“L’isola di Andrea”: eutanasia di una coppia

Antefatto: Andrea (Andrea Migliucci), un bambino di 8 anni, figlio di una coppia separanda, si toglie le scarpe in una seduta comune con il Ctu (Consulente tecnico di ufficio, di nomina del Tribunale) e i due Ctp (Consulente tecnico di parte), in un contenzioso per la separazione giudiziale, promosso dalla madre Marta (Teresa Saponangelo) per il suo affidamento esclusivo. Domanda: l’associazione proxy che spiega il suo comportamento è, o no, tra i calzini vivacemente colorati del bimbo e i toni accesi di un sontuoso pappagallo sudamericano, prigioniero-ospite dello zoo cittadino, visitato con il padre Guido (Vinicio Marchioni)? O più seriamente, ha a che fare con il disagio profondo dello stare al mondo di un bambino disturbato? Quest’ultima, del resto, è l’ipotesi più fondata, che prende forma e libera la sua ossessione in un disegno-test, in cui uno stilizzato scheletro nero impugna la spada per eliminare un’entità scomoda, che coincide con la figura simbolica di uno dei genitori, o di entrambi. Antonio Capuano, con il suo ultimo film L’isola di Andrea, ci conduce alla scoperta di un universo chiuso e autoreferenziale del disagio di coppia, graduato sul semiautismo di Andrea e sui suoi disturbi comportamentali. Dietro la storia inquietante di un interno familiare in dissolvenza, si intravede un meta scenario che richiama il fallimento societale dell’Occidente, in cui il mosaico ben ordinato delle regole e dei tabù si è irrimediabilmente destrutturato, con i singoli elementi che si sono posti in dinamica casuale tra di loro.

Cosicché tutti gli individui che in quel complesso tradizionale di regole vi si riconoscevano e da cui traevano sicurezze, vivono il disagio della nullificazione, avendo smarrito il loro ruolo nel mondo, perduti come sono (siamo) nell’occhio del ciclone di un cambiamento di cui non si vede né la fine, né si immaginano i futuri assetti di equilibrio. Così il “proprio” bambino diviene il centro gravitazionale dell’universo affettivo genitoriale, oggetto-soggetto dell’attenzione compulsiva dei due adulti-nemici che l’hanno generato, per rendere infelice la sua e la loro vita. Ben al contrario di quanto racconta Tiziano Terzani nelle sue cronache dall’India, dove eserciti di bambini poverissimi come i loro genitori condividono la gioia di un’assurda felicità collettiva tra pari. Senza poi stare a parlare della nostra indifferenza benestante, nei confronti di molte decine di milioni di piccoli e piccolissimi di altri continenti che muoiono di stenti, nella più totale disattenzione di chi dovrebbe averne cura. Mentre, al contrario, qui da noi il minimo dolore o bisogno del figlio (sempre più raro) del benessere entra in risonanza con gli abnormi sensi di colpa dei suoi parenti adulti. Nel sottofondo oscuro del film di questo arido trattamento dell’aggiudicazione giudiziaria dell’ostaggio-bambino, si intravvede, anche se mai esplicitato, il combinato-disposto dell’arretramento dei così detti “garanti metapsichici” che investe l’intera struttura della coppia-scoppiata e della società stessa che li circonda.

Ambedue i protagonisti, infatti, sono soggetti passivo-aggressivi nelle loro vite solipsiste (dominate dal trionfo dell’Io e dalla morte apparente del Super Io), a testimonianza della progressiva scomparsa collettiva dei così detti “garanti metasociali”. Attraverso l’inconsistenza esistenziale di Marta e Guido, si apprezzano indirettamente gli effetti perversi dell’indebolimento o assenza di quei garanti, perché generano in loro malessere e angoscia. E la vera causa di tutto ciò è da ricercare nell’attuale agonia metafisica dei grandi sistemi simbolici sociali (miti, ideologie), circostanza onnipresente che si riflette nella sofferenza psichica individuale dei personaggi del film. Quel ripetere ossessivamente, a ogni passaggio di frase, “Assolutamente”, da parte di Guido è l’epigrafe della perduta Gruppalità interna”, per cui rimane totalmente insoddisfatta dentro di noi l’esigenza di relazione (con contestuale negazione del “relativo”), la cui assenza genera disagio psichico profondo. Sfumati o annichiliti i “garanti metapsicologici”, come famiglia, religione, società, non resta a entrambe le figure adulte, madre e padre (i quali, individualmente, non svolgono le funzioni che sono loro proprie), che rifugiarsi ossessivamente nel proprio vissuto, come altrettante isole sperdute e incomunicanti, immerse in un solvente di solipsismi. Così, nelle sedute di coppia, o nelle audizioni singole con i consulenti tecnici, emerge soltanto l’interesse per sé stessi, per il lavoro, per le ferite familiari passate e presenti di lui, inferte da un padre onnipresente, musicista di successo, e da una madre ingombrante e benestante, le cui presenze importune inquinano la convivenza della coppia appena formata.

L’inconsistenza delle due figure fondamentali nella vita e nello sviluppo psichico del bambino fa di essi dei semidei caduti, che si avvelenano la vita a vicenda, manipolando i bisogni affettivi del proprio figlio come oggetti contundenti con cui ferirsi a vicenda. Fino all’epilogo, in cui il bimbo salva se stesso con la riscoperta della socialità tra pari, riconoscendosi e cantando splendidamente al karaoke la nota canzone L’isola che non c’è, premonitrice del deserto parentale e della “assoluta” tragedia familiare che l’attende una volta finita la festa.

Voto 7/10

Aggiornato il 12 gennaio 2026 alle ore 12:43