Religione Vedica, Induismo, Buddha

Personaggi della civiltà

La religione vedica era assolutamente devozionale, forse millenni avanti Cristo, gli uomini pregavano gli Dei per ottenere favori, in cambio recavano doni. Non ha niente di diverso dalle odierne religioni il cui fedele dona, fa “voti”, sacrifici per ottenere il favore di Dio o dei santi. Il tramite di queste preghiere e di questi doni era ed è il sacerdote, il bramino. Questo è il momento popolare della tradizione vedica. Accanto ad oltre tali aspetti devozionali per ricevere una buona sorte vi era nella religione vedica una tesissima voglia di capire come mai esiste il mondo, se c’è un Creatore, se c’è una spiegazione o dobbiamo patire di non sapere come mai esiste ciò che esiste. Negli Inni vedici, insieme alle preghiere ed ai riti per ottenere benefici, vi sono interrogativi impressionanti, attualissimi: ciò che esiste viene da qualcuno, da qualcosa? Viene dal Nulla? Lo sanno gli Dei? O neppure gli Dei sanno alcunché? Sono interrogativi persino più spregiudicati di quelli che concepirà la filosofia greca. Interrogativi che rimanevano senza risposta.

Pur essendoci una enorme quantità di enti divini, quasi la divinazione di ogni esistente: fiumi, montagne, animali, alcuni Dei erano eminenti sia nella religione vedica sia in quella induista, e incarnavano forse naturali, come poi avverrà nella religione greca, Senza precisare tutti gli Dei vedici ed induisti, ne diciamo alcuni. Agni impersonava il fuoco, Varuna i fiumi e gli oceani, Mitra la moralità, Indra la guerra ed i temporali, Ganesha la saggezza, Hanuman la scimmia umana, Krishna era un’incarnazione di Vishnu, Kalì era divinità sia della vita sia della morte mentre al sommo delle divinità nell’induismo stavano e restano Brahma il creatore, Shiva il distruttore, Vishnu il conservatore dell’ordine. Il tutto era dentro l’Essere Totale, il Brahman. Quest’ultima formulazione è propria dell’Induismo. L’Induismo è attualmente la più seguita religione dell’India, Paese sterminato di circa un miliardo e duecento milioni di abitanti, antichissimo quattro millenni avanti Cristo, con molteplici popolazioni succedute nel territorio, dagli iranici ai Mogul. Nel XVII secolo colonia inglese, attualmente Repubblica indipendente, da sempre dedita all’agricoltura, oggi relativamente industrializzata e avanzatissima nel campo delle nuove tecnologie.

Visione cosmica e sociale dell’induismo

L’Induismo è una religione molto elaborata, ha dei testi assai rilevanti, una formulazione millenaria e, come detto, è la religione fondamentale di centinaia di milioni di indiani, e di gran lunga più diffusa in India delle altre religioni nate in quel Paese come il Buddhismo e il Giainismo, mentre l’Islam viene dall’esterno ed è ormai predominate in una parte divisa dell’India, il Pakistan. L’Induismo è soprattutto una religione nazionale del popolo indiano, a differenza del Buddhismo che è religione universalistica come il Cristianesimo e l’Islamismo. L’Induismo affronta tutti i temi della vita, dall’aldilà all’esistenza terrena, addirittura anche prima dell’esistenza terrena. Nella concezione induista vi è un’anima cosmica da cui si separa una particella attratta dal desiderio dei godimenti terreni e si imprigiona in un corpo; l’individuo che ne deriva si incarna in una casta a seconda delle sue qualità. Le caste sono rappresentate dai sacerdoti o bramini, dai guerrieri o signori aristocratici, dai mercanti, dai lavoratori, e dai paria o fuori-casta, gli intoccabili giacché compiono i mestieri più luridi.

Se si appartiene ad una casta non è lecito avere rapporti matrimoniali se non con i membri della stessa casta, né si può cambiare casta. È assolutamente doveroso compiere i doveri della propria casta: il mercante deve saper commerciare, il lavoratore lavorare, il guerriero combattere, il bramino officiare i riti, i paria fare quanto compete loro. A nessuno è consentito di sottrarsi ai compiti specifici della casta. Se il proprio dovere non è ben compiuto, alla morte l’anima si reincarna in una casta inferiore o persino in un animale. Queste reincarnazioni (Samsara) durano fino a quando dura il karma ossia il peso di una vita passata mal condotta. Dopo una serie di reincarnazioni finalmente l’anima, se ha bene operato, rispettando la casta e i doveri della casta, l’anima, dicevamo, ossia la particella dell’Anima Totale (Atman) torna all’Anima Totale. Nell’Induismo non esiste una immortalità personale. Ciascun uomo è un piccolo “sé”, che alla morte torna al grande “Sé”. In tale maniera l’Induismo garantiva l’ordine sociale,

Nessuno poteva lamentarsi della casta in cui nasceva, se stava in una casta inferiore voleva dire che in una vita precedente si era comportato male. Per risalire di casta o sciogliersi dal vincolo umano e mondano ciascun individuo doveva accettare l’incarnazione e non sottrarsi al dovere della casta. L’Induismo, e vi comprendiamo anche i Veda, ha testi tra i più ardimentosi come problematica morale e conoscitiva e tra i più alti come espressione artistica. Abbiamo accennato agli Inni vedici, ma occorre aggiungere le analisi religiose e filosofiche delle Upanisad e gli sconfinati poemi epico-pedagogici e religiosi: Ramayana e Mahabharata. Nel Ramayana, l’eroe Rama supera tante traversie per raggiungere la perfezione, mentre il Mahabharata nel raccontare la lotta tra due fazioni imparentate pone le teorie induiste, i doveri delle caste, e le varie modalità del controllo di sé con le pratiche yoga. Il controllo di sé avviene con la concentrazione sul proprio respiro, la propria energia vitale, anche sessuale (Tantra), ottenendo una radicale eliminazione delle emozioni. Ne parleremo trattando del Buddhismo.

Sia la civiltà egiziana, sia quella indiana ebbero grande influenza nella civiltà greca e romana. Taluni aspetti della religione greca e poi romana vengono dall’Egitto e dall’India, ma la filosofia del tutto separata dalla religione sembra specifica della Grecia. Lo vedremo. Nell’Induismo si rendeva esplicita e vincolante la connessione tra comportamento mondano e destino nell’aldilà, Bisogna comportarsi virtuosamente del tutto rispettosi dei doveri della casta per “meritare” di sciogliersi dal corpo e reimmergersi nella Grande Anima, L’esistenza terrena individuale è per l’induismo una condanna da riscattare con il dovere castale. È un supporto religioso al mantenimento dell’ordine sociale presente in molte religioni.

Siddharta Gautama, il futuro Buddha, nacque a Kapiklavastu nell’India settentrionale nel 565, data incerta e morì nel 486 a. C. Era di famiglia aristocratica, principesca, il padre lo circonda di cure straordinarie e Siddharta vive nella ricchezza, nella felicità. Prese moglie, generò un figlio. Avvenne che uscendo dal palazzo dove abitava, vide che la vita fuori non era quella che Egli conosceva. Vide la miseria, la morte, vide la pena di vivere. Ciò che Egli viveva non era la vita comune, anzi: non era la vita vera. Colpito da questa nuova e tragica conoscenza, sente di non poter restare nel suo palazzo, nella ricchezza e spensieratezza mentre la vita vera è assai diversa. Abbandona la moglie, il figlio e si rende asceta induista. Digiuna, prega, va ramingo. Non vuole conforto, ma ridursi alla condizione desolata degli altri, riscattare se stesso e liberarsi della vita, come avveniva nella concezione induista. Giunge ad un grado estremo di penuria, ai limiti della morte. Meditando su questa sua condizione, Siddharta è illuminato fa una visione: l’esistenza non va afflitta con il sacrificio della salute ma vissuta con serenità e distacco.

È la trasformazione: Siddharta diventa Buddha (Illuminato). Da quel momento si volgerà a diffondere il nuovo messaggio, la sua dottrina, Raccoglie seguaci, predica, viaggia, e fonda una delle religioni morali di salvezza tra le maggiori della storia, ancora oggi diffusa in tutto il pianeta, specie in Oriente, ma con notevole influenza sul pensiero europeo. Fare della consapevolezza della origine delle emozioni il fondamento della serenità avrà, ripeto, vastissime conseguenze nel pensiero. È una concezione induista, capire da dove e perché sentiamo, fermare coscientemente il processo che consente all’emozione di travolgerci, mantenerci immuni dal sentire, distaccarci dalle emozioni dolorose, stabilire una serenità benevole verso ogni esistente. Semplifico, necessariamente. Mentre l’ascetismo induista annienta le emozioni, come farà lo Stoicismo, il mite. Il misurato ascetismo compassionevole ed a favore di ogni vivente buddhista non esige eccessi sacrificali, qualcosa lo si ritrova nell’epicureismo. Buddha ridusse le incarnazioni induiste, è dubbio che credesse nell’anima, riduceva l’importanza degli dei, perfino con accenni beffardi. Gli induisti considerano Buddha un induista, lo inseriscono nella loro religione. Del resto l’induismo pretende di contenere tutto e tutti (annichilazione). Problematico il rapporto del buddhismo con il male: non resistere, resistere e reagire con distacco? Come che sia è il “distacco” a fondamento dell’Oriente indiano, anche nella sessualità, un distacco con gradazioni di freddezza. Buddha è “misurato”. Gli induisti “freddi”. Le caste non ebbero particolare rilievo in Buddha. Il buddhismo è “religione” universalistica, come il cristianesimo e l’islamismo. Poco presente in India è vasto nel mondo. I pensatori europei dal XIX secolo lo considerarono perfino riproponendolo in forme occidentali (la volontà di vivere che condiziona la mente addirittura sfocia nella psicoanalisi, e la Nolontà ossia il Nirvana è induismo-buddhismo).

Friedrich Nietzsche dedicò all’induismo ed al buddhismo attenzione non meno che al cristianesimo, dell’induismo castale fu ardentissimo estimatore. Cenni minuscoli. Alcuni brani del Bagavadgita, taluni Inni Vedici, brani delle Upanisad, i Discorsi di Buddha stanno alla sommità dell’ardimento concettuale. Neanche lo Scetticismo greco, che tanto deve agli indiani, raggiunge il coraggio di simili testi, forse qualche testo ebraico, ma il Nulla lo concepirono soltanto gli indiani. Inezie. Questi sono temi da oceano indiano! A mia conoscenza nessun popolo spinse il pensiero così inoltrandosi nel non comprendere volendo comprendere e riconoscendo di non comprendere come gli indiani. I greci sono più sistematici, però. E devono enormemente agli indiani. Ma noi veniamo dai greci. Siamo (dovremmo essere, dobbiamo essere) greci.