La sfida di San Tommaso

Tommaso d’Aquino è un pensatore sistematico, vale a dire sull’esempio di Aristotele distingue le manifestazioni oggetto del pensiero: metafisica, fisica, morale, conoscenza politica e quant’altro. Platone scorrazzava, anche se svolgeva ampiamente le tematiche, Aristotele era monografico (se si occupava di Estetica si occupava soltanto di Estetica, se si occupava di conoscenza si occupava soltanto di questa, anche se all’interno di un sistema organico, vale a dire coerente). È la coerenza dell’insieme che rende sistematico un pensatore, il quale presume di poter spiegare tutto e di stabilire una concezione che soddisfa l’intendimento totale, appunto. Niente deve sottrarsi all’attenzione e alla spiegazione.

Poniamo, la morale? Dire che cosa è morale e che cosa non lo è. La conoscenza? valutare quel che ci fa conoscere la verità e quel che non ottiene la verità, e così discorrendo. Il medioevo è l’epoca che stabilì un rapporto deciso tra mondo e Dio. Non che precedentemente non esistesse questo rapporto. Il medioevo lo scolpì: l’uomo vive questa terra per fini ultraterreni, ma è necessario sapere come vivere in terra per conquistare il cielo. Tommaso splende in questa concezione. A somiglianza di Dante Alighieri, o per meglio dire, Dante Alighieri a somiglianza di Tommaso, fa lo stesso percorso. Dall’inferno ossia la terra, il mondo con le sue malefatte, al cielo, al paradiso.

Fondamentale essere già nel paradiso sulla terra, ossia perfetti cristiani (cattolici). Essere perfetti in terra per guadagnare la perfezione in cielo è lo scopo della morale, ovviamente anche della fede. Nella morale come sempre Tommaso ripropone Aristotele e le virtù dianoetiche ed etiche di Aristotele. Queste virtù basate sulla conoscenza, le virtù etiche basate sul comportamento. Ma essendo la morale cristiana, Tommaso aggiunge virtù cristiane, ossia la fede, la speranza e la carità. Anche per Tommaso come per Aristotele il fine della vita è la felicità, ma la felicità secondo la morale cristiana. E questo è un punto discriminante. La morale cristiana ha come fine l’aldilà pur essendo compiuta nell’al di qua. La morale aristotelica si conclude nell’al di qua.

Aristotele era radicale, l’uomo deve vivere per il mondo, nel mondo, esclusivamente, non avere alcun traguardo al di là della vita, e la felicità non rimandata ma vissuta finché si vive. Tommaso è per la vita, per la mondanità ma si inoltra nell’oltre mondo. La terra é preparatoria all’aldilà. E tuttavia nella terra va compiutamente vissuta la morale, quindi una doppia finalità, quella di cittadino, di uomo terrestre e di uomo che tende a oltrepassarsi dopo la morte. Tommaso aggiunge all’atto morale, indispensabile, la retta intenzione del bene, anche se il bene non è raggiunto. L’uomo dispone del libero arbitrio, indispensabile, dato che deve scegliere tra bene e male. Se esistesse solo il bene non vi sarebbe bisogno della libertà.

Sostiene anche che la conoscenza che Dio ha dei nostri atti e la provvidenza preposta da Dio non ci tolgono la libertà, e riprendendo Agostino, che il male è mancanza di bene. È da evidenziare che Tommaso si addossa un compito enorme, sciogliere tutte le difficoltà insite nella concezione cattolica e che potrebbero vulnerarla. Ad esempio: la Provvidenza. È una concezione stoica ripresa dal cattolicesimo, ma come si può concepire, ritenere esistente la Provvidenza non derivando che l’uomo ne è strumento e quindi non è libero? Tommaso risolve, si fa per dire, l’antitesi, sostenendo che Dio nella Provvidenza pone la libertà dell’uomo. Fantasie indimostrabili, ma, come accennato, offrono una presunta spiegazione, ed è questo che rende Tommaso il maestro del cattolicesimo. La sua capacità molto ardimentosa di dare una spiegazione.

In quanto al male come mancanza di bene, ne ho accennato scrivendo di S. Agostino: è tesi problematica. Se Dio è totalità di essere ed è Bene, la mancanza di bene non può esistere, sarebbe come mancanza di essere, ossia il male non esisterebbe e quindi non esisterebbe il peccato. Il che per un cattolico è un assurdo. Lo scetticismo greco arrivava a questa conseguenza, ma era, appunto, scetticismo, non religione. Anche la politica occupa ampiamente il pensiero di Tommaso, e anche stavolta egli ricalca Aristotele. L’uomo è un animale sociale, la società lo rende completo, gli dà pienezza, gli permette l’operosità. Si tratta di stabilire però il modo di governare la società, e Tommaso si orienta per il sistema monarchico. Tuttavia lo stato deve seguire i dettami della chiesa, giacché lo scopo dell’esistenza è la retta vita, e quindi nelle mani della chiesa.

Questo sarà oggetto di una controversia violentissima che coinvolgerà i francescani e lo stesso Dante, tutt’altro che convinti di una dipendenza dello stato dalla Chiesa, ma vedremo. All’apparenza Tommaso d’Aquino sembra affidare alla ragione, all’anima razionale, la capacità di sondare, capire la realtà, e tuttavia egli vuole che la ragione dimostri quanto è stabilito dalla fede, dai dogmi, dalla chiesa. Insomma, incredibilmente e con un volo luciferino, egli esige che la ragione riesca a spiegare i principi cattolici. È una razionalità interna al cattolicesimo la sua. Cerca di comprendere a lume di logica la creazione, la compresenza della doppia natura di Cristo, l’immissione dell’anima nel corpo, l’individualità.

Temi che difficilmente la ragione può dimostrare, sicché vagliare con la ragione per dimostrare i temi della fede obbliga la complicazione e scioglimenti labirintici ed ingegnosi, nei quali difficilmente la ragione non perde se stessa, diventando serva della fede e alterando il suo scopo. Insomma la ragione dimostrerebbe quanto è accettabile soltanto per fede, ma averlo affrontato con la ragione dà l’illusione di averlo risolto mediante la ragione. Sembra un’assurdità ed è così infatti, ma questa combinazione, combinatoria tra ragione e fede, costituisce l’aspetto diamantino di Tommaso, e del Cattolicesimo, perché in certo qual modo appaga sia coloro che si affidano alla fede sia coloro che si affidano alla ragione.

Per alcuni è il peggio che possa avvenire, soprattutto i francescani e anche per gli agostiniani, per altri e soprattutto per il magistero della Chiesa e per il fedele corrente. È il sommo sforzo dell’uomo di tendere all’estremo la forza della ragione, la forza della fede verso la meta vertiginosa, la comprensione dell’incomprensibile. Dio.