore e hanno rivelato con l’arte religiosa. Bisogna ascoltare il pubblico che si ferma come in preghiera di fronte a un’opera che sconvolge i tempi, perché la morte inevitabile diventa sacra nel momento in cui il Figlio accoglie Sua Madre Maria mentre la Pala di Monteluce ha una storia lunga e in parte misteriosa, di cui alcuni aspetti sono stati approfonditi dagli studiosi in questa occasione.

È il 1505 quando le clarisse di Monteluce affidano la realizzazione di una grande pala d’altare a un giovane e già celebre pittore: Raffaello Sanzio. “Fu la badessa Battista Alfani – spiega Maria Eletta Benedetti, giovane critica d’arte che offre una esposizione documentata – a cercare nell’allora ventenne Raffaello il miglior pittore in città e per 177 ducati fu stipulato il contratto, che l’artista accettò con un anticipo di 30 ducati”. Ma il rinascimentale è richiamato alle corti italiane, vuol conoscere i geni dell’epoca, Leonardo e Michelangelo, e diventa il pittore di fiducia di papi, banchieri e signori del tempo. “Nonché accetta l’incarico di sovrintendente archeologico di Roma – prosegue Maria Eletta –. Così, dopo dieci anni, il quadro di Monteluce resta fermo al punto che la nuova badessa chiama Giulio Romano, detto il Perugino, e Giovan Francesco Penni ad affiancare il maestro per il completamento. Ma il 6 aprile 1520 sopraggiunge la morte di Raffaello e Roma resta paralizzata di fronte alla scomparsa dell’acclamato manierista”.

Immaginiamo i disegni e gli studi sparsi nel laboratorio perugino dove gli allievi si adoperano per rispettare la visione originaria. Bisogna attendere il 1525 quando con una solenne processione il quadro lascia la cattedrale di Perugia per essere collocato nella Chiesa delle monache di Monteluce, che nei suoi rifacimenti consentiva alle clarisse di sbirciare i fedeli durante la liturgia. Le sorti sono però segnate, perché nel 1797 le truppe napoleoniche trafugano la tela, che finirà in seguito acquisita nelle stanze vaticane accanto ai numerosi affreschi.

L’intuizione di riportare la Madonna di Monteluce a Perugia, dopo 500 anni, sotto l’egida del Giubileo della Speranza ha una chiave precisa, che ha spinto gli studiosi a cercare i significati reconditi. Come ha spiegato Francesca Persegati, la decana dei restauratori dei Musei Vaticani, che ha dedicato anni a questa operazione e ha concluso ufficialmente la sua attività con lo straordinario consenso: “Abbiamo la certezza che l’intuizione della scena sia di Raffaello – ha spiegato la studiosa –, e che egli volle questo sguardo dal basso verso l’alto. La tela è chiaramente divisa in due parti e anche in questo abbiamo certezze che sia una divisione originaria per svariati motivi”. Probabilmente sarebbe stato più facile trasportarla, oppure lavorare senza ricorrere ai ponteggi. “Anche unire la Pala di Monteluce con l’opera iniziata per la Cappella Chigi”, aggiunge Maria Eletta Benedetti, che sottolinea il movimento delle mani degli Apostoli come “una firma” del manierismo di Raffaello. “Altrettanto si può dire del volto gentile e trascinante di Maria, che rimanda alla Madonna di Foligno, alla Madonna dell’Impannata, alla Madonna della Sistina nonché alla Fornarina e a La Velata”. Anche gli angeli portano la firma del pittore rinascimentale: “Come il San Pietro in primo piano, uomo carnale e volenteroso rispetto alla scena rivelata dalla riflettografia, la tecnica che ha portato a vista la calotta angelica che emerge dal cielo”. Questo è il pregio di visitare la nostra Italia, la nostra Umbria e i Musei con esperti come Beatrice Carloni, antichista abile nel trasmettere le emozioni del mondo antico coi suoi “tour Vintage” sotto l’egida del “sole dell’arte cancella le nuvole”.

Aggiornato il 15 gennaio 2026 alle ore 11:18