Raramente il libro di uno scrittore – pressoché esordiente e che per di più si firma con un acronimo, Elo, per rimanere discretamente nell’ombra mentre racconta, romanzandolo, il dramma del figlio schizofrenico –riesce ad impressionare come questo “Al buio tutto è più chiaro”. Edito dalla casa “Independently published”, tanto in cartaceo quanto nella edizione ebook per Amazon kindle.

Per capire il senso del tutto, l’autore rimanda a una postfazione dove disserta mirabilmente su ciò che la malattia mentale implica nel rapporto tra il “malato” e il sano, sia o no quest’ultimo un familiare del primo.

La prima categoria dello spirito che viene infranta è quella del buonismo e del politically correct: “Credo e penso che il vero disturbato mentale sia io quando dico che i disabili fisici o mentali siano speciali..”

E se non bastasse il concetto viene ribadito poche righe dopo: “…Ma io conosco una coppia che sia andata in chiesa a pregare affinché il buon Dio offrisse loro un figlio speciale?” La risposta ovviamente è “no”. E non cambia se si allarga il campo dell’indagine agli “amici atei”.

Ecco partendo dalla realtà, nuda e cruda, può iniziare anche un viaggio di un padre alla ricerca di un figlio che a metà dell’adolescenza inizia a manifestare i disturbi di una devastante schizofrenia. Che gli impedisce di essere come gli altri anche se, nel caso specifico, il giovane è persino superiore a molti suoi coetanei, ad esempio nei ragionamenti di matematica pura.

E tutto il libro di Elo è un invito a rapportarsi con la malattia mentale e con il malato non nella maniera ipocrita e buonista con cui oggi l’handicap è diventato di moda, quasi come fare il cuoco nelle trasmissioni televisive. Ciò può avvenire proprio attraverso un dolore che non va mai negato ma vissuto fino in fondo proprio con chi quel dolore incarna suo malgrado, cioè il figlio disabile.

È l’amaro calice che anche Cristo dovette bere accettando di venire crocifisso secondo il progetto del Padre per la salvezza di tutta l’umanità dal peccato originale.

Ma è anche la riflessione sulla non negazione del dolore e della sofferenza, che può essere analoga a quella che dovrebbe fare chi ha subito un lutto.

E di cui parla un genio del settore come Stephen Levine nel suo saggio “Il dolore inascoltato”.

C’è anche un film di Lawrence Kasdan, protagonista William Hurt, tratto dall’omonimo romanzo di Anne Tyler, che si intitola “Turista per caso”, che narra la vicenda dall’altro punto di vista, quello cioè di chi il dolore lo nega e lo rimuove. E la cui vita diventa ancora più triste come nella vicenda del personaggio che scriveva guide turistiche per i francesi che, pur imbarcandosi nei viaggi esotici, cercavano alberghi o ristoranti che ricordassero loro l’atmosfera di Montmartre.

E la tristezza del dolore negato o rimosso - o peggio ancora eufemizzato e addolcito con le attuali mode televisive che portano padri e figli quasi a mostrarsi orgogliosi della propria tragedia familiare fatta di handicap fisici o mentali – è sicuramente peggiore di chi il dolore decide di viverlo e raccontarlo crudamente come fa Elo nel sorprendente “Al buio è tutto più chiaro”.