Dopo Hegel: la rivolta dell’individuo

La filosofia di Georg Wilhelm Friedrich Hegel suscitò un diluvio universale europeo, soprattutto, ma anche generalizzato. Espressioni come Spirito, altro da sé, dialettica, divenire, società civile, Stato etico, razionalità del reale, finalismo storico, superamento, per minimizzare “anima bella”. E anche dialettica servo-padrone divennero correnti.

L’essenziale: la Storia aveva un senso. In precedenza, la Storia aveva il senso predisposto da Dio, ora il senso proveniva dallo Spirito. Hegel trasferisce la Ragione illuminista nella storia rendendola dialettica ossia contrastata (le astuzie della ragione) non così scorrevole come supponeva qualche illuminista, ma al termine trionfava comunque la Filosofia, la società moderna europea (lo Stato prussiano). Dall’ottimismo rasserenato degli illuministi si passava all’ottimismo drammatico, dialettico di Hegel, ma la conclusione era “positiva”. La Storia trovava senso e finalità, quali, l’ho detto: per Hegel la società statale occidentale, il passaggio da Oriente a Occidente, l’Oriente che prediligeva il Monarca, il Sovrano, l’Uno, l’Imperatore Dio in terra e l’Occidente che prediligeva lo Stato, quale Dio in terra. Differenza artigliata, a non dire tutti i passaggi: individuo, famiglia, società e infine lo Stato. Se a Oriente era il Sovrano a dare senso alla collettività, in Occidente era lo Stato “democratico”, ma in entrambi il singolo costituiva un “momento” secondario, da superare, non era fine a se stesso (questo distanzierebbe Hegel dall’Illuminismo, ma sono problemi, sfiorati).

Che l’individuo fosse un “momento” della Spirito da superare provocò violentissime ritrosie. L’individuo come una pedina da oltrepassare, che non ha valore essenziale in sé ma esclusivamente in organismi che lo comprendono: la famiglia, la società, lo Stato. Sia il pensiero religioso, per il quale l’uomo è sociale, volto al prossimo come a se stesso, ma ha valore quale individuo. Un valore non superabile, non vi è un valore per il quale l’individuo è strumentabile. Inoltre, essenzialissimo per il pensiero religioso, l’uomo non è esclusivamente entità storica e sociale ma soprattutto naturale metafisica, dunque in rapporto con Dio. E il rapporto con Dio “supera” il rapporto tra cittadino e cittadino, è il rapporto con l’eternità non con la Storia. Nel pensiero religioso, non per tutto, addirittura la Storia costituirebbe una distrazione dal punto vero che dovrebbe incatenarci, l’eternità ossia l’enigma “Dio”. Che vale darsi cura dei pochi anni viventi, se non indaghiamo sull’eternità dove finiremo, si chiedeva Blaise Pascal. Invece Hegel era di studi teologici ma sostituisce Dio con lo Spirito e dell’eternità non ne voleva intendere.

Fu l’epoca di rilevantissime divaricazioni: Ateismo, Storia assoluta, Deismo (Dio Natura), Teismo (Dio personale), Dio sostituito dall’Infinito (Giacomo Leopardi), Dio sostituto dall’Eterno Ritorno (Friedrich Nietzsche). Leopardi e Nietzsche non si risolvono a chiudere l’uomo nella Storia, non basta. Lo vedremo, è l’aspetto tellurico del pensiero europeo, specialmente in Leopardi e Nietzsche. Leopardi accettò di “naufragare” nell’infinito (il Nulla), Nietzsche nell’eternità della vita (“perché amo te, eternità”). Entrambi, ripeto, non limitati alla Storia. È un aspetto fantastico, questo, sapere che esiste esclusivamente il mondo, la Terra, ma non chiudersi nella Storia. Una metafisica mondana. Argomento strepitoso, ateismo metafisico.

Søren Kierkegaard, danese, doveva avere residui amletici, perché incredibile che dal quel Paese venga un tale pensatore metafisicissimo. A Kierkegaard del passaggio storico, da Oriente a Occidente, dal potere del Sovrano, a Oriente, al potere dello Stato, in Occidente, interessava poco. Il singolo e Dio, questa la condizione autentica dell’esistenza, l’Io e Dio. Certo, posso anche divertirmi (scelta estetica), posso anche diventare un corretto cittadino (scelta etica). E con questo? No. Devo fissare l’immane possibile, lo sconfinato infinito, Dio, l’oltre umanità.

L’uomo non deve restringersi a un ruolo sociale, è colui che ha coscienza del possibile e ne viene angosciato per l’immensità, sicché si scaglia disperatamente nella fede per non sbandare, perdersi nell’infinito, nell’angoscia dell’immensità vuota (Kierkegaard è un Leopardi che non ha resistenza dello sguardo panico dell’infinito). In questa relazione Io singolo/Dio, l’infinito, il possibile, l’eterno, la Storia, lo Spirito di Hegel sono svergognati, miniturializzati, rappresentano una scorribanda frettolosa. La Storia non può rendersi equivalente a Dio, per Kierkegaard. Ma di colpi Hegel ne prese da ogni parte, in specie sul valore del singolo.

Marx Stirner lo cestina, non vi è alcun superamento dialettico, il singolo, anzi l’Unico non è contenuto da alcun organismo che lo supererebbe. Dio, Patria, Umanità o che altro sono esterni all’Unico, all’Io, al me stesso, io sono io, soltanto io, io solo, solo io, nudo, secco. E con la mia morte muore tutto. Essendo “unico” non sono né contenibile né replicabile.

L’uomo torna alla Natura, al Cosmo, e la Storia, e la vita terrena da vivere? Stanno alla porta, con i più dionisiaci, ditirambici, bacchici uomini greci, mai vissuti dopo i veri greci, Karl Marx e Nietzsche. Arthur Schopenhauer è un intermezzo, di Hegel nega tutto, che esiste lo Spirito, che la storia abbia svolgimento razionale (è la differenza tra dialettica e divenire, non sono affatto identici, ne dirò), che la filosofia sia il culmine dello Spirito. Schopenhauer rende l’uomo un perenne angosciato di desideri irrealizzati, o se realizzati suscitatori di noia e altri desideri, sempre temendo di non soddisfarli, sicché cerchiamo di placare questa angoscia, astenendoci dal desiderare(nirvana) o con l’arte.

L’arte il balsamo che trasforma persino il dolore in gioia espressiva. Schopenhauer trascina l’induismo e il buddhismo in Occidente. La vita è desiderio non pensiero, il pensiero (la rappresentazione) è il derivato dalla volontà (la passione vitale, la volontà di vivere), che la colora secondo quel che essa, cioè la volontà, impone. Se amo una donna la rappresento secondo le suggestioni dell’amore, la ragione non è la forza traente ma sottoposta alle passioni. Concezione rilevante. Con Schopenhauer, entra in scena la “vita”. E i due assertori panici della vita, Karl Marx e Friedrich Nietzsche, si rifaranno alla vita, ma per viverla, non per nirvanizzarla. E di nuovo la storia, ma per la felicità in terra (Marx) e un volontarismo tragico che schianta l’insoddisfazione nel voler vivere a ogni costo (Nietzsche). La Filosofia? Uno spettacolo per adulti.