Ogni famiglia è un archivio vivente, ma solo alcune diventano chiave di lettura per un intero territorio. La famiglia Mellace di Olivadi. Un contributo alla storia socio-economica della Calabria media dal ‘500 al secondo dopoguerra, di Daniele Tommaso Mellace, edito da Pace Edizioni, è una di queste rare eccezioni. Non si limita a ricostruire genealogie o a preservare ricordi: scava, connette, illumina. Attraverso il racconto meticoloso di un percorso familiare, l’autore dà forma a un frammento significativo della storia calabrese, intrecciando destini privati e trasformazioni collettive. Ne nasce un’opera che, partendo da un piccolo centro del Sud, riesce a restituire la complessità di un’intera epoca, in un dialogo fecondo tra microstoria e memoria pubblica.
La prefazione dello storico Ulderico Nisticò apre il testo con un invito metodologico che ne orienta la lettura: “Si studia correttamente la storia solo inquadrando i documenti particolari in contesti universali; e intelligentemente e criticamente leggere i documenti; e ricordando che essi non sono stati scritti dalla Verità in persona, ma da esseri umani che possono errare, e anche, spesso, a bella posta mentire”. Questo principio guida ogni pagina, attraverso una narrazione fondata non solo su fonti scritte, ma anche su toponimi, memorie orali, tradizioni familiari e tracce materiali. È l’approccio della migliore scuola di microstoria, che non separa mai l’individuo dal suo ambiente e dalle sue stratificazioni sociali.
Il cuore del libro è dedicato alla genesi e all’evoluzione di una famiglia radicata nel borgo di Olivadi, piccolo centro dell’entroterra catanzarese. L’analisi prende le mosse da un’accurata ricostruzione delle dinamiche insediative della zona, che affondano le radici nella lunga presenza greco-bizantina, ancora visibile nei toponimi conservatisi nel dialetto locale. Mellace osserva che “la storia dei piccoli luoghi è sempre legata e spesso coperta da quella più vasta della loro Regione”, e da questa premessa muove per interrogare con rigore fonti storiche e linguistiche.
Le prime attestazioni del nome “Libathi” per l’attuale Olivadi risalgono al XIII secolo, come risulta dai Registri della Cancelleria Angioina: “Stalettì, Gasperina, Palliati, Olivadi…”. A emergere è il peso delle condizioni socio-economiche, delle riforme istituzionali e degli eventi traumatici – dal sisma del 1783 all’abbandono di interi casali – nel determinare l’assetto sociale del borgo e l’ascesa di famiglie notabili, come quella oggetto della ricerca.
Lo studio dell’etimologia del cognome mostra una solida competenza filologica. L’autore, anche affondando nel territorio propria formazione umanistica al liceo classico dei Salesiani di Soverato, propone una radice greca: “Il cognome è maggiormente riconducibile a famiglie squillacesi, che già detenevano nella città d’origine una qualche importanza e allocazione nella stratificazione sociale”. Ne individua un possibile significato in μέλλᾰξ (mèllax, “giovane, aitante”), facendo riferimento al dizionario greco-italiano di Lorenzo Rocci.
Ma oltre alla documentazione e all’analisi linguistica, ciò che più colpisce è la sensibilità nel restituire dignità e spessore a una comunità periferica, troppo spesso marginalizzata dalla narrazione nazionale. Il passaggio dalla dominazione bizantina a quella normanna, dalle riforme aragonesi ai mutamenti post-unitari, è ricostruito non come semplice cronaca, ma come riflesso sulle strutture familiari che, come i Mellace, hanno vissuto “il mutamento definitivo dei borghi rurali a centri, che pur restando legati alle vicende del feudo, avevano acquisito una loro maggiore autonomi”.
La narrazione si fa anche riflessione sull’identità collettiva. Vengono recuperati toponimi, culti religiosi, strutture istituzionali e perfino l’organizzazione del parlamento dell’antica “Univèrsitas” olivadese, restituendo al lettore un’immersione vivida in un mondo in cui “le comunità calabresi, a onta di una sociologia scolastica pensata altrove e in altri secoli ‒ scrive ancora Nisticò nella prefazione ‒ non erano affatto semplici nella loro condizione, bensì con una complessa gerarchia di famiglie, e di funzioni all’interno dei vari mestieri”.
Il tratto più prezioso del volume resta la volontà di dare voce alla memoria. Come è altresì evidenziato nella richiamata prefazione, l’autore “non solo studia il passato, ma in qualche modo lo fa rivivere, lo sente, lo interpreta, lo rende umano”. In questo senso, il libro non è solo un saggio, ma anche un omaggio a quelle generazioni che hanno costruito, spesso nel silenzio e nella fatica, le fondamenta della società calabrese.
La famiglia Mellace di Olivadi è, in definitiva, molto più di una ricostruzione familiare: è un atto di fiducia nella possibilità che la storia, se osservata da vicino e narrata con coscienza, possa ancora parlare con forza al nostro tempo.
Daniele Tommaso Mellace non si limita a descrivere i fatti, ma li interpreta con sensibilità e precisione, mostrando come vicende apparentemente marginali racchiudano dinamiche profonde, legami invisibili, verità universali. Non è un libro per nostalgici, ma per chi è convinto che la memoria, se coltivata con cura, possa diventare uno strumento critico per comprendere il presente e orientarsi nel futuro. Un’opera necessaria perché dimostra che ogni luogo, ogni nome, ogni gesto può contenere il mondo, se guardato con gli occhi giusti.
Aggiornato il 03 aprile 2025 alle ore 11:23