Manfred Honeck all’Auditorium di Roma
Il concerto di domenica 11 dicembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma ha offerto al pubblico l’occasione di riascoltare una delle pagine più luminose e affascinanti del repertorio tardo-romantico, la Sinfonia n.8 in Sol maggiore op.88 di Antonín Dvořák, in una lettura di particolare spessore sotto la direzione di Manfred Honeck. Un’esecuzione che si è distinta non solo per l’elevato livello tecnico, ma soprattutto per la chiarezza interpretativa e per la capacità di restituire l’equilibrio, tutt’altro che scontato, tra struttura formale e impulso lirico. Composta nel 1889, la Sinfonia n.8 occupa un posto singolare nella produzione sinfonica di Dvořák: meno drammatica della Settima, meno monumentale della Nona, essa si presenta come una sorta di celebrazione della natura, della melodia e della spontaneità, pur mantenendo una costruzione solida e attentamente progettata.
Invero, è proprio su questa duplice dimensione che Honeck ha fondato la propria lettura, evitando sia il rischio di una resa edonistica, tutta colore e immediatezza, sia quello di un approccio eccessivamente analitico. Fin dall’Allegro con brio iniziale, il direttore ha mostrato una visione limpida dell’architettura del movimento e l’introduzione, dal carattere più raccolto e pensoso, è stata delineata con sobrietà, preparando con naturalezza l’irrompere del tema principale, affidato ai violoncelli. Honeck ha saputo valorizzare la ricchezza timbrica dell’orchestra, mettendo in luce i frequenti scambi tra archi e fiati, senza mai sacrificare la continuità del discorso musicale. Il risultato è stato un primo movimento scorrevole, energico, ma sempre controllato, in cui la vitalità boema non ha mai travolto la chiarezza formale.
L’Adagio ha rappresentato uno dei momenti più intensi dell’esecuzione, lontano da ogni sentimentalismo esasperato, Honeck ha costruito il movimento come un ampio arco narrativo, giocato su sottili variazioni dinamiche e su un uso attentissimo del tempo. Il carattere meditativo del tema principale è stato reso con un fraseggio morbido, quasi cantabile, mentre le sezioni più cupe e drammatiche sono emerse come improvvisi mutamenti di luce, senza rotture brusche. Inoltre, particolarmente efficace il dialogo tra legni e archi, che ha conferito all’Adagio una dimensione intima, quasi cameristica, pur all’interno di un respiro pienamente sinfonico.
Nel terzo movimento, Allegretto grazioso, Honeck ha scelto di privilegiare l’eleganza e la leggerezza, evitando ogni accento eccessivamente rustico. Infatti, il valzer che attraversa il movimento non è mai apparso come una danza popolare esibita, ma piuttosto come un ricordo stilizzato, filtrato da una raffinata sensibilità orchestrale, mentre il Trio centrale, più disteso e lirico, ha offerto un momento di sospensione poetica, ben integrato nel disegno complessivo del movimento.
Il Finale (Allegro ma non troppo) è stato il vero punto di arrivo dell’interpretazione di Honeck, con la fanfara iniziale degli ottoni, eseguita con precisione e solennità, che ha aperto un movimento costruito con grande senso della progressione drammatica.
Il direttore ha saputo dosare con intelligenza le energie, evitando di bruciare troppo presto l’effetto culminante e di conseguenza la successione delle variazioni è apparsa sempre chiara, leggibile, e il crescendo conclusivo, di grande impatto sonoro, è risultato tanto travolgente quanto perfettamente controllato. Nel complesso, l’esecuzione ha restituito una Sinfonia n.8 equilibrata, luminosa e profondamente coerente, capace di mettere in evidenza la modernità di Dvořák senza tradirne lo spirito. Un plauso a Manfred Honeck che si è confermato interprete di grande autorevolezza, dotato di una rara capacità di coniugare precisione tecnica, consapevolezza storica e autentica partecipazione emotiva. Infine, la risposta del pubblico romano, calorosa e partecipe, ha suggellato una serata di alto livello artistico, dimostrando come una lettura attenta e non convenzionale possa ancora rivelare nuove sfumature anche in una partitura tra le più amate del repertorio sinfonico.
Aggiornato il 14 gennaio 2026 alle ore 15:39
