A cosa serve conoscere l’arte? Domanda dalle innumerevoli possibili risposte, ma voglio offrirvene una tra tutte: servirebbe, ad esempio, a evitare di dire idiozie sul fisico di una donna in carne, nel caso di Vanessa Incontrada, ma vale per tutte coloro che non sono propriamente filiformi. Serve poi a comprendere come, anche e proprio per mezzo dell’arte, si possano evitare le trappole vietnamite del cosiddetto “pensiero unico” ormai generalmente imposto e che, in questa occasione, vorrebbe il modello femminile uniformato presumibilmente a ciò che il politicamente corretto impone. E se sei di forme abbondanti – giunoniche si sarebbe detto con riferimento alla cultura classica o più semplicemente “matronali”, come invece avrebbe chiosato mia madre da buona massaia – devi ormai essere additata alla gogna del pubblico ludibrio.

Ora la recente vicenda del cosiddetto body shaming nella quale è incorsa la graziosa e brava – sottolineo graziosa e brava – attrice catalana, ci dovrebbe, ma so che ai più ignoranti questo non avverrà, indurre a pensare non soltanto a come nei secoli sia mutato, a volte anche copernicanamente, il concetto di “bellezza” del corpo femminile. Ma di come, soprattutto, ciò sia avvenuto nel campo dell’espressione artistica.

Senza dunque rifarci ai casi surrealistici del contemporaneo Fernando Botero, le abbondanti curve muliebri che ostentano sensualità e aristocrazia barocca nei dipinti di Pieter Paul Rubens sono esattamente le stesse dall’Incontrada. O qualcuno trova da ridire su una tela del pittore olandese, seppur dinanzi a cotanta manifesta cellulite come nella sua Venere al bagno? Eppure, questi dipinti sono esposti nei più grandi musei del mondo, li vediamo in mostre di grande successo, inondate da folle di pubblico osannante, in convegni di prim’ordine e in cataloghi e libri dalle patinate pagine con foto a colori. Certo, in antico, colui che è pingue è solitamente ricco e dunque potente, pertanto può concedersi il lusso di mangiare più volte al giorno durante tutto l’anno. Magri, financo scheletrici, sono sempre dunque i reietti e i malati. Tranne nel caso l’immaginario si rifaccia alla mistica e all’ascesi di coloro che hanno volutamente scelto la mortificazione delle carni. E allora – ma anche qui non assistiamo a una esaltazione delle ossa – certamente la corpulenza è segno di una carnalità legata più alla materia che non allo spirito. Persino nelle raffigurazioni dell’arte orientale, tuttavia, abbiamo dei Buddha pingui e altri emaciati.

Ma torniamo al nostro Occidente, nel quale sono tutti belli rotondi i putti rinascimentali, tanto che a volte verrebbe da chiedersi come possano le loro piccole ali sollevare quel peso, eppure lo fanno… non diversamente dal calabrone che vola contro qualsiasi legge della fisica. È allora grasso Bacco e il suo maestro – Sileno – che lo segue danzante, così come certi satirelli di lorenziana memoria, ma persino lo stesso Gesù Bambino è sovente riprodotto come un normale infante ben pasciuto e lo vediamo bene nei dipinti di Lorenzo di Credi.

Troviamo persone, che oggi definiremmo obese, nelle tavole allegre di feste e divertimenti popolani, scaturite dal pennello di Pieter Bruegel il Vecchio, che subito ci rimandano alle sapide descrizioni letterarie delle avventure di Gargantua e Pantagruel di François Rabelais. La Lattaia dipinta da Jan Vermeer oggi sarebbe definita sovrappeso, anche se contenuta nel suo guardinfante e celata sotto le ampie gonne secentesche. I nudi rococò di Jean-Honoré Fragonard, avvolti nella penombra e mai abbastanza dalle lenzuola, ci mostrano glutei non distanti per rotondità e dimensioni da quelli oggi tanto apprezzati di una Elettra Lamborghini o di Jennifer Lopez, sempre per restare nel capo del gossip, che tanto piace.

Altrettanto morbide ci appaiono le donne dipinte nell’opera Il bagno turco di Jean-Auguste-Dominique Ingres, così sensuali nella loro rilassatezza da odalische ottocentesche come La bagnante di Valpinçon. Le donne di Pierre-Auguste Renoir, dolci e avvolgenti, figlie di quella Rinascenza italiana profumata di lussuria e incanto, non sarebbero certo mai entrate in una taglia 42. In tempi più recenti, ma con differente approccio, Lucian Freud ha mostrato corpi nudi femminili affetti da eccessi adiposi, eppure nessuno ha gridato mai allo scandalo.

Siamo infine certi che le aristocratiche e diafane dame della Belle Èpoque dipinte da Giovanni Boldini non nascondano morbide valli e ubertosi golfi sotto quei vestiti di tulle? O dovremmo dimenticare che le donne dipinte dalla saffica Tamara de Lempicka siano tutt’altro che simili al “bellissimo scheletro” che Salvador Dalì ammirò, vedendo per la prima volta una giovanissima e seducente Amanda Lear venirgli incontro nel sole della Provenza?

La mancanza di conoscenza dell’arte lungo i secoli induce, quindi, alcuni meschini individui dalla percezione limitata alla più inutile delle crudeltà: quella fine a se stessa, dettata dall’invidia verso chi si vorrebbe essere e non si può. Incuranti poi dell’indubbia ineluttabilità che per tutti esista lo scorrere del tempo e la decadenza del corpo fisico, crollo che – si rasserenino i più tristi odiatori da tastiera, malmostosi e rancorosi critici ai quali nulla è stato chiesto di dire da nessuno – prima o poi, inevitabilmente colpirà, trasformando seni prosperosi in cadenti giberne e natiche sode in vuote cupole butterate. Lasciando invece intatto, in chi ha avuto la fortuna d’essere bella e in forma, quell’eterno ricordo che, come dice John Keats: “Una bella cosa è per sempre una gioia: la sua bellezza aumenta e mai sparirà nel nulla”.