Originario del Tufello, quartiere popolare della Capitale, 34 anni, romano, romanista ma con Torino nel cuore. Figlio della generazione “mille euro”, il viaggio da un call center nella Città Eterna fino alle mansioni di cuoco in Australia (“dove ho trovato l’America”). E la musica sempre nel cassetto, nonostante lo spettro del precariato a tempo indeterminato, con il sogno che – a volte – diventa realtà. Lorenzo Santangelo è il fresco vincitore (con la canzone L’arancio, dedicata al nonno) della ventesima edizione del Premio Fabrizio De André, appuntamento andato in scena all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

La strada seguita dall’artista non è stata banale: gli studi di pianoforte al conservatorio Santa Cecilia, la chitarra e le lezioni da autodidatta, la realizzazione dei primi demo, con un pensiero fisso: “Ho sempre cercato di creare io il percorso, non di seguirlo”. Poi le collaborazioni e un romanzo alle spalle “Qualsiasi cosa sia”. Lorenzo, intervistato dall’Opinione, ha parlato del presente e del futuro (“Sanremo non mi vuole, a quanto pare sono troppo vecchio per loro”) con un monito: “Bisogna credere di più nei cantautori e aiutarli a crescere. In Italia, invece, un cantautore deve fare tutto da solo. E se non riesce, molla”. Dopotutto, come scrive ne L’arancio, “non è il mondo che non sente, sei te che devi urlà più forte”.

Il premio Fabrizio De André con la canzone “L’arancio” e un viaggio, il tuo, che raggiunge una tappa fondamentale….

Sì, davvero fondamentale, e spero che sia un nuovo inizio. Sono stati due anni terribili per tutti e la musica ha rappresentato uno dei settori più colpiti. Vincere il Premio che porta il nome di uno dei più grandi, se non il più grande in assoluto, oltre a essere un grande orgoglio, spero che sia di buon auspicio.

Un futuro come libraio, il call center, cuoco in Australia e la musica che non ti ha mai abbandonato. Nonostante tutto hai seguito i tuoi sogni…

Il mio percorso non si può definire proprio lineare: diciamo che non sono mai stato a guardare, non ho mai subito passivamente la vita. Ho sempre cercato di creare io il percorso, non di seguirlo. In Australia ho trovato l’America, concedimi la battuta. È stata un’esperienza bellissima e sono orgoglioso di essere diventato cittadino australiano, così come lo sono di essere italiano, con tutti i difetti di entrambi i popoli. Dici bene quando parli di sogni, perché i miei sogni sono tutti incentrati sulla musica e non smetto di crederci. Anzi, tutto quello che faccio è per cercare di vivere di musica, in un modo o nell’altro. Forse, da questo punto di vista l’Australia mi ha tolto qualcosa. Magari, se fossi rimasto in Italia, avrei combinato di più ma non possiamo avere la controprova. E comunque quello che scrivo è figlio del mio percorso. Per cui da questo punto di vista, anche da questo punto di vista, sono grato all’Australia.

Romano e romanista, ma anche Torino nel cuore. Ora che cosa si aspetta Lorenzo Santangelo?

Sì, sono originario del Tufello e, per fortuna o purtroppo, clamorosamente romanista. Come la musica, anche quella è una passione che fa soffrire terribilmente, ma proprio come la musica a volte riesce a darti grandi emozioni. Torino è la mia città del cuore, ne sono molto legato, così come ai colori granata. Cosa mi aspetto? O lo scudetto della Roma entro tre anni o un mio successo. Entrambe le cose no, mi sembra esagerato!

Quali sono i prossimi progetti? E nel mirino hai messo Sanremo?

Parlare di progetti in questo momento storico è impossibile. La vittoria al Premio De André mi ha portato 10mila euro dal Nuovo Imaie per l’organizzazione di un tour, quindi spero tanto che la situazione migliori per poterlo fare. Sarebbe bellissimo. Sanremo non mi vuole, a quanto pare sono troppo vecchio per loro. Non potendo partecipare tra i big, salvo successi improvvisi, hanno precluso l’accesso a Sanremo Giovani per chi ha più di 30 anni. Secondo me è una follia: si alza l’età media per qualsiasi cosa, pensioni comprese, perché la vita si è allungata e per Sanremo, a 30 anni, sei musicalmente vecchio? Ridicolo. Per fortuna ci sono anche altre strade da percorrere.

Ultima cosa: che significa fare musica in Italia? Si può ancora fare bella musica?

Non si può, si deve! “L’arancio” dimostra che se scrivi qualcosa con il cuore, poi alla fine arriva. È un pezzo vero, per niente furbo, non ha la classica struttura strofa/ritornello, non strizza l’occhio alle sonorità del momento, ma la gente la sta apprezzando profondamente, la sente. Il cantautorato italiano è un’eccellenza e va protetto. Bisogna credere di più nei cantautori e aiutarli a crescere. In Italia, invece, un cantautore deve fare tutto da solo. E se non riesce, molla. Pensa se avesse mollato De André, o Dalla, o Battiato. Pensa che disastro culturale. Abbiamo bisogno dei cantautori.