“Beef”: la brutta America degli emigrati asiatici

La miniserie Beef (morso di carne) creata da Lee Sung Jin e attualmente sulla piattaforma Netflix ha vinto, ai Golden Globe 2024, negli Stati Uniti, tutto quello che poteva vincere: Miglior miniserie o film per la televisione; Miglior attore in una miniserie o film per la televisione per Steven Yeun; Miglior attrice in una miniserie o film per la televisione per Ali Wong. Se vi è piaciuto Parasite tempo fa, anche Beef o Lo scontro vi piacerà. È la storia un po’ folle delle mini-maniacalità umane che diventano ossessioni e portano alla distruzione. Qui, di interessante, c’è il fatto che a essere travolti sono coreani, giapponesi, asiatici in genere – che peraltro odiano i filippini – emigrati da una generazione negli Usa, precisamente a Los Angeles in California. I sentimenti di questi figli di emigrati asiatici sono naturali e rozzi, la serie non lascia scampo e si vede tutto l’arcobaleno possibile dei sentimenti più cattivi e odiosi. C’è innanzitutto l’invidia feroce verso chi ha trovato il modo di arricchirsi con una impresa dapprima artigianale poi inserita nel ricco mondo dei ricchi statunitensi, ricchissima.

Invidia che conduce ad uccidere, a incendiare, a distruggere in modo da distruggerla, l’attività e chi l’ha creata. C’è la gelosia verso quello che è o potrebbe essere il rivale in amore. Ci sono la ritorsione e la vendetta. Insomma, tutto un bel carico di sentimenti negativi che hanno quale comune denominatore l’acrimonia e la violenta rabbia molto poco sopita verso l’altro – asiatico – percepito come rivale che mangia e fa venire meno la “torta”. Torta considerata finita, non certo infinita del “ce n’è per tutti”. Voi direte: cosa c’è di divertente in tutto questo mare di risentimento e di livore? Niente. La parte divertente è nel modo di raccontarli e metterli in mostra, in versione cinema. Si passa da un assassinio alla storia normale di gente comune e viceversa. La trama è semplice. Due soggetti (non sono persone perché in loro c’è solo follia e grevità, non umanità se non alla fine, dopo ben dieci episodi, quando hanno perso tutto) litigano rabbiosamente e con violenza per mancate precedenze in macchina. Da qui si innesca tutto un giro di botte e risposte – aggressioni e vendette e di nuovo aggressioni e vendette – fino alla distruzione totale di sé stessi e delle proprie attività economiche più o meno legali. Gli asiatici descritti nella serie sono senza cultura, non hanno studiato, sanno solo che è bello essere ricchi e per questo sono disposti a tutto, a fingere verso chicchessia gentilezza e cortesia che non provano, educazione che non hanno, a fare di tutto con convinzione e determinazione pensando anzi insultando ed aggredendo in cuor loro con cattiveria e perfidia chi financo li beneficia.

La guerra tra loro è spietata, e chi ci finisce dentro, ci finisce dentro come in un vortice macabro e nero che tutto risucchia. Quindi il rapimento della figlia dei coniugi asiatici – lei cinese, lui giapponese – da poco ricchi, la violenza sulla suocera alla ricerca anch’essa di soldi per sé dopo la morte del marito giapponese artista di genio. E via dicendo. Netflix non si smentisce e, al posto dei soliti neri omosessuali o lesbiche, in Beef ci fa vedere asiatici lesbiche e omicidi, ladri, in un sottobosco a volte fuori ed a volte dentro il carcere (di cui non si lamentano eccessivamente date le condizioni quasi migliori rispetto a dove e come vivono fuori). Da quello che dicono tra loro, nel mondo degli asiatici in America, riconoscono una certa classifica tra loro stessi, primi tra tutti i giapponesi che vedono affermati a differenza loro. Poi ci sono i coreani emigrati dalla Corea del sud, forse scappati anche da quella del Nord.

I filippini sono delinquenti efferati come loro, ma li considerano un po’ più organizzati e pericolosi di loro. Sono tutti molto religiosi e vanno in chiesa, più per potere avere una parvenza di liceità che altro. Cantano, inneggiano a Gesù Cristo (belle le musiche), parlano di famiglia e di coppie unite, mentre cercano di arraffare in qualsiasi modo i soldi per venire incontro all’orgoglio antico e anacronistico dei genitori che, rimasti nella terra natale, sperano in loro e nei loro buoni sentimenti senza chiedersi troppo da dove vengano i soldi dei loro regali. Ottime le pietanze orientali del film, quando qualcuno si degna di cucinare qualcosa. C’è imbarazzo verso la cameriera asiatica anch’essa, come loro pronta a tutto pur di mantenere la paga. Il resto sono bassifondi umani e rurali di cui gli Usa ci si chiede se siano contenti di avere importato, e ci si sente di rispondere senza dubbio di no.

Aggiornato il 19 gennaio 2024 alle ore 11:09:22