Leibniz, il razionalismo metafisico

L’ultimo pensatore razionalista assoluto, ve ne sono altri, ma non del rilievo di Gottfried Wilhelm von Leibniz. L’uomo “prigioniero”, felicemente, della ragione. La mente dell’uomo strutturata razionalmente, autosufficiente nella razionalità, basta a se stessa per scoprire la verità con il ragionamento della ragione. Concezione incredibile, affascinante, immaginare un uomo capace di raggiungere la verità, fatto in modo da raggiungerla. La mente è concepita, organizzata per ragionare e attraverso il ragionamento ottenere la verità con autosufficienza completa. Sociologicamente questa visione, diciamo, appartiene all’epoca della Borghesia, il soggetto agente nella sua individualità, non al modo superomistico rinascimentale, piuttosto la miriade di soggetti normali.

Forse è stato considerato un parallelismo con Adam Smith, anch’egli con la visione di un mondo sparpagliato di tante autonome individualità. Una fiducia illimitata nella individualità razionale autoaffermativa. La mia mente razionale è capace di ogni risultato. Fantastica ideazione: tutto razionale nella razionalità del tutto, e l’uomo in un insieme razionale, ordinato, armonizzato, una “armonia prestabilita” (forzando: è come la “mano invisibile”, di cui scrive Adam Smith, la quale rende armoniosa la società senza che i soggetti lo vogliano coscientemente). L’uomo, il borghese, dotato di ragione, si muove armoniosamente nella realtà, mediante la sua capacità mentale razionale può raggiungere ogni risultato. Magistralmente ottimistica, questa concezione del Borghese originario. L’uomo aveva fiducia nella affermazione della sua capacità mentale razionale, proprio nella sua mente autosufficiente.

Chiuso nella sua razionalità, dicevo, ma paradossalmente la razionalità è talmente razionale che permette a ciascun individuo di armonizzarsi con gli altri, quasi avesse, ogni individuo, la capacità di essere cieco ma di possedere una vista interna, una mappa dei percorsi di sé e degli altri. Perché mai queste acrobazie? Perché in effetti il sistema capitalistico intendeva realizzare l’inaudito: io penso in me per me ma non mi scontro con gli altri caoticamente, anzi suscito una società armonizzata perché la mia ragione è predisposta in maniera da convivere con l’altro anche se penso a me stesso in me stesso (ed al mio bene). Certo in Smith questa visione è utilitaristica, facendo il bene mio attuo il bene sociale. In Leibniz è metafisica, ciascun singolo (monade) rientra in una armonia prestabilita da Dio, si muove da sé per sé ma all’interno di una armonia generale.

Che esisterebbe di più auspicabile che essere e restare individui ma in un insieme compatto e integrato? Un mondo in cui ti orienti con sincronismo generale restando però individuo, non una colleganza forzata, all’ammasso, anti personale, imposta. Restare individui pur essendo nell’insieme, è il vertice del capitalismo come etica. Nessun altruismo, nessuna negazione dellio, ma è nel proprio io che la ragione mi dà una regola di convivenza e convenienza. In Leibniz l’ottimismo di una società armonizzata perché la ragione del singolo contiene la capacità di coesistere con il mondo esterno, raggiunge il parossismo cosmico, addirittura il “male” esiste perché Dio lo consente allo scopo di armonizzare quanto esiste, se non ci fosse il male il creato non avrebbe l’armonia che ha contenendo quel tanto di male. Quindi il male è bene, è un ingrediente indispensabile, altre combinatorie sarebbero peggiorative.

Anche in tal caso, scendendo dalla filosofia alla “traduzione” sociologica, è chiaro: se nella società vi è il “male”, dolore, miseria, morte, vi è da ringraziare il creatore, ha permesso che vi sia un male che assicura il massimo bene, è la combinazione migliore e più favorevole. Volgarmente, quando si accusa il capitalismo che si risponde? Che avrà le sue infamie ma è il migliore dei sistemi, così per la democrazia e tutto, non una società senza male piuttosto con quel tanto di male che permette il massimo di bene. Leibniz cosparge di filosofia il nudo capitalismo. Con la razionalità che vive armoniosamente nella società pur essendo individui autonomi e con il male in misura tale da permettere il massimo bene ha fornito gli argomenti più efficienti in difesa del sistema borghese anche se il suo scopo fu del tutto metafisico. Un Dio che regola tutto e tutti mantenendo la soggettività. E sulla soggettività Leibniz scrive quanto di meglio si è scritto.

In ciascuno di noi esiste appetito di conoscenza (appetizione), e coscienza di quanto appetiamo (appercezione). Siamo dei pozzi che ci dissetiamo in noi stessi di noi stessi contenendo ciascuno il mondo che conosciamo secondo il nostro bisogno di sapere. Ma il colpo decisivo in questa passione cognitiva dell’individuo chiuso, pieno, appetitivo di sé, armonizzato con gli altri pur se imprigionato nel “sè stesso”. Ebbene il colpo supremo gli sgorga nella sua contesa contro il sensismo i cui esponenti sostenevano che la conoscenza viene dal sentire e percepire. Dice Leibniz: Vero, niente è nell’intelletto che prima non passi per i sensi, ma l’intelletto non passa per i sensi, esiste già in noi. L’intelletto ossia la consapevolezza, addirittura la consapevolezza della consapevolezza. Sì, la consapevolezza non viene dai sensi ma ha coscienza delle sensazioni.

Ecco ciò che distingue l’uomo, la coscienza del sentire e del proprio io. Matematico, inventore, fautore strenuo della pace per la quale spese le sue energie, fondatore di accademie, teorizzatore di una lingua universale. Nato nel 1646, cessò la vita nel 1716. Ebbe fastidi nella disputa sul calcolo infinitesimale con e contro Isaac Newton, fu irriso da Voltaire per l’ottimismo sul male come ingrediente del mondo migliore tra i possibili. Arthur Schopenhauer lo derise contrapponendogli il peggiore dei mondi possibili, il nostro. Ma se il nostro è il peggiore dei mondi possibili appunto per questo dovremmo agire per salvarlo come e quanto possiamo. Del resto quella monade umana chiusa irrimediabilmente nella sua individuazione che prende dall’infinito mondo che reca in sé qualcosa per amore del conoscere è una degna figurazione dell’uomo degno di essere uomo “cosciente”.