Il lamento cromatico di una regina stregata

Sulla vita, la personalità e l’opera di Sylvia Plath è stato recentemente ripubblicato un libro di Leonetta Bentivoglio, scrittrice e giornalista culturale di Repubblica, che sembra scaturito da conversazioni immaginarie; sicuramente irrealistiche alla luce dei decenni che separano la vita dell’autrice da quella della poetessa americana, ma che possono sembrare il frutto di una frequentazione amichevole e profonda, e persino di confidenze condivise. In Sylvia Plath. Il lamento della regina (Edizioni Clichy 2022, 160 pagine, 7,50 euro), la Bentivoglio pare infatti raccontare le vicende dell’anima di una sua amica eterna e lo fa con ritmo serrato, attraverso una densa scansione di momenti cruciali, di testi poetici e frammenti diaristici, e con un’intensità narrativa che riesce quasi a dissolvere il tempo che intercorre tra le loro vite.

Due giorni dopo il primo tentativo di suicidio Sylvia Plath viene ritrovata in garage agonizzante, ma ancora viva, dal fratello Warren. Affidata alle cure di un giovane psichiatra, dovrà imparare di nuovo a leggere e a scrivere. A fine gennaio del 1954, dopo essere stata curata anche con degli elettroshock, è dichiarata guarita. Può così rientrare allo Smith College, dove sceglie, come argomento della sua tesi di laurea, la figura del doppio nei romanzi di Dostoevskij. Nel gennaio del 1955 consegna la tesi, intitolata The Magic Mirror: A Study in the Double in Two of Dostoevskij’s Novels. Il tema del doppio e dello specchio, la sua presenza invasiva sul fondo della sua anima, l’accompagnerà per tutta la vita, di cui ripercorrerà i momenti cruciali in the Poem for a Birthday: il rapporto con i genitori, il tentato suicidio, gli elettroshock, il matrimonio con Ted Hughes, un poeta di un certo fascino e successo, con cui si sposerà il 16 giugno 1956, la nascita dei figli e poi la separazione.

Con suo marito trascorrono la luna di miele in un paesino della Spagna, Benidorm, che oggi sembra una piccola Rio De Janeiro, con alti palazzi balneari prospicienti alla spiaggia, ma che allora doveva essere un ameno borgo marino. Nei primi tempi sembrano trovare un’intesa serena, anche sul piano produttivo: entrambi scrivono e si stimolano a vicenda. Quando lui consegue un successo letterario Sylvia sembra “felice del riconoscimento come se fosse stato attribuito a lei”. I due giovani coniugi cambiano spesso residenza. Quando si trovano a Londra ricevono la visita di David e Assia Weavill, e Sylvia si accorge subito della forte attrazione che scatta tra Assia e Ted.  Dopo aver avuto due figli da lui, Sylvia si separerà e resterà da sola nel Devon con i due bambini, rifugiandosi nella poesia. Ci sarà poi tra i due un tentativo di riconciliazione, ma poco tempo dopo, la mattina dell’11 febbraio 1963, lei “si uccide mettendo la testa nel forno dove ha aperto la valvola del gas, non prima di aver posto pane e burro accanto ai letti dei suoi bambini e di avere spalancato la finestra della loro stanza”.

Come scrive la Bentivoglio, “Sylvia fronteggia l’ampiezza e l’impenetrabilità del male dilagante sul pianeta. Sa che trappole, maschere e deviazioni costituiscono il mantello del vivere in questa nostra terra litigiosa e tossica. Impossibile eliminare il nucleo della sofferenza. Ma si può sfiorarla con l’indagine sacrificale della poesia”. Se nella vita Sylvia si rivela una “ragazza di vetro”, nella sua poesia dimostra invece “una solidità d’acciaio”. Si potrebbe interpretare il nucleo di questo contrasto scomodando categorie psicoanalitiche più o meno pertinenti, come, per esempio, ciò che Carl Gustav Jung intende per enantiodromia. Sebbene qualsiasi riduzione del genere rischi di rivelarsi fuorviante, forse può almeno rivelarsi utile a descrivere un dissidio cruciale. La più meravigliosa di tutte le leggi psicologiche, originariamente scoperta da Eraclito, è infatti secondo Jung il legame essenziale che sussiste tra i contrari. Quando non si è consapevoli della loro reciproca e ineludibile evocazione ed attrazione si rischia di divenirne preda e la corsa verso il contrario finisce con l’immettere in una lacerante vertigine.

Nella vita della Plath i due contrari in questione sembrano essere da un lato un desiderio di pace e insieme di normalità, il risultare accettata dalla propria comunità e l’essere immersa in un rapporto d’amore realmente avvolgente; e dall’altro la percezione di falsità e inaffidabilità che è legata sia a quest’immagine sociale sia all’equilibro e sintesi psicologica che essa suggerisce. Da un lato c’è la dimensione finita, limitata, convenzionale, il voler essere “non molto”, ma almeno qualcosa; dall’altro la dimensione estrema, totalizzante dell’assoluta coincidenza con sé, irriducibile e destinata a risultare inappagata. “Ciò che conosciamo non è molto. Ciò che non conosciamo è immenso”, pare abbia scritto il matematico e scienziato Pierre-Simon Laplace e Sylvia oscilla per tutta la vita tra questo “non molto” e questa rigorosa immensità, tra le loro proiezioni inconciliabili nella sua vita quotidiana, tra il desiderio di una normalità pienamente accettata e il suo non ritrarsi di fronte alle contraddizioni più stridenti, tra una sua immagine idealizzata e pressoché inappuntabile e la sua ombra, feroce e implacabile. Certo, se anche questa circostanza dovesse costituire una chiave di lettura in grado di gettare qualche luce sulla vicenda umana e artistica di Sylvia Plath non potrebbe comunque rivelarsi appropriata, perché ogni poeta o artista depone solo nella sua opera il senso della sua vita e della sua morte, privando implicitamente ogni altra interpretazione di qualsiasi legittimità; ma d’altra parte, se la posta in gioco, il prezzo e la pena di esistere di un poeta sedimentano un senso solo nella sua opera, allora i colori, quando appaiono in modo caleidoscopico e ricorrente nei versi e negli scritti diaristici, possono rivelarsi utili per accedere all’anima che vi appunta i suoi riflessi.

Dopo aver passeggiato per le strade di Boston, a fine settembre del 1950 Sylvia scriveva questi appunti nei suoi diari: “E così camminavo, amando narcisisticamente il mio riflesso nelle vetrine, nelle cromature delle macchine, sovrapposto a tutto quel che superavamo. Eccomi qui, alta, capelli chiari, con un cappotto verde chiaro e una gonna di taffetà nero”. Ma la nera pantera era già in agguato: “Il passo della pantera è sulle scale / ora lo sento che sale, che sale” – scrive la Plath in un altro verso. Clemens Brentano parlava della follia come della “sorella sfortunata della poesia”, ma anche questa sorella sfortunata può generare lucide agnizioni, essere consapevole del suo potere, inebriarsi in modo sordo e lacerante del proprio distacco, della propria lontananza: “Io / se mi allontano faccio rimpicciolire / le case e riduco gli alberi; / al laccio del mio sguardo / ballonzola la gente-marionetta / che, ignara di scemare, / ride, si bacia, si ubriaca, / e non sa che se solo batto ciglio / è morta” (Soliloquy of the Solipsist, Soliloquio della Solipsista, 1956).

La morte del padre, scomparso prematuramente dopo l’amputazione di una gamba in seguito al diabete, probabilmente agita in lei, per tutta la vita, i fantasmi di una mancanza essenziale. In Among the Bumblebees (Il volo dei bombi, 1952), parla del padre della protagonista, Alice, raffigurandolo “come un uomo gigantesco nel cui lampo azzurro degli occhi “era concentrato il colore dell’intera volta celeste”. Come Alice, Sylvia non riuscirà mai a ricomporne interamente l’immagine, “con tutti i pezzi ben congiunti e incollati”, così come non smetterà mai di essere sorpresa dalla “rovinosa indifferenza della natura”. In Firesong (Canto del fuoco), “irrompe il timore delle forze oscure: il giardino è imperfetto e la sua zona folta è maculata e rugosa come un rospo. Un laccio può atterrare un cervo, un gallo, una trota, “finché ogni più bella cosa / annaspa prigioniera nel sangue sparso”. Il paradiso terrestre di Sylvia è un miraggio, una negazione, un vincolo “che trattiene ogni nostro gesto splendente / riportandolo al fango primordiale sotto livido cielo” e che ha come punto d’approdo la bellezza bianca, infrangibile e immota della morte. Ma se la bianchezza le appare come “un privilegio e un’investitura”, è il nero a dominare la sua traversata dell’acqua, della sostanza trasparente e premonitrice di un destino: “Neri sono il lago, gli alberi, la barca, le persone, persino i consigli, perché “lo spirito del nero è in noi, è nei pesci”. Nero, terribilmente nero, è L’uomo in nero della poesia del 1959 (Man in Black) ispiratale da Ted, che viene avanti tra gli scogli e le pareti di sabbia color tabacco nel suo “funereo cappotto nero”, con scarpe nere e capelli neri. Le immagini nascono dal nero e vi ritornano”.

Se il nero allude al presagio di un destino, il rosso è la lacerazione violenta e incandescente da cui ha origine, così come il giallo sembra accennare alla sua minacciosa incombenza: “Lungo la rete rossa delle sue vene – scrive la Bentivoglio – corrono lingue di fuoco. Il felino spietato (This fierce cat”) dilania la carne dei corpi, e innanzitutto del corpo di Sylvia. Non c’è consolazione né rimedio davanti al suo ardente sguardo giallo (“yellow gaze). “Dietro i cespugli contorti dei miei occhi / agile si apposta; nell’agguato dei sogni / brillano gli artigli che guastano la carne / e bramosi, bramosi sono i lombi tesi. / Il suo ardore mi cattura, incendia gli alberi, / e io corro divampando nella pelle; / che pausa, che frescura può lambirmi / quando quell’occhio giallo brucia e marchia?” (Pursuit, Inseguimento, 1956). “L’uso pittorico del colore emerge a chiazze – osserva la Bentivoglio – anche nell’alba del sud, dove le tinte diventano frutti succosi, limoni, manghi e pesche”. In gran parte della produzione poetica della Plath e anche in parte dei suoi diari il suo spirito iridescente sembra volteggiare sopra una tavolozza. Nel canto che si leva in un giorno infuocato (Canzone del fuoco, Firesong, 1956), “la nascita pulsa nel verde (“Born green we were). Ma l’eden precipita presto in erbe cattive e ci porta a declinare in una fetida fine dove si viene “arsi dal sole rosso”. Nella maternità c’è il nero: un ariete di tenebra. E la voce di una madre esprime la confessione di essere “un giardino di tormenti neri e rossi”.

La vita di Sylvia Plath si rivela dunque in questa oscillazione pulsante tra una natura colorata, in cui “vede ardere i petali di sangue dei papaveri e lei diventa sposa del sole, s’ingravida di seme e partorisce un re”; e nell’altra sua immagine, che sempre l’accompagna: “Una vergine acida e gialla come un limone, che “va verso la tomba con la carne devastata, / posseduta dai vermi, ma non donna”. Ma la strega e la donna sono abitate dallo stesso demone ammaliante che spinge l’una a gettarsi nelle braccia dell’altra. “Nella piazza del mercato stanno ammucchiando le fascine. / Un folto d’ombra è un misero mantello. Io abito / l’immagine di cera di me stessa, un corpo di bambola. / Comincia qui la malattia: sono un bersaglio per streghe. / Solo il diavolo può divorare il diavolo. / Nel mese delle foglie rosse salgo su un letto di fuoco” (Poem for a Birthday, Poemetto per un compleanno, 1959)”. Gli opposti si evocano anche qui a vicenda, rivelando quel profondo conflitto che negli scritti della Plath assume un carattere cromatico. Se il bianco è un simbolo di riconciliazione e di morte, “lo spirito del nero” le rimarrà sempre accanto. Se il rosso sembra rappresentare la combustione di opposti irriducibili, il giallo è la sua latenza inseguitrice, il fantasma di una donna acida incapace ormai di qualsiasi abbandono. La nascita, e la possibilità di rinascita, pulsano nel verde, ma anche l’eden precipita in erbe cattive e ci porta a declinare fino ad ardere ancora nel rosso. Nella maternità c’è il nero, un ariete di tenebra, e la voce di una madre esprime la confessione di essere un giardino di tormenti neri e rossi. L’azzurro rimane invece sullo sfondo, indefinito e privo di sostanza, all’orizzonte. Il contrasto essenziale si manifesta dunque mediante triadi di colori: da un lato il bianco di una riconciliazione quieta avvertita come impossibile, promesso dal verde e che annuncia un azzurro già avvertito come inconsistente; e dall’altro la triade opposta che ci parla di un dissidio incandescente, oscuro e incombente: quella formata dal rosso, dal nero e dal giallo.

Ma i contrasti cromatici ne evocano a loro volta altri ancor più ancestrali e lapidari: da un lato Sylvia crede nella maternità, fantastica sulle Donne gravide (Heavy Women, 1961) definendole “irrefutabili, meravigliosamente compiaciute, / come Venere”. Evoca energie superiori e parla espressamente di archetipi (“Aggomitolando la lana o con le mani in mano, / incedono fra gli archetipi”). Dall’altro s’interroga su quali dolori, quali pene stia mettendo al mondo, arrivando a chiedersi se l’innocenza dei bambini non possa uccidere, se non le munga la vita. La poesia The Fearful, I paurosi, riassume e sviluppa bene i termini di questa alternativa radicale: “Lei odia / l’idea di un bambino / ladro di cellule, ladro di bellezza / per lei è meglio essere morta che grassa, / morta e perfetta, come Nefertiti”. Un contrasto così aspro e implacabile difficilmente potrebbe essere reso in prosa. Anche per questo, come sostiene la Bentivoglio, “il lavoro in prosa di Sylvia non è mai grande letteratura. The Bell Jar, La campana di vetro, è un romanzo modesto e impregnato eccessivamente di autobiografia”. La prosa infatti non brucia, non riesce a rendere conto del fuoco, del rosso, del giallo e del nero che attraversano le sue giornate e le sue notti, dei momenti di disperato e assordante incanto che attraversano da parte a parte la sua vita. E con la piena e tragica consapevolezza che non ci sia alcuna ribellione possibile e sensata: l’illusione di poter annientare il mondo non serve, perché “annientare il mondo annientando sé stessi è l’apice illusorio di un egoismo disperato. Il modo più semplice per uscire da tutti i piccoli vicoli ciechi sui cui muri ci spezziamo le unghie”.

Sylvia Plath. Il lamento della regina di Leonetta Bentivoglio, Edizioni Clichy 2022, 160 pagine, 7,50 euro