Opinioni a confronto: la rivolta ideale

Caro Renato, di fronte a tante rivolte materiali, a corpo a corpo, negative, ridicole, sbagliate, occasionali, che spesso diventano dei disastri, delle sciagure, richiamandomi al celebre verso di Carducci, Tu sol, pensando, o ideal, sei vero, vorrei parlare delle rivolte ideali che non sono mancate nel nostro bel paese, e in particolare di quella di Alfredo Oriani, che oggi ben pochi, fra cui tutti i nostri politici, conoscono, e già molti lettori che leggeranno questo dialogo, si chiederanno, come Don Abbondio con Carneade: Oriani? Chi era costui? Innanzitutto, come del resto dice l’aggettivo, vorrei chiarire che per rivolta non s’intende una rivoluzione o una ribellione collettiva e violenta contro l’ordine costituito, di una legge, di un Governo, come tante ce ne sono state, specialmente nel nostro paese, né di una rivolta nel senso di rovesciare, come nella frase di un magistrato italiano, che parlando coi suoi colleghi disse: “Dobbiamo rivoltare l’Italia come un calzino”, allo scopo evidente di togliere di mezzo qualunque cosa (compresa soprattutto la Politica) che costituisse un ostacolo all’ascesa al potere assoluto della Giustizia, come se le leggi le facessero i magistrati e non i Governi politici o lo Stato). Il concetto dell’espressione di Oriani sta in questa riflessione: Se non si riesce a cambiare o a rinnovare l’Italia e gl’Italiani sul piano materiale, perché, come diceva Dante, la materia è sorda all’intenzione, non solo nell’arte ma in qualunque campo, cerchiamo di cambiarli nello spirito”.

“Hai ragione: è questo il vero cambiamento che si deve fare, non di fuori, ma di dentro. Se si cambia il vestito, indossandone un altro, anche se più bello, non risolvi niente, se di dentro sei sempre quello ch’eri prima. Il fatto è che quando uomini d’ingegno, artisti, pensatori, politici, sorgono a rivelare e a sostenere nel mondo un’idea nuova, l’età presente suole non ascoltarli, e il più delle volte, anzi, li avversa e li combatte. Ma quando nuove dottrine s’impongono e gli uomini raggiungono esperienze e idee che furono già di un solo o di pochi, allora si corre a cercarne nel passato dei segni, degli annunzi; si cerca quasi d’inserire il nuovo nell’antico e a giudicare diversamente; si fa dei sostenitori di quelle idee dei precursori, dei profeti, dei martiri”.

Alfredo Oriani nell’età sua non fu ascoltato: anzi, fu frainteso dai più e quasi dimenticato. I posteri lo esaltarono come un profeta. Diversi anni fa uscì un libro, dedicato a lui, di Marcello Veneziani, uno dei miei pochi amici ancora vivi, che fra l’altro presentò un mio libro al Caffè letterario di via Ostiense. Oggi se invii una mail ad un uomo politico ti risponde lo staff: questo è uno dei bei risultati dei computer. Capisco che i politici abbiano tanto da fare (ciò vale pure per gli editori, coi quali un tempo potevi parlare personalmente a tu per tu), ma questo è uno dei casi su cui quanto meno si dovrebbe riflettere e discutere”.

“Hai perfettamente ragione, ma in Italia ormai tutto è naturale. Quanto ad Oriani, caduto lo splendore di quell’epoca che lui aveva profetizzato, in un’Italia non solo sconfitta, ma a cui si è voluto e si vuole togliere persino l’orgoglio di essere stata una delle prime nazioni del mondo, oggi sembra vano e ridicolo il suo sogno di grandezza”.

Però la Destra, che come ha dichiarato Veneziani è la parte pura e vitale della nazione, guarda ancora con l’animo pieno di un’ammirazione profonda quel luminoso personaggio della storia d’Italia, in nome del quale ebbe inizio quella rivolta ideale, da cui sarebbero scaturite le forze rinnovatrici della nazione, che doveva condurre alla riaffermazione di quei valori spirituali. È quello che è accaduto a Matteo Renzi, che, mettendo da parte gli errori, a cui non è sfuggito nemmeno Gesù Cristo, insieme al Padre suo, ambiva appunto ad un risveglio degli Italiani, ad un rinnovamento della classe politica, vecchia, stantìa e inconcludente. Ma Alfredo Oriani, a dispetto della Sinistra italiana, fu il profeta, l’antesignano delle nostre idee: egli precorse i tempi, e nel tempo sta eterno, simbolo di promessa e di fede, e la sua voce tuona ancora calda e vigorosa contro l’ignoranza e l’abbattimento morale degli uomini, indicando ad essi la giusta via da seguire”.

L’ansia di un rinnovamento spirituale, in un periodo di decadimento del costume e dell’arte, il desiderio di raggiungere orizzonti nuovi, la volontà tenace in una lotta faticosa contro un mondo scettico ed ignorante: era questo che occupava costantemente l’animo suo, ed è ciò che dovrebbe guidare i giovani nella lotta ideale necessaria per la rinascita della Patria”.

Non si tratta di negare gli altri popoli, diceva Oriani, ma di superarli in una grandezza che non si misura a territori, con una forza che le armi non bastano ad esprimere. Se per la Russia può essere un vantaggio il non avere un passato, per l’Italia l’essere già stata due volte universale e l’aver saputo risorgere è arra di gloria e responsabilità nuova di comando e di Governo. Il valore di un popolo, diceva Oriani, deve misurarsi non all’interno, ma all’esterno, dalla vastità e dalla profondità dell’espansione e non può avere un segreto ideale diverso. Il profeta sentiva nell’istinto questa necessità di uscire lungi da se stesso per imprimere la propria orma su altri mercati, su altre terre. Una merce può essere un’arma come un cannone, una fabbrica innalzata fra un popolo barbaro o soltanto inferiore vale una fortezza; ogni strada che solca il suo territorio è una nuova vena per un nuovo sangue che scorre nel suo corpo; ogni porto aperto al commercio è una breccia nell’antichità che sopravvive a sé medesima”.

Questo è imperialismo!, gridano le masse proletarie, che negano ogni impresa estera all’Italia che è stata la più grande colonizzatrice del mondo. Non pensano che se i più civili non avessero sempre conquistato i più barbari la civiltà non sarebbe mai cresciuta; che se Alessandro non avesse invaso l’Asia la fusione fra Oriente e Occidente non sarebbe avvenuta; che se Roma non avesse assoggettato tutto il mondo lo spirito greco non l’avrebbe penetrato e la sua unità non si sarebbe costituita”.

Guardiamo la Storia; studiamo attentamente le sue vicende, consideriamo la funzione che ad ogni popolo il Destino ha assegnato. Alla Storia dobbiamo attingere per il raggiungimento dei nostri ideali. La Storia insegna; la Storia è maestra della vita. Ma perché essa abbia veramente un valore morale bisogna che di essa noi sappiamo servirci come di una guida nel nostro faticoso cammino. Paolo Orano in un suo volume (L’Italia e gli altri alla Conferenza della Pace) argutamente scriveva: La Storia è veramente una maestra della vita, ma senza scolari!”.

“È vero: la Storia insegna, ma nessuno impara, e il popolo italiano, per colpa dei politici e delle risse secolari di cui già parlava Dante nel Trecento, non ha mai saputo trarre alcun insegnamento dalla Storia, nonostante i tanti esempi e le tante lezioni che ci ha dato. Ma noi non sappiamo trarne ammaestramento e accorgimento per il futuro. Oggi, in un mondo di menzogna e di scetticismo, in un mondo pieno di sconforto le nuove generazioni devono saper guardare al di là del presente, non farsi trascinare dalle correnti disgregatrici e anarchiche del materialismo e dell’individualismo; bisogna che ritroviamo e riaffermiamo nel mondo la nostra fede incrollabile negli insostituibili valori dello spirito, base di tutta la civiltà e del progresso vero”.

Il sol dell’avvenire è ancora molto al di là dall’avvenire: Adda venì Baffone!. I politici della Sinistra italiana nel primo dopoguerra fecero propria questa espressione dei napoletani riferendosi a Stalin, e nei loro cortei, alzando il pugno chiuso, andavano gridando: Farèm come la Russia, farèm come Lenìn, e chi fra gli spettatori non alzava la mano col pugno chiuso veniva preso a randellate, le quali dunque esistevano prima del manganello dei fascisti, il cui intervento, come dissero allora degli antifascisti onesti, fra cui De Gasperi e Salvemini, fu una reazione legittima. Bisogna guardare in alto e lontano, non falsare la lotta umana con inutili espedienti di legge; lasciare libero l’individuo per imporgli tutta la responsabilità; non pretendere di sostituire la religione con la scienza, la concorrenza con la cooperazione, la famiglia col libero amore, la Patria col cosmopolitismo, la gloria con la celebrità; volere nell’uomo tutto l’uomo, con le angosce della sua fede, coll’eroismo della sua carità, col calcolo della sua ragione, col suo istinto e col suo genio, che fanno di tutte le generazioni un uomo solo; proclamare che la verità è soltanto nell’ideale, ma dentro un mistero nel quale il dolore mette una voce e il pensiero un lampo; amare nella speranza del bene quando la gioventù sorride, amare nella pietà del male quando la vecchiezza non sa nemmeno più piangere; salire a tutte le bellezze, credere a tutte le virtù, consentire tutti i sacrifici, offrendosi intero alla vita e accettando la morte come un premio: è questa la rivolta ideale”.

“Non c’è dubbio che l’umanità sta attraversando un lungo periodo di transizione e di crisi, ma la crisi di oggi è soprattutto e innanzitutto crisi di valori, di valori assoluti, perché sono questi che si sono perduti. Perché in crisi è il giudizio stesso, se intendiamo crisi nel suo significato originario. Oggi tutti giudicano e tutti dicono la verità. Perché prevale una visione relativistica del mondo – e non è una cosa nuova – secondo cui tutti hanno ragione, e al tempo stesso torto, in cui è vera una cosa e anche il suo contrario. È un bene, un male? Se ne soffriamo è un male. Ma dobbiamo vedere le cose in prospettiva, cercando di abbracciare tutto, come un mosaico, non giudicare dalle singole tessere che lo compongono.

Esatto. Non si estrapola un fatto da un periodo storico, o dalla vita di un uomo, per denigrare tutto il periodo a proprio comodo e compiacimento. Seneca e Marco Aurelio, per citare due soli personaggi dell’età antica, dicevano che tutti i fatti sono interconnessi fra di loro in una lunga serie di cause e di effetti, i quali a loro volta diventano case di nuovi effetti, e così via. Chi ha la lingua corta e una cultura non sufficiente, se ne stia zitto, non faccia sfoggi che solo gl’ignoranti possono accettare, non emetta sentenze, pensi ai fatti suoi, lasci stare i grandi personaggi della Storia, che se hanno commesso degli sbagli, hanno comunque agito per il bene del proprio paese. Che dire dei massacri di Cesare, di Alessandro e delle stragi (assurde e presupposte) del Dio dell’Antico Testamento? Quanto alla rivolta ideale vorrei chiudere riportando un mio sonetto dedicato a Marcello Veneziani, meritevole di essere ricordato anche lui, fra i tanti ospiti del passato che la televisione ogni giorno ci propina”.

“E tu, che per un trentennio hai collaborato ai programmi della Rai, inventando e sceneggiando per la radio una lunga serie di rubriche culturali, fra cui La parola alla parola!, da cui, plagiandoti, Rispoli trasse Parola mia?”.

Su questa faccenda e altre della Rai sta per uscire un mio libro, intitolato In principio era la parola, dopo venne anche l’immagine, con la televisione.

 

Carissimo Marcello Veneziani,

tu, che con mente lucida e vigore

risvegli le virtù degl’Italiani,

sei della Destra la parte migliore,

 

che serba, tra gl’ipocriti e i ruffiani,

la coerenza, l’onestà, l’onore.

Tu, che sdegni gl’ingrati e i cortigiani,

non sei, come certuni, un traditore.

 

Le tue parole, misurate e pronte,

hanno un sapor di cose antiche e nuove,

e spesso viene giù dalla tua fonte

 

un lirismo che l’animo commuove.

Sereno il volto e libera la fronte,

un saggio sei. Su questo non ci piove.