Excalibur, Rosanna e io

Quarant’anni fa usciva nelle sale cinematografiche Excalibur, diretto da John Boorman in stato di grazia, tratto dal più tardo dei romanzi del Ciclo bretone, La morte d’Arthur, di sir Thomas Malory, risalente quindi al XV secolo, a quell’autunno del Medio Evo che rende tutto più dolce, malinconico e soffuso come la nebbia. Quattro decenni che non sono trascorsi invano, perché ancora oggi il film, con la sua incredibile fotografia, la sua musica imponente e solenne e i suoi dialoghi, resistono all’incedere inesorabile del Tempo, e questo perché Excalibur tratta di temi eterni, dell’amore carnale e della ricerca dell’Assoluto, dell’avventura e del dovere, dell’onore, del coraggio e della magia.

Tutto il film è un intenso e lussuoso arazzo, un affresco dai colori fiammeggianti dipinto in un tempo che sta a metà tra la storia e la fantasia, in un mondo dove ancora gli antichi Dei resistono all’avanzare del bianco Cristo, per fondersi poi in un nuovo, meraviglioso e rilucente ciclo cosmico. Artù e Ginevra e tra loro Lancillotto del Lago, in armature quattrocentesche, si muovono tra le selve d’un verde talmente intenso da abbacinare gli occhi, sono l’incanto dispiegato sul grande schermo dove avanza Merlino, druida e sacerdote, mago supremo e incantatore, l’unico in grado di dominare quella forza sovrannaturale che è il Drago… l’Alito del Drago, la nebbia che sostiene la cavalcata e la lussuria di Uther Pendragon per Ygraine. Merlino è lo ierofante d’un mondo che sta per svanire e che grida tra le pietre di Camelot per ricordare al Re il proprio destino.

Andai a vedere Excalibur in una sera d’autunno, con un’amica dai grandi occhi di gatto, verdi e grigi, la cui nonna era una strega sefardita e ci perdemmo in quella cavalcata sotto i ciliegi in fiore, al suono dei timpani dei Carmina Burana, sino a piangere ebbri nella scena finale in cui Artù viene condotto nell’isola di Avalon, che allora imparai da lei essere stata tratta – come tanto altro del film – da una magnifica opera preraffaellita. Ma Rosanna sapeva tante cose più di me, e non c’è nessuno al mondo che possa insegnare cosa sia la Magia, più d’una strega. Merlino questo lo sa bene quando interroga Morgana e ne viene imprigionato, per diventare “un sogno per alcuni, un incubo per altri”. È la sua la “magia del fare”, quanto di più vicino a quel pensiero magico che affascinerà il mondo rinascimentale, l’Anima Mundi, il Drago che invisibile pervade ogni cosa.

E se la mia simpatia va ancora oggi a Lancillotto, perché cade per amore ma non abbandona il proprio signore, sarà Parsifal a trovare il Graal, sacrificando se stesso all’albero degli impiccati, in un’estasi mistica dove la sacra coppa risana infine il Sommo Re. Nella battaglia finale, tra la nebbia, contro il disco del sole che tramonta in un tripudio di porpora, oro e scarlatto, nel cremisi del sangue, nel baluginare dell’acciaio, Artù e suo figlio Mordred si danno la morte a vicenda. È la fine di un mondo. E Parsifal, riluttante, getta infine Excalibur nuovamente nelle acque dalle quali la Dama l’aveva donata all’unico sovrano in grado d’impugnarla, profetizzando che un giorno, “rex quondam rexque futurus”, sarebbe tornato appunto un Re a impugnarla nuovamente.

Tornammo a casa con gli occhi colmi di lacrime e di stupore, l’arcana meraviglia di quelle immagini si fondeva con l’amore che hanno solo coloro che condividono gli stessi sogni. Poi, anni dopo Rosanna andò via e io anche, altrove, perché così è la vita e il mondo, come vento e nube fuggono via, ma qualcosa è rimasto, quel film straordinario, unico, irripetibile che è Excalibur e così ogni volta, e sono oramai incalcolabili, che lo rivedo, da solo o in compagnia, è facile sussurrare l’incantesimo di Merlino “Anaal nathrakh, urth vas bethud, dokhjel djenve”, per cercare ancora una volta, di evocare l’Alito del Drago su questo mondo, che mai come adesso ha bisogno di sogni, di miti e di leggende, ma soprattutto ha bisogno d’eroi.