Visioni. “Diabolik”, un’involontaria autoparodia

Diabolik è un progetto cinematografico fallimentare. Sotto ogni profilo. Il film tratto dal fumetto ideato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani delude su tutta la linea. È un adattamento che non appassiona, è un noir che non inquieta, è un’idea di cinema superata. Il film dei romani Manetti Bros. arriva dopo la trasposizione di Mario Bava. Ma se il lungometraggio del 1968 è governato da un autoironico inno al cattivo gusto, Marco e Antonio Manetti azzerano il disincanto sarcastico, in favore di una regia didascalica e fredda. Il copione del film, firmato dagli stessi fratelli cineasti e da Michelangelo La Neve, prende spunto dal terzo albo della serie originale, L’arresto di Diabolik. Il racconto è ambientato alla fine degli anni Sessanta. Diabolik (Luca Marinelli) è il famigerato criminale che semina il terrore nell’immaginaria Clerville. Un ladro imprendibile, un assassino privo di scrupoli, di cui nessuno conosce la vera identità. Riesce a farla franca, per l’ennesima volta. Sfugge alla polizia guidata dall’ispettore Ginko (Valerio Mastandrea). Il prossimo obiettivo dell’uomo mascherato è il diamante rosa di una ricca ereditiera, Lady Eva Kant (Miriam Leone), da poco rientrata dal Sudafrica. La donna è insidiata dal viceministro della Giustizia Caron (Alessandro Roia). Grazie all’ennesimo travestimento, Diabolik entra in scena in una stanza d’albergo, trovandosi al cospetto di Eva. È l’inizio di una conturbante storia d’amore.

Il raggelato parossismo dei fratelli Manetti condiziona, innanzitutto, la direzione degli attori. Il Diabolik interpretato da Luca Marinelli risulta catatonico. In preda a una flemmatica distanza dal personaggio. Immune ai sentimenti e alle emozioni. Quasi intimidito rispetto a un ruolo così distante dal vitalismo delle sue prove precedenti. Anche Valerio Mastandrea, che dà il volto all’ispettore Ginko, è artefice di un’interpretazione fin troppo placida. Dilatata come l’intero impianto narrativo generale. L’attore romano cerca di dare credibilità a un personaggio che risulta macchiettistico. Eva Kant è interpretata dalla bellissima Miriam Leone. Ma l’attrice catanese è costretta a pronunciare battute imbarazzanti, con un’enfasi degna di una soap italiana anni Ottanta. Porta sul grande schermo una femme fatale perfetta sulla carta, che, nella resa finale, risulta improbabile.

La domanda è d’obbligo: perché tradurre un fumetto come Diabolik attraverso una messa in scena così esangue? È una grave colpa. Perché è di gran pregio il lavoro sulla colonna sonora, con le musiche di Pivio e Aldo De Scalzi e la bellissima canzone originale La profondità degli abissi di Manuel Agnelli, premiata con il David di Donatello. Così come notevole è l’apparato scenografico anni Sessanta curato da Noemi Marchica. D’altro canto, il film risulta svogliatamente rétro. Eppure, inizia con inseguimento. L’incipit del racconto sembra presagire un approccio dinamico. Il richiamo ai polizieschi italiani anni Settanta è evidente. Ma è scevro da quella coinvolgente energia. Se in quei film l’azione è tutto, è pur vero che risulta credibile e ben girata. D’altro canto, il lungometraggio dei Manetti Bros. è privo di tensione e sovraccarico di dialoghi ridondanti. Per queste ragioni, il rischio maggiore che corre il film, lungo i suoi eccessivi 133 minuti, è un’involontaria autoparodia. Purtroppo non c’è niente da ridere. Ogni scena, ogni scelta registica, ogni parola, apre la strada alla caricatura. È un cinema che ambisce alla trasgressione, ma, non riuscendo a sfidare il luogo comune, diventa esso stesso stereotipo, convenzione, conformismo.