La Scuola dell’Elitismo e la Libertà/2

Nello scorso articolo, il primo di una serie di tre brevi studi sulla Scuola elitistica in rapporto al pensiero libertario, abbiamo visto come, secondo Vilfredo Pareto, la democrazia e il socialismo si fondano su una visione egualitaria dell’uomo, visione intrinsecamente errata, e che anzi tutta la storia è stata (e non può che essere) una successione di cambi di élite, cioè minoranze che prendono il potere e determinano il modo comune di concepire il mondo. Abbiamo anche visto come, secondo Gaetano Mosca, ogni élite che prende il potere lo fa secondo un criterio ben preciso, detto “delle tre C”: Consapevolezza, Coesione, Cospirazione. È da questo criterio che prende avvio questa nostra seconda riflessione sul legame tra elitismo e libertarismo. Il mondo libertario (non solo quello internazionale, ma particolarmente quello italiano) è un mondo incredibilmente frammentato e variopinto al suo interno.

Le ragioni che possono spingere le persone a sposare la causa antistatalista dei libertari possono essere le più differenti (ed è giusto così), ma c’è da chiedersi se sia possibile concepire per il mondo libertario la formazione di una classe intellettuale che sia consapevole della propria natura e coesa nel perseguire un obiettivo comune. La risposta può sembrare, a primo acchito, negativa: il libertario coerente, infatti, è per metodo un individualista. Come diceva Ludwig von Mises, grande esponente dell’economia austriaca, non si può e non si deve ragionare per classi sociali o per collettività, perché solo gli individui hanno “dignità ontologica” (come direbbero i filosofi) o, per dirla più terra-terra, solo gli individui sono reali e la società è una somma matematica di individui. Per di più, ogni individuo agisce con un fine proprio, distinto da quello degli altri, e, anche se può verificarsi una convergenza di azioni, i motivi che spingono gli individui sono particolari e differenti (per esempio, si può verificare che dieci individui collaborino per abbassare le tasse, ma ognuno di essi può volerlo per ragioni diverse).

L’insegnamento “prasseologico” (come si dice in gergo tecnico) di Mises, tuttavia, non deve indurci a pensare che una linea comune non possa esistere. Del resto – la storia contemporanea ce lo ha ben insegnato – la scelta è duplice: c’è il capitalismo da una parte e il socialismo dall’altra. Tertium non datur. C’è, dunque, necessità di coesione per gli autentici liberali. Ma la coesione – come ha bene illustrato Mosca – è un effetto della Consapevolezza. Non sempre i liberali di orientamento liberista sembrano mostrare consapevolezza della dottrina politica che dicono di professare. A volte sembra confondersi il libertarismo e il liberalismo (che sono dottrine politiche) con il libertinismo (che è una dottrina morale). Spesso non sembra chiaro che il pensiero liberale e libertario classico si fonda necessariamente sul diritto naturale – questo sconosciuto! – e che l’antistatalismo trova in esso il suo appoggio più solido. Gli intellettuali libertari italiani (penso sicuramente a Carlo Lottieri, Beniamino Di Martino, Guglielmo Piombini, Marco Bassani) meritano sicuramente una maggiore attenzione a livello editoriale e forse anche politico.

C’è poi la terza C del criterio di Mosca, sicuramente il più fraintendibile e il più pericoloso. Essa è la C della Cospirazione. È una parola che oggi ci fa venire in mente inevitabilmente (visto il periodo storico che stiamo vivendo) il cospirazionismo e le strampalate teorie del complotto che si trovano online: dall’inesistenza della Finlandia – sì, c’è gente che ci crede davvero – alle scie chimiche, la fantasia complottista non ha certo limiti. Ma quando Mosca parla di cospirazione, intende dire ben altra cosa. È innegabile che, soprattutto in età moderna e contemporanea, ma non solo, le élite – in specie quelle stataliste – hanno fatto ricorso alla cospirazione per prendere il potere e occultare ai più (spesso tramite un massiccio e distorto uso dei mezzi di comunicazione di massa) le vere intenzioni politiche.

È una realtà che si può constatare sin dalla Rivoluzione francese, quando il “partito della montagna” di Robespierre (si noti bene: minoritario in Parlamento) attuò una fitta rete per infangare e condannare a morte decine di migliaia di oppositori politici; fino alla Rivoluzione d’ottobre, quando i bolscevichi (si noti bene: termine russo che significa “minoranza”) attuarono il rovesciamento del governo, l’eccidio della famiglia imperiale russa e la rapida instaurazione di un governo socialista basato sul terrore; fino alla presa di potere di Hitler nella Germania del 1933, particolarmente giustificata agli occhi dell’opinione pubblica grazie all’incendio del Reichstag, segretamente orchestrato dagli stessi nazisti, ma la cui responsabilità fu addossata alla comunità ebraica e ai comunisti.

È evidente che questo tipo di cospirazione è inammissibile per un libertario, perché è di fatto un uso della coercizione, dell’inganno e della menzogna ai danni del prossimo e contraddice quindi il diritto naturale, il quale prevede anche il diritto all’onorabilità di ogni individuo. E tuttavia, si può intendere questo occultamento dell’élite in un duplice modo. Il primo, che è stato già illustrato, è quello della manipolazione e della forza, ma il secondo è quello – potremmo definirlo – “del servizio”. Spesso, si fa differenza tra “capo” e “punto di riferimento”. Entrambi sono élite, cioè motori del processo sociale, ma lo sono in maniera diversa. Il capo si mostra al vertice del corpo e fa di tutto affinché questa sua posizione sia manifesta e nota. Un punto di riferimento, al contrario, pur orientando e consigliando le azioni da intraprendere, non pretende riconoscimenti pubblici. È, in altre parole, l’apice di una gerarchia non oppressiva e non vanagloriosa. Per fare un parallelismo religioso e più popolare, i santi sono punti di riferimento per la dottrina e l’agire morale dei credenti, ma nessuno si sente oppresso dalle indicazioni di questi, perché essi non appaiono oppressivi nei metodi e nelle espressioni.

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