La guerra non era finita – in Sicilia sarebbe finita prima – comunque i bombardamenti erano talmente rovinosi e impauritivi da ricorrere alla tutela, la tutela più naturale per noi. Il paese di origine di mia madre, non lontano da Messina, è denominato Gualtieri Sicaminò, un paese dove il padre di mia madre aveva vissuto da signorotto medievale con il palazzo al centro, accanto al duomo nella piazzetta. Dalla piazzetta si diramavano stradine e in una collinetta abitammo, pur facendo capo al palazzotto dei miei antenati. Le ore scandite dalle campane del duomo, nel giardino razzolavano le galline e il gallo faceva sentire i suoi acuti. Si sentivano anche terribilmente le grida dei maiali che venivano uccisi e gridavano disumanamente o troppo umanamente. Un orrore. I cani passeggiavano tranquillamente, i gatti giravano tranquillamente, la presenza degli animali era assoluta e gli uccelli entravano perfino nelle stanze, svolazzavano e se ne andavano. Talvolta qualche neonato, tentando voli, cascava sul pavimento. Gli alberi toccavano le finestre, e se uno usciva, campagna dappertutto. A pochi metri un ponticello di una certa antichità e un ruscelletto che c’era e non c’era, ma ai bordi la luminaria degli aranceti, dei mandarineti, delle limonaie, colori che spiccavano tra le foglie umbratili verde scuro. Poi le colline intorno.
Il paese dunque infossato o arrampicato tra le colline e sulle colline. Tutto profumava, il vento assaggiava ogni albero e ci portava odori. Il respirare di una pulizia, digeribilissima, proprio il respiro, come se uno sentisse dentro l’animazione. Bevesse l’aria. Il forno del pane, a quei tempi immiseriti, odorava comunque è si faceva con il granturco un pane giallo, o la segala nera. Veniva l’odore, ripeto, a 20, 30 metri di distanza ed era sorgimento di salute. Le macchine rarissime, muli, cavalli, gli asini frequentissimi, a non dire delle pecore. La notte, le stelle sembravano vicine e grosse, e visibili, lo stesso dell’alba, lo stesso del tramonto. Insomma, la vista, l’udito venivano nutriti e quasi niente spiaceva, tutte sensazioni vitali, animative, immedesimazione nella natura. Colori, odori, animali e quelle campane ricorrenti, che sembravano venire da non so dove.
Tornammo in città e fu altra cosa. I sensi non ebbero più nutrimento. La scissione netta tra l’uomo e la natura. L’uomo, ingegnoso nel male ma anche nel bene, ha inventato l’arte per nutrire i sensi. Un individuo può vivere in una stanza, ma, se vede quadri, ascolta musica, legge poesia, la stanza diventa natura. Per questo l’uomo ha inventato l’arte, per non staccarsi dalla natura, vale a dire dalle sensazioni. Vista, udito, emozioni, insomma sentire l’eco del mondo esterno dentro di noi. Il mondo esterno sensibile, intendiamoci.
Il fatto che nelle scuole, a quanto sembra, si riproponga la musica, il canto, è faccenda grandiosa. Non limito i termini, è grandioso, perché quello che si sta perdendo, proprio perdendo, è il “sensibile”. La musica, il canto come scrigno del sensibile, non hanno uguaglianza. Il suono è l’elemento più naturale dell’uomo primordiale, e non per niente l’armonia si riferisce alla musica. La stessa poesia, perfino la pittura, pervengono all’armonizzazione, e l’armonizzazione per eccellenza è quella musicale. In tal senso, suggerirei di non rendere la musica una manifestazione nazionale, ma naturale. Non ha importanza che Giovanni Paisiello sia italiano, che George Bizet fosse francese, importante che hanno creato magnifiche armonizzazioni, o, se vogliamo, melodiose armonizzazioni, visto che sono operisti. E inoltre, inviterei a valorizzare tutte le manifestazioni della musica, perché appartengono a campi emotivi totalmente diversi. Una sonata non ha nulla a che vedere con una romanza d’opera, lo stesso un trio, un quartetto, ed è ben diversa la sinfonia.
È incredibilmente interessante la diversità delle espressioni musicali, dallintimità solitaria delle sonate alle manifestazioni potenti esteriorizzate della sinfonia, non sempre ovviamente. Dell’abbinamento tra musica e voce, che provoca una diversissima reazione all’ascolto, di una ricchezza d’altro genere, rispetto alla musica assoluta. La voce umana contribuisce meravigliosamente alla percezione emotiva. Al dunque, l’uomo, per mantenersi umano, certo ha i rapporti. Ma se come individuo non si arricchisce di emozioni, i rapporti tra gli esseri umani sono vuoti. E ovviamente, la ricchezza di emozioni è dovuta ai rapporti tra esseri umani, ma in grandissima parte a quanto, magari nella solitudine, viene dall’arte. La vita è conservata solo dall’arte e chi vive l’arte raddoppia la vita. La musica e il canto come sommità dell’arte sono un’idea specifica dell’epoca romantica, ma, credo, fondata. La manifestazione artistica più accrescitiva umanamente che l’uomo ha scoperto e inventato. Ma non è necessario crederlo.
Quindi, musica, canto, dovunque provengano, l’arte non è storia civile, l’arte è umanità. Non rendere l’arte storia, ma la storia arte. Posso intendere il Risorgimento in Giuseppe Verdi, il nazionalismo tedesco in Richard Wagner, l’Illuminismo massonico in Wolfgang Amadeus Mozart, però se la concezione non diventa espressione (arte) meglio leggere i libri di storia. L’arte ha in pugno la vita, non solo i fatti storici. Non l’arte come storia sociale, se mai la storia resa arte. Umana, universale, anche se viene da una determina società. Questa contribuzione del ministro Giuseppe Valditara, dettagliata da Donatella Papi, potrebbe accrescere di interiorità l’uomo. In quanto al latino, è davvero l’essenza. Dovremmo averlo come lingua nazionale. Chissà se tornerà la messa in latino. Io la instaurerei almeno per i non credenti. Una messa culturale.
Aggiornato il 12 gennaio 2026 alle ore 12:38
