Scorrendo l’ultimo libro di Vittorio Sgarbi – Il cielo più vicino. La montagna nell’arte, edito da La Nave di Teseo – non è possibile sottrarsi ad una duplice impressione, la quale non è che la conferma di precedenti evidenze. La prima è che Sgarbi non è un semplice storico dell’arte come tanti altri, in quanto per lui la storia non spiega tutto il significato dell’opera d’arte, ma – nel solco della lezione di Paradise lost di John Milton (the history is not the mother, but the midwife of truth) – ne rappresenta il variegato veicolo di apparizione e di trasmissione nel tempo e nello spazio. E non è neppure un critico al pari di altri presenti sui mezzi di comunicazione, in quanto egli riesce ad attivare una spiccata e inusuale sensibilità che, superando le strettoie filologiche e classificatorie proprie di tanta critica italiana e straniera, assolve in prima persona al rischioso compito di partecipare allo stesso atto generativo dell’opera, portandone a compimento la piena realizzazione.
La seconda impressione, strettamente derivante dalla precedente, consiste nel fatto che Sgarbi, nella sua pluridecennale e brillante attività di studioso, si lascia cogliere come depositario di una – per dir così – “duplice anima”. Per un verso, infatti, Sgarbi – in questo suo ultimo studio più incisivamente e visibilmente che in passato – si fa in qualche modo artista egli stesso, cooperando alla “esecuzione” dell’opera, col rivelarne le chiavi interpretative; ma, per altro verso, ne rimane distante quel tanto che basti a garantire, di quell’opera, una meditata consapevolezza finalizzata a una sua “valutazione”. Questa “duplice anima”, sopra appena accennata, appare in tutta evidenza nelle pagine dedicate alle opere pittoriche che hanno assunto come riferimento la montagna, vista ovviamente non nella sua opaca fisicità, ma quale sentiero percorribile per varcare le soglie, non altrimenti valicabili, di un assoluto enigmatico per la conoscenza, ma esperibile tramite l’espressione artistica.
Non a caso Sgarbi sceglie come compagno di viaggio François-René de Chateaubriand che, nella sua celebre Lettera sul paesaggio in pittura, aveva già profeticamente tratteggiato i profili fondamentali dell’estetica romantica, indicando non certo un canone interpretativo, ma il superamento di ogni canone nell’ottica dell’unità emotiva fra artista e paesaggio, la sola che consenta al primo di sondare la profondità metafisica del secondo senza per questo perdere il diritto al discernimento. E come dimenticare poi, in proposito, le penetranti riflessioni di Johann Wolfgang von Goethe sul paesaggio e perfino sulla forma delle nuvole?
Si leggano dunque le esemplari riflessioni che Sgarbi riserva agli affreschi di Giotto sulle storie di San Francesco, ove perfino il dettaglio del piede piegato di chi, soffrendo la sete, s’affretta, chinandosi, a bere dal rivolo d’acqua improvvisamente sgorgato dal fianco della montagna, ci parla in realtà di ben altro, dal momento che “il divino traluce dentro ciò che è estremamente umano” (pagina 24); o quelle dedicate all’Orazione nell’orto di Andrea Mantegna, ove, scrive Sgarbi, “la montagna rappresenta quella eccedenza che sfugge all’uomo, che prepara al miracolo della morte e resurrezione, e avvicina al cielo” (pagina 44); o, ancora, quelle per il Campo di grano con volo di corvi ove Vincent Van Gogh – come aveva già notato Émile Zola a proposito degli impressionisti – “non dipinge la realtà di un paesaggio, ma la propria condizione interiore” (pagina 176). Perché l’abisso della psiche riproduce dentro ciascuno di noi la vertigine delle vette naturali; o, infine, si veda ciò che significano le montagne per Dino Buzzati, che ne Le Crode dei Marden sotto la luna dipinge “vette aguzze che sembrano proiezioni verso l’infinito: immerse in un controluce straordinario al chiaro di luna, queste sagome come fantasmi” (pagina 285).
Nel corso della inimitabile carrellata diacronica che questo volume attraverso i secoli ci offre, Sgarbi, per un verso, si fa dunque egli stesso partecipe della creatività dell’opera, secondo quanto aveva già intuito Oscar Wilde quando definiva la critica come “una creazione dentro la creazione”. E tuttavia, per altro verso, egli non si pone soltanto quale “co-autore” dell’opera, ma anche come custode e divulgatore di un suo compiuto significato estetico, che spesso finisce col dire ciò che gli altri tacciono o semplicemente non comprendono. È quanto aveva teorizzato decenni or sono uno dei massimi esponenti del pensiero filosofico europeo – Luigi Pareyson – quando affermava che il vero critico, da un lato, “ri-crea” l’opera, perché ne codifica le chiavi di lettura; e, dall’altro, la “giudica”, perché ne offre una meditata e consapevole valutazione.
E ciò senza che la prima dimensione prevalga sulla seconda, ma facendo di ciascuna la condizione dell’altra, il che è possibile solo a patto di una dedizione esigente e assoluta che esistenzialmente richiede un prezzo assai elevato: una costante e logorante inquietudine, che infatti di Sgarbi è stata sempre il signum demonstrativum. Per questa sua straordinaria capacità di vivere di una duplice anima – come quella sopra accennata – sopportandone l’indicibile peso a vantaggio di tutti noi, Vittorio Sgarbi va annoverato fra i pensatori più profondi, originali e coraggiosi della nostra epoca. Questo libro ne è nuova testimonianza.
(*) Vittorio Sgarbi, Il cielo più vicino. La montagna nell’arte, La Nave di Teseo, 2025, 306 pagine, 21 euro
Aggiornato il 07 gennaio 2026 alle ore 14:01
