“Esterno notte”: il film che parla alla coscienza di tutto il Paese

Il caso Moro minuto per minuto. Così possiamo definire Esterno notte, il monumentale film, per un totale di circa 6 ore di proiezione, divise in due parti (la seconda, in uscita il 9 giugno) che Marco Bellocchio ha dedicato alla vicenda politica e umana di Aldo Moro, da Via Fani a Via Caetani, dal 16 marzo al 9 maggio 1978. Due mesi, aperti dalla strage degli uomini della scorta di Moro, la mattina presto del giorno in cui le Camere dovevano votare la fiducia al IV governo Andreotti (monocolore Dc con l’appoggio esterno anche dei comunisti, per la prima volta nella storia del Paese: capolavoro politico del presidente della Dc nell’era della “solidarietà nazionale”), e chiusi, nel primo pomeriggio del 9 maggio, dal ritrovamento del cadavere del rapito a Via Caetani, in pieno centro di Roma, esattamente a metà strada tra le sedi di Dc e Pci. In mezzo, un tempo – che all’epoca sembrò interminabile – segnato continuamente da misteri, colpi di scena, intrighi, gioco delle parti, pressioni internazionali, ipotesi anche inverosimili e segnalazioni di tutti i tipi, che ingolfavano letteralmente i centralini e le sale intercettazioni telefoniche delle forze di sicurezza. Un’opera nettamente superiore alle altre dedicate allo stesso tema, sin dal 1986 (con Il caso Moro, di Giuseppe Ferrara, basato in gran parte sul libro del giornalista americano Robert Katz). Compresa anche Buongiorno notte, pellicola dello stesso Bellocchio che, però, indugiava più sui risvolti umani e psicologici dei personaggi, “divertendosi”, in ultimo, con riscritture della storia quasi alla Quentin Tarantino (Moro liberato dai suoi carcerieri, per gentile intercessione di un’Adriana Faranda pentita). Esterno notte, infatti, pur ripercorrendo il caso più sul piano degli sconquassi psicologici creatisi per gli attori della vicenda (dal presidente Dc a Francesco Cossiga, da Eleonora Moro a Papa Paolo VI, sino agli stessi brigatisti) che sul pianeta della politica, non manca di focalizzare i nodi principali di quei due mesi in modo finalmente più serio e obbiettivo, facendo giustizia di tanti luoghi comuni e “frottole più o meno accreditate”. Vediamo, così, l’agguato di via Fani finalmente ricostruito per quello che fu: cioè un’azione realizzata dalle sole Brigate rosse (cui non mancavano uomini sufficientemente addestrati), senza bisogno, cioè, dell’aiuto di reparti speciali di Cia o Kgb, di mafia o ‘ndrangheta, né strane presenze di agenti in motocicletta presunti fiancheggiatori dei terroristi (di cui s’è incredibilmente favoleggiato negli ultimi anni). Come vediamo l’amerikano Steve Pieczenik, il consulente, specializzato in lotta al terrorismo, dell’amministrazione Carter richiesto dal governo Andreotti, parlare più volte con Francesco Cossiga: salvo poi tornarsene dopo poche settimane negli States, una volta constatato (come da lui stesso raccontato, pochi anni fa, in una celebre intervista) il ben scarso desiderio di molti esponenti della stessa Dc di veder ritornare Moro vivo.

Il film, iniziato a girare nel 2021 e presentato all’ultimo Festival di Cannes, nato dall’idea del regista di una serie tivù per la Rai (con passaggio sugli schermi televisivi nel prossimo autunno) e di coproduzione italo-francese, con la presenza di Rai Fiction, si avvale d’una sceneggiatura dello stesso regista e diStefano Bises, Ludovica Rampoldi e Davide Serino, con la consulenza anche di Miguel Gotor, assessore alla Cultura di Roma Capitale. Fotografia (a tratti, giustamente “allucinata”) di Francesco Di Giacomo, musiche di Fabio Massimo Capogrosso; perfetta la ricostruzione di ambienti e dettagli dell’epoca. Notevole il cast.

Fabrizio Gifuni (già interprete del Moro ministro degli Esteri ai tempi di Piazza Fontana, nel film di Marco Tullio Giordana Romanzo di una strage) è un presidente della Dc straordinariamente somigliante al vero anche nel modo di parlare e nella gestualità: che vediamo pure nella vita domestica, mentre gioca con l’amato nipotino Luca, o raccomanda alla figlia Agnese di lavarsi le mani, o propone alla moglie di andare il 16 marzo, dopo il voto delle Camere, alla casa di Torrita Tiberina. Margherita Buy è una credibile Eleonora Moro; Toni Servillo, un Pontefice che sino all’ultimo cerca di salvare il suo vecchio amico dei tempi della Fuci, rivivendo, nel dilemma se trattare o meno con le Br al posto dello Stato, quasi gli stessi drammi, “mutatis, mutandis”, di Pio IX col Risorgimento e Pio XII dinanzi alla Shoah.

Fausto Russo Alesi (già l’Agente Z, Guido Giannettini, sempre in Romanzo di una strage) è Francesco Cossiga, colto anche nel suo dramma personale di fedelissimo di Aldo Moro (che lo porta a preparare una lettera di dimissioni da ministro dell’Interno già pochi giorni dopo il rapimento del presidente Dc), Daniela Marra, Adriana Faranda; Gabriel Montesi è Valerio Morucci, con la Faranda leader dell’ala movimentista delle Br (saranno ambedue catturati un anno dopo Via Caetani, a Brigate rosse ormai quasi all’ultimo atto della controffensiva di Carlo Alberto Dalla Chiesa). Davide Mancini, l’inafferrabile deus ex machina Mario Moretti.

Mentre Fabrizio Contri è un Giulio Andreotti come sempre in bilico tra laicismo europeo e ambiguità cardinalizia, e Paolo Pierobon è Monsignor Cesare Curioni, protagonista dell’inutile tentativo di mediare tra ambienti delle Br e Vaticano (disposto a versare 10 miliardi ai terroristi pur di salvare Moro).

Pier Giorgio Bellocchio è Domenico Spinella, capo della Digos (inesatta, però, la scena in cui è Spinella alla testa del nucleo di poliziotti che suona alla porta proprio dell’appartamento di Via Gradoli, iniziale prigione di Moro; in realtà, al suo posto c’era un semplice maresciallo); Gigio Alberti, infine, è il segretario della Dc Benigno Zaccagnini (che lascerà la segreteria del partito, gravemente provato anche lui dal caso Moro, nel 1980). Esterno notte, come già rilevato da altri critici, è un film che senz’altro scuote le coscienze. Fa male e fa bene al tempo stesso: parlando al Paese, e a ognuno di noi.