Vi è l’opinione diffusa di una gradualità nelle formulazioni concettuali ed espressive dell’uomo. Le supreme manifestazioni sarebbero: arte, religione, filosofia. Ovviamente da parte dei filosofi la filosofia è il vertice della cupola, in quanto coscienza dei processi dello spirito. Vi sono piccole varianti in questa formulazione soprattutto idealistica. Ma la formulazione resta quella descritta. L’arte sarebbe la manifestazione dello spirito soggettivo, la religione la manifestazione dello spirito oggettivo, la filosofia la manifestazione dello spirito assoluto, ossia dell’autocoscienza totale.
La divisione tra arte e filosofia è problematica, in questo senso: è un gradino inferiore l’arte rispetto alla filosofia? Perché eventualmente lo sarebbe? In quanto, sostengono taluni, la filosofia è coscienza razionale, concettuale, mentre l’arte riguarda soprattutto l’espressione, il sentimento, in fondo l’irrazionale, ma non avrebbe universalizzazione concettuale. Questa concezione, che mette al primo posto la filosofia, è rovinosa e soprattutto inadeguata. L’arte è espressione del sentire, ma comprensiva, comprendente la concettualità.
La differenza enorme tra arte e filosofia è semplicissima: l’arte rende sensibile la filosofia. Si può discutere quanto si vuole sulla mente dubitante, ma quando poi Amleto dubita noi viviamo il dubbio; quindi l’arte non solo esprime filosofia, ma la fa sentire, la fa partecipare, la fa vivere in chi ascolta, vede. Quando Don Chisciotte immagina eroismi inesistenti, bellezze madonnifere, un mondo irreale magnifico rispetto al mondo reale imperfetto, è più platonico di Platone, il quale immaginava un mondo perfetto ma che restava freddo e concettuale, laddove Don Chisciotte lo vive e ce lo fa vivere. Dulcinea, la meravigliosa bellezza concepita da Don Chisciotte, è l’ideale di bellezza concepita da Platone, ma Platone comunica soltanto questo forma ideale, Don Chisciotte, ripeto e insisto, ce la fa vivere. L’arte diventa filosofia, ma vivente.
Quando Caravaggio fa mostra terrificante dei martiri, delle crocifissioni, come detto, mostra la sofferenza dei credenti dannati in maniera che viene rivissuta da chi li guarda; quando Caravaggio vuole dimostrare il decadimento, la peccaminosità e dipinge Bacco lascivo, offre la visione del peccato molto più delle invettive moraliste. O per meglio dire, la filosofia può avere rilevanza soltanto se si trasforma in arte. Capovolgerei l’opinione corrente. Non è la concettualizzazione a rendere efficace la filosofia, ma l’opposto, la capacità espressiva, l’immersione nel sensibile. Una scrittura filosofica inespressiva non conquista il pensiero e la partecipazione. I maggiori filosofi sono stati eccellenti scrittori. Dico di più, i maggiori filosofi sono stati gli artisti maggiori, o meglio; gli artisti maggiori sono stati i più grandi filosofi.
Se dovessimo scegliere nell’immenso rango delle personalità d’eccellenza che l’umanità ha espresso, nessuno ha manifestato meglio degli artisti la concezione della vita, non c’è paragone. Nessuno eguaglia Giacomo Leopardi nel tentativo di convincere l’umanità ad affratellarsi poiché la natura ci condanna a morte. Nessuno, neanche Nietzsche, ha raggiunto la potenza volontaristica alla gioia di vivere sulla tragedia del vivere come Ludwig van Beethoven nella Quinta e nella Nona Sintonia; in quest’ultima l’affermazione tragica e vitalistica di chi vuole la gioia, non ha eguali in alcun filosofo affermativo della vita.
Al dunque e semplicemente, senza l’arte non c’è vita. L’arte fa vivere la vita. La vive e la fa vivere, la raddoppia.
Ogni stima per la scienza e per la filosofia, ma l’arte è il sentirsi vivere, il respiro, il sangue, la vista, l’udito, i sensi. È il cervello che sente, non il cervello che pensa soltanto.
Il cervello che pensa sarà conquistato dal robot intelligente, il cervello che sente sarà dell’uomo. Ma deve coltivarlo sentendo ed esprimendo, uomo estetico!
Aggiornato il 07 gennaio 2026 alle ore 14:14
