Le ali del Leone d’oro al film sull’aborto

Per il grande cinema L’évenément, cioè l’evento, non è più la vita, ma l’aborto. È tutto qui il messaggio lanciato dalla 78esima Mostra del Cinema di Venezia con il Leone d’oro al film della neo regista franco-libanese Audrey Diwan. Una bella donna di quarant’anni, che stringendo il premio lo ha dedicato alla giovanissima interprete, Anamaria Vartolomei, nata in Romania, a Bacau, ma cresciuta in Francia, che ha espresso nell’interpretazione “la rabbia contro chi nega la libertà di decidere del proprio corpo”. Il film è tratto dal libro autobiografico di Annie Ernaux e racconta le dodici settimane in cui la protagonista, nella Francia antiabortista del 1963, vuole interrompere la gravidanza per non dover abbandonare l’università ed essere costretta a diventare una casalinga-madre.

“Un film contro gli stigmi sociali”, ha spiegato la regista. “Un premio al coraggio di abortire”, ha esultato la radicale Emma Bonino, l’indomabile paladina della legge 194. Come il coraggio di separarsi, di denunciare, di ribellarsi, di scegliere liberamente come fare un figlio, non farlo, farlo in modalità surrogate, fuori dal matrimonio, dalla coppia e in coppie non più formate da uomo e donna. Libertà? Sono questi i proclami utili a un’Italia e a un’Europa con la denatalità in picchiata, con i femminicidi in crescita esponenziale, con una lacerante destrutturazione sociale e spirituale, in crisi economica e sanitaria, invasi da etnie con religioni sempre più fondamentaliste?

Voglio essere imparziale. È vero che le ribelli di queste libertà “liberticide” si difendono accampando tutele contro lo sfruttamento e i pericoli degli aborti clandestini e delle illegalità derivanti dai dogmi, promuovendo l’autodeterminazione contro la crudeltà dei valori assoluti, ma il risultato è una devastante deflagrazione della cultura occidentale, un decadimento di morte e violenza, nessuna libertà reale, soprattutto sempre più degrado. Da anni mi chiedo: come ci si può dare ragione col sangue e col dolore? Contro questa dissoluzione il papa emerito Joseph Ratzinger ha levato il proclama fideistico della Chiesa cattolica, contenuto nell’ultimo libro in questi giorni in uscita dal titolo La vera Europa, identità e missione (edizioni Cantagalli), con la prefazione di papa Francesco. “Non è Europa se la vita non è sacra”, ha piantato la croce Ratzinger. Ed è stato chiarissimo: “Non si tratta di imporre a fondamento dell’Europa le verità di fede, quanto, piuttosto, di fare una scelta ragionevole, che riconosca che è più naturale e giusto vivere come se Dio ci fosse piuttosto che come se Dio non esistesse”.

Già in precedenti pronunciamenti il pontefice emerito aveva spiegato che “il presupposto che l’uomo possa fare di sé ciò che vuole e il libertinismo fatto passare per scoperta e valore del corpo sono dualismi che rendono spregevole il corpo, collocandolo fuori dall’autentico essere e dignità della persona”. Ed ancora aveva spinto a valutare che “si tende a guardare solo all’ego, che nega le differenze tra maschio e femmina, pianifica razionalmente la produzione di esseri umani, arrivando a ritenere logico e lecito eliminare quello che non si considera più creato, donato, concepito e generato, ma fatto da noi stessi”. Non sono conquiste, ma falsi diritti umani, orientati all’autodistruzione. “Questo significa difendere la famiglia, perché l’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia”, ha più volte fatto eco papa Francesco.
Le fondamenta sono salde. I principi sono intangibili. Le verità ci sono. Ma il neo marxismo e il pensiero unico hanno galoppato nella nostra civiltà e comunicazione senza più gli argini del ragionamento, del discernimento e della condivisione.

Ciò che manca è quella parte della società ammutolita, indifferente e rinunciataria rispetto all’essenziale confronto, al dibattito e all’argine. La cancrena sta nei partiti di maggioranza e moderati, nei liberali rinunciatari, nei conservatori involuti, nelle pericolose destre, che si limitano alla sterile gara dei ruoli di potere e del consenso elettorale. Così che nell’Italia che ha combattuto aspramente negli anni Settanta per l’inviolabilità della vita umana, per limiti e sicurezze, oggi abortire diventa un manifesto per le nuove generazioni. Non discuto il film. La morale non è mai censura.

Contrappongo semmai a questo film quello per esempio diretto nel 2012 da Sergio Castellitto, tratto dal libro di Margaret Mazzantini, Venuto al mondo, in cui la protagonista affetta da sterilità scopre che il figlio adottivo Pietro è stato concepito da una donna bosniaca sottoposta a tremende violenze. Eppure quando Gemma osserva Pietro, sorpreso dallo sguardo indagatore, vede solo “un mite ragazzo amorevole con la fortuna di vivere”. Due pellicole, una stessa medaglia. Non credo che la tragedia della giovane abortista de L’évenément vada solo in una direzione. La letteratura, il cinema, l’arte hanno una funzione superiore e indipendente: parlare alle coscienze. Sembrava una scommessa impossibile trovare un modo per restituire sullo schermo la scrittura scarna e controllatissima di Annie Ernaux, capace di raccontare la più dolora delle esperienze (un aborto nella Francia dei primi anni Sessanta, crudelmente antiabortista) senza mai cadere nel melodrammatico o nel gratuito. E invece la quasi esordiente Audrey Diwan (al suo attivo solo un film, inedito da noi: Mais vous êtes fous) ci è riuscita con questo durissimo e potente L’Evénement, incalzante ricostruzione delle dodici settimane in cui la futura scrittrice cercò di abortire, per non dover abbandonare l’università ed essere costretta al destino domestico delle tante altre ragazze madri. Sostenuta dalla prova superba di Anamaria Vartolomei (super candidata ai premi) il film cerca soprattutto di raccontare la solitudine di chi, in quella Francia, voleva interrompere la gravidanza, tra medici reticenti (o peggio) e amiche per cui la sessualità resta ancora un tabù, tra perbenismo e paura, dolore e vergogna. E lo fa con una forza che lascia senza fiato.