Il sentimento estetico di un intellettuale libertino e disorganico

Il 7 novembre 2016 Mario Perniola, uno dei maggiori e più originali filosofi italiani dell’ultimo mezzo secolo nonché uno dei pochi ben conosciuti all’estero, ebbe dal suo medico una prognosi infausta: “Un anno di vita. Non un mese di più, né un mese di meno”. Cosa accadde durante quell’anno Perniola lo racconta in un libro che è anche un testamento filosofico: Tiresia contro Edipo. Vita di un intellettuale disorganico (Il melangolo edizioni, Genova, 2021), libro che è essenzialmente il tentativo di decifrare il senso del proprio destino alla luce della propria malattia. S’ispira in tale tentativo all’idea stoica di amor fati, che Perniola definisce come “l’adesione incondizionata a ciò che è stato, a ciò che è, a ciò che sarà”, e cioè a quella “riconoscenza nei confronti del nostro destino” che si concilia in lui con quel sentimento estetico che lo ha accompagnato durante tutta la vita. Come osserva Enea Bianchi nella bella introduzione al volume da lui curato – gli stoici, per i quali la realtà è permeata dal logos, rintracciano la bellezza e il vero bene nel mondo e non in un mondo dietro al mondo”. Rintracciare la bellezza nel mondo, saperla trovare nel proprio destino anche quando ci conduce all’incontro con Madame Morte, è uno dei principali motivi ricorrenti in questo libro, e poiché per farlo è necessario mettersi alla ricerca delle cause psicologiche del suo male a questo fine viene evocato Tiresia, il divinatore della tragedia di Edipo, proprio in quanto è ritenuto in grado di anticipare le cause psicologiche del male. E secondo l’autore, nel suo caso, l’origine del male è riconducibile al bisogno di essere visti. Per rintracciare la genesi di questo bisogno Perniola intraprende una sorta di autoanalisi filosofica. Come accadeva per i filosofi antichi, anche lui non trascurava di dedicarsi a esercizi spirituali di varia sorta e in questo caso un tale esercizio consiste nel ripercorrere la propria vita, i suoi viaggi, le sue amicizie, le sue storie erotiche così come i suoi scritti filosofici o letterari senza lesinare dettagli, interrogativi o riflessioni supplementari, così da rendere quest’opera la continuazione e il completamento di tutte le altre.

Quando gli capitava, come accadeva spesso, di viaggiare per conferenze intorno al mondo era solito delegare la donna che dormiva accanto a lui a sognare al suo posto “conferendole tutti i poteri e assumendo per rato e valido il suo operato”. Era forse anche questo una sorta di esercizio per raggiungere quell’indifferenza d’ascendenza stoica che in Del sentire cattolico così descriveva: “Il raggiungimento dell’indifferenza è la premessa fondamentale per essere mossi non dalle proprie passioni, dalla propria soggettività, ma da qualcosa che viene dal fuori, che è altra ed estranea”. Ignazio di Loyola la chiama la volontà di Dio: “Essa non corrisponde mai ai nostri desideri, alle nostre affezioni disordinate”, ma consiste nel raggiungere una condizione d’indifferenza nei confronti di qualsiasi evento ci accada. Si tratta a ben vedere di una condizione forse difficile da conseguire dopo l’annuncio del suo medico, che fece affiorare in lui tutta una seria d’interrogativi nuovi e antichi, come il seguente, drastico e decisivo: “Moltissimi mi hanno aiutato, stimato, provato devozione nei miei confronti e così via, ma amato? Anche ammesso che questa parola voglia dire qualcosa. E viceversa ho amato io qualcuno? Aiutato sì, non ho fatto altro che aiutare, ma amato? Quasi che nel mio modo di essere italiano l’amore sia una cosa da pazzi”. Ma il bisogno di essere guardato gli impediva davvero di amare? Oppure questo bisogno lo esponeva radicalmente a una capacità d’amare più leggera, volatile e persistente a un tempo, e tuttavia rigorosa per chi sapesse coglierla? A domande come queste possono ovviamente rispondere solo persone che lo abbiano conosciuto personalmente, ma il dubbio sulla nostra ipotetica ignoranza a proposito di ciò che ci riguarda in modo essenziale, come circa la propria capacità d’amare, per nessun filosofo che si rispetti può mai essere disgiunto da altri dubbi non meno radicali, da domande altrettanto decisive circa la fase in cui viene a trovarsi la civiltà a cui si appartiene, e Perniola era convinto che il nuovo millennio si fosse “aperto con una spaventosa crisi di fiducia nella fiducia degli altri”, tanto che persino la retorica della missione civilizzatrice della democrazia perde “ogni plausibilità dal momento in cui nello stesso occidente si insinua il dubbio sul carattere civile e democratico delle sue società”.

Anche l’arte contemporanea testimonia di questa profonda mancanza di fiducia e di convinzione che caratterizza la nostra epoca. La sua crisi era già stata preconizzata da José Ortega y Gasset con largo anticipo. L’arte, che “era all’inizio del Novecento di enorme importanza sia per il suo contenuto che investiva i grandi problemi dell’esistenza, sia per la solennità e la dignità che erano conferite al suo esercizio”, in pochi lustri ha smarrito questa funzione: “Essa è stata investita da un processo di devitalizzazione che l’ha spinta alla periferia dell’esperienza vitale. L’arte è diventata prossima ai giochi o addirittura agli sport”, pare regredita a una sua funzione puerile, tanto da indurre a dubitare che possa essere ancora considerata tra i valori dell’occidente. Eppure è proprio l’arte che potrebbe fornirci la possibilità di quell’apprendistato estetico sulla cui importanza già Johann Wolfgang von Goethe e Friedrich Schiller avevano insistito per trovare un rapporto autentico con l’esistenza, e non solo la propria. Anche in Oriente, e in particolare in Giappone, che forse è insieme al Brasile il paese più amato da Perniola, quando da noi correva il secolo dei lumi il sentimento estetico aveva un ruolo fondamentale. Secondo un contemporaneo di Denis Diderot, il filosofo giapponese Motoori Norinaga (1730-1801), “il sentimento estetico delle cose, che in giapponese si chiama mono-no-aware, nasce appunto da questa esclamazione di meraviglia e di ammirazione nei confronti delle cose (mono) del mondo. Hanno aware coloro nei quali la dimensione del sentire occupa un posto primario, che sono attenti alla sensibilità altrui, che sanno rallegrarsi e affliggersi quando è il caso di affliggersi. Mi sembra molto significativo – spiega Perniola – che proprio nel momento in cui in Europa nasceva l’estetica come campo autonomo rispetto alla conoscenza scientifica e alla morale, in Giappone si fosse un pensatore che portasse avanti la stessa strategia culturale, sostenendo l’indipendenza della poesia e della letteratura”. Di quell’approccio all’esistenza nell’epoca attuale è rimasto davvero poco. Oggi siamo preda di un diffuso conformismo moralistico che costituisce un inciampo velato per una simile dimensione estetica e Perniola cita a questo riguardo una frase emblematica di Vilfredo Pareto: “C’è oggi una religione umanitaria che regola le espressioni di pensiero degli uomini e se casualmente qualcuno si sottrae, appare mostruoso”. Un’opinione analoga sembra profilarsi in Hannah Arendt, le cui parole calzano a pennello all’imperversante politically correct dei nostri tempi: “La bontà può avere soltanto un influsso corruttore nelle cose pubbliche. L’ipermoralismo è una sorta di oppio ideologico, che si rifiuta di vedere la realtà”, e che può sfociare addirittura nell’aggressività.

Anche alla luce di queste considerazioni, pare evidente quanto Perniola fosse attento anche al minimo trascolorare dei costumi e dei tempi, capacità che si era sviluppata in lui probabilmente anche in virtù dei suoi frequenti viaggi in ogni parte del mondo. Nonostante la sua lunga attività di conferenziere internazionale condivideva però l’impressione di Eugenio Montale, che nelle conferenze, nei convegni, nelle lezioni si trovassero soltanto “lettere fruste dei dizionari”, mentre si sentiva spesso pervaso da una diffusa sensazione ben descritta da due versi esemplari di Salvatore Quasimodo: “Non saprò nulla della mia vita / oscuro monotono sangue”. A volte gli pareva infatti di non aver capito nulla della sua vita, ma sapeva che la “vera vita” implica una complicità con la morte, così come l’amore, in particolare quello che avvolge e sfiora i mistici. In Enigmi Perniola così descrive l’amore di Maria Maddalena De’ Pazzi (1566-1607), quale uscì dalle Parole dell’estasi: “Non è un amore ozioso, né ansioso, né impaziente, né saziato… ma un amore morto”. Con quest’aggettivo però ella non intende affatto un amore giunto a termine, ma proprio al contrario la forma più alta e perfetta dell’erotica. Esso nulla vuole, nulla sa e nulla vuole potere, ma è pronto a riflettere con la stessa immediatezza tanto Dio quanto il demonio. Maria Maddalena dice di vivere tutto come se fosse morta”. Si tratta di parole che anticipano alcuni temi contenuti in una delle sue opere più famose, di qualche anno successiva: Il sex appeal dell’inorganico. Questo tipo di amore, verso cui probabilmente aleggiava sulla scia di un vento lieto o cupo a seconda delle circostanze, non gli impediva d’indulgere con piacere alla tentazione di un libertinismo erudito e verso un erotismo che teneva a mantenere ben distinto dall’amore: “L’erotismo è fondamentalmente differente sia dall’amore, sia dalla violenza – scrive infatti. Esso presuppone partner sessuali che in qualche modo, sia pure segreto ed implicito si danno e in qualche modo, altrettanto segreto ed implicito, si negano”.

Anche nell’erotismo, come nella vita in genere e nell’amore, non si può tuttavia prescindere dalla complicità con la morte. Si potrebbe dire che non possono prescindere gli uni dall’altra così come il sorriso non può prescindere dal silenzio, perché sono affini, ed “entrambi presentano un carattere essenzialmente enigmatico” Proprio quando la morte si avvicina drammaticamente alla vita si manifesta il suo legame con Eros: “Sono davvero conciliato con la mia vita e la mia morte? – si chiede – È la scrittura di questo libro che mi persuade che nulla sarebbe potuto essere differente da quello che è stato, che parimenti necessario sono quello che è, e quello che sarà”. Si tratta in effetti di un libro fondamentale per ritrovare un senso che ha di volta in volta assunto aspetti diversi e talora contrastanti, in un gioco di seduzioni erotiche e risonanze filosofiche che non ha mai smesso di misurarsi con il corso dei costumi dei tempi. L’esito di un simile tragitto potrebbe alla fine risultare inquietante, dato che “l’universo è diventato infernale” da quando l’insegnamento del Buddha è stato completamente dimenticato. La distaccata partecipazione a ogni vicenda del mondo, predicata, oltre che dal Buddha, anche dal taoismo e dallo stoicismo, costituisce infatti un esercizio spirituale ormai desueto. Ma questo scenario racchiude forse in sé l’occasione per uscirne definitivamente: “Se non è più possibile uscire dall’inferno globale in cui viviamo, allora non esistono più le regole e nemmeno la loro trasgressione. Ma se tutto è inferno, niente è più veramente inferno! L’idea dell’inferno scompare e nasce una nuova distinzione molto interessante: quella tra la vera Terra pura e la Terra pura provvisoria, che non è né un inferno né un paradiso, ma una situazione intermedia, a condizione che non si dimentichi che la vita umana è impermanenza, sofferenza e non io”.

Verso la fine di giugno la cura sta finendo: l’autore spera di tornare presto nella sua casa d’origine a Trastevere, in cui aveva vissuto con la sua prima moglie e con sua figlia, una casa che ha riempito di specchi. La sua passione per queste superfici non è dovuta né a qualche forma di vanità né alla convinzione che lo specchio sia un simbolo di verità, ma ha forse a che fare con la stessa attrazione repulsiva che Jorge Luis Borges provava per il loro alone simbolico: “Io cerco nello specchio – scrive Perniola in una delle ultime pagine del libro – qualcuno che mi guardi, che mi assicuri della mia esistenza, ma trovo solo il mio sguardo e non vedo lo sguardo altrui. Il mio è uno sguardo cieco. L’immagine dello specchio mi guarda ma non mi vede; non mi dà nessuna garanzia della mia esistenza, mi mostra la mia cecità: l’impossibilità di essere visto da un altro occhio. Io non mi vedo. Sono cieco rispetto a me stesso. Nello specchio nessuno mi vede. Gli occhi dello specchio sono ciechi, non mi vedono. Lo specchio è simbolo della mia cecità”. 

Questa è solo una delle ultime confessioni filosofiche da cui è attraversato questo libro, che ha il sapore di un classico. L’alternanza di riflessioni e di semplici annotazioni, di dubbi e di ricordi legati a relazioni erotiche e affettive mai ipocrite o convenzionali ne fa un esempio estremo di quella vocazione filosofica e letteraria che aveva caratterizzato la tradizione greca e romana, dove il filosofare procedeva di pari passo con la vita. Si tratta infatti di un esercizio spirituale più simile a quelli che secondo Pierre Hadot caratterizzavano la filosofia antica che non alle trattazioni spesso asettiche di molta filosofia contemporanea, quasi sempre disimpegnata rispetto alla propria esperienza vitale e che si risolve in un puro esercizio intellettuale. Per la chiarezza e l’eleganza dello stile, per la franchezza e sobrietà del pensiero, per la sua consistenza di testimonianza priva dell’usuale retorica accademica il libro di Mario Perniola costituisce invece a suo modo un esempio riuscito di romanzo-saggio autobiografico: Tiresia contro Edipo è infatti una storia della propria filosofia erratica, ma tutta intessuta intorno a un unico filo, è un’autoanalisi e un libro di viaggi, un diario intimo in cui l’autore fornisce un testamento spirituale degno di rimanere tra i classici, accanto ad altre, e alte, confessioni filosofiche del passato.