
Con Jay Kelly, Noah Baumbach si conferma un maestro nel raccontare le nevrosi contemporanee, che prendono vita attraverso relazioni complesse, spesso familiari. Presentata in concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, l’opera, prodotta da Netflix, si impone da subito come una delle più significative della Mostra e della stagione.
Baumbach dirige un cast stellare, guidato da un magnifico George Clooney – che zittisce le critiche recenti – e da un sempre più sorprendente Adam Sandler. Attorno a loro, un coro di talenti che include Laura Dern, Billy Crudup (protagonista di una scena cult), Greta Gerwig ed Emily Mortimer, co-sceneggiatrice del film.
Insieme, dipingono il ritratto agrodolce di una celebrità in crisi, che dopo trentacinque anni di onorata carriera si avvia alla conclusione, esplorando con acume i temi dell’identità, del peso del successo e delle scelte che definiscono un’esistenza. Alternando presente e flashback, la pellicola segue la vita di Jay Kelly (Clooney), una star di fama mondiale logorata dalla propria immagine e dalla superficialità di Hollywood. Consapevole di aver sacrificato i rapporti umani sull’altare della carriera – con due divorzi alle spalle, figlie con cui parla a stento e una cerchia di amici che assomigliano più a dipendenti – Jay accetta un premio alla carriera in Toscana.
Il viaggio diventa però il pretesto per inseguire la figlia minore, in partenza per il college. Ad accompagnarlo non c’è solo il fedele manager Ron (Sandler), ma tutto il suo nutrito entourage. Quello che si preannunciava come un semplice impegno promozionale si trasforma in un’odissea esistenziale: un tuffo nei ricordi, un confronto a tratti esilarante e a tratti doloroso con il passato, le insicurezze e un futuro che appare incerto non solo per Jay, ma per tutti.
George Clooney offre un’interpretazione vera, spogliando il suo personaggio dell’aura da divo per mostrarci un uomo fragile, intrappolato in una gabbia che lui stesso ha costruito a scapito degli affetti. La sua performance è un delicato equilibrio tra il carisma magnetico, una profonda malinconia e quell’ironia che è il suo marchio di fabbrica, mentre si interroga se sia troppo tardi per cambiare rotta. Accanto a lui, Adam Sandler prosegue la sua rinascita drammatica, confermando la straordinaria sintonia con Baumbach già vista in The Meyerowitz Stories.
Jay e Ron sono due facce della stessa medaglia: se il primo ha sempre coccolato il proprio ego ed è sempre rimasto fedele solo a sé stesso, il secondo è un uomo pragmatico e leale, con una famiglia solida che lo ama, ma non per questo immune a una propria crisi di mezza età. La chimica tra i due è il cuore pulsante del film, un’amicizia raccontata attraverso dialoghi serrati e un’ironia che emerge dalle situazioni più amare. Come in ogni opera di Baumbach, la sceneggiatura è tutto. I dialoghi sono taglienti, intelligenti, intrisi di quell’umorismo colto e nevrotico che contraddistingue il suo cinema.
Il regista eccelle nel raccontare la disillusione e l’ansia dell’uomo contemporaneo, ma in Jay Kelly sembra raggiungere una nuova maturità, mostrando una compassione più profonda per i suoi personaggi, anche quando ne mette a nudo spietatamente le debolezze. Jay Kelly è un film sul divario tra la persona che siamo e quella che avremmo voluto essere. È una riflessione sulla fama, certo, ma soprattutto sull’umanità che si nasconde dietro la maschera del successo.
Baumbach firma un’opera complessa e stratificata, una commedia amara che fa sorridere e pensare, confermandosi ancora una volta una delle voci più originali e necessarie del cinema americano contemporaneo.
Aggiornato il 29 agosto 2025 alle ore 12:24