Cinque anni con Mario Tobino

Si sa che una cosa è scrivere anche di sé, trasponendo alcune parti della propria vita in qualche personaggio, altra cosa è avere la dimensione e le prerogative di un personaggio letterario. Ma cosa fa di uno scrittore un personaggio virtuale, pronto ad essere raccolto dalle impressioni e magari dalla penna di qualche altro scrittore? E più in generale: può uno scrittore farsi personaggio letterario? Forse sì, quando è felice di trovare una persona a sua volta felice di farsi testimone della sua vita e di ascoltare i suoi racconti. Non tutti gli scrittori sono adatti a dare vita a un personaggio. Un requisito per essere idonei a questo ruolo potrebbe essere l’aver conservato una certa dose d’ingenuità e di autenticità, qualità che sono connesse con quell’onestà intellettuale che sempre deve accompagnare chi ha appreso l’arte paziente e dolorosa di essere da solo, di cui è corollario il saper provare indignazione.

Questo libro di Antonia Guarnieri ci propone Mario Tobino come personaggio, perché Tobino aveva queste caratteristiche: in particolare, era capace di provare indignazione, anche da solo, senza l’accordo previo con quel tipo di indignazione che si può provare in compagnia, e magari col plauso, di molti altri. Questa capacità di essere personaggio si è realizzata solo raramente nella forma letteraria dell’autobiografia (salvo in rare eccezioni, come per esempio quella dell’Alfieri), forse perché essa si presta a contenere scorie agiografiche. È forse per questo che pochi grandi scrittori sono riusciti a produrre autobiografie rilevanti sotto il profilo letterario (un discorso diverso sarebbe da fare per il genere diaristico), mentre sono invece molti quelli hanno rinunciato a scrivere e/o pubblicare autobiografie. Nel nostro caso non siamo però di fronte né a una autobiografia né a una biografia, ma piuttosto ad una forma narrativa più rara: quella della “testimonianza segreta”. Questa può realizzarsi solo quando uno scrittore sappia tacitamente individuare una persona capace di un ascolto attento e partecipe per farne il testimone privilegiato di qualche pezzo o frammento della propria vita. Quando la persona in questione sa cogliere dei momenti significativi – il che è possibile in quanto il personaggio non sa di essere raccontato, o di esserlo comunque al di là di ogni accordo cerimoniale – allora nasce un personaggio, quello stesso che lo scrittore avvertiva di non poter raccontare. Si tratta cioè di saper eleggere qualcuno che sia adatto a farsi testimone, e quindi capace di quell’attenzione fine che può fornirgli quello sguardo esterno e complessivo che lui non poteva generare da solo. S’instaura allora una segreta complicità, basata sul fatto che nessuno dei due sa in quel momento che si sta preparando una qualche forma di prosa letteraria. Qualsiasi attiva e presente consapevolezza del genere, inficerebbe infatti in quell’istante la spontaneità e l’autenticità dell’ascolto, quell’attenzione sincera e affettuosa che soltanto lo rende possibile.

Perché si realizzi questo tipo di attenzione ci vuole infatti una specifica miscela di sentimenti fondamentali, quali la stima, l’affetto e la gratitudine. La gratitudine non ha nemmeno bisogno di sapere per cosa è grata; spesso nasce o sta per nascere per la capacità che qualcuno ha di cogliere come un dono l’occasione che gli è offerta di accedere alla vita dell’altro, all’aperto del di lui sentimento della vita. Queste pagine di Antonia Guarnieri, in cui racconta dal suo punto di vista – di segretaria, collaboratrice, amica, ma anche un po’ figlia e un po’ madre, confidente e ammiratrice – gli ultimi cinque anni di vita di Tobino, sono tutte attraversate da questa gratitudine, da quest’affetto e da questa stima, da ciò che le ha permesso un ascolto e un’attenzione tanto assidui e dedicati. Non si tratta, dicevamo, di frammenti biografici, ma di una “testimonianza segreta”. Questo tipo di forma letteraria può nascere solo dalla convinzione di trovarsi di fronte a un ascolto che non tradisca il proprio spirito essenziale, la propria visione del mondo e della vita. È solo a queste condizioni che uno scrittore può prestare deliberatamente il fianco a farsi personaggio di un altro scrittore virtuale, perché solo allora la sua mai sopita vocazione alla trasparenza, la sua segreta propensione a lasciarsi accogliere e raccontare – ciò che ne fa un personaggio virtuale – può trovare soddisfazione.

Tobino non voleva “sembrare” mai, nemmeno quando teorizzava l’arte della dissimulazione come tecnica di sopravvivenza: nemmeno allora voleva sembrare qualcosa di diverso da quel che era e da quello che sentiva. Anzi, era proprio per proteggere ciò che era e sentiva che teorizzava tale arte. Forse, per uno scrittore, non c’è niente di meglio da fare che raccontare per l’ennesima volta in un modo nuovo la vita. Talora, questo modo nuovo può richiedere la presenza dello sguardo di una persona che non ami distorcere, deturpare, tradire. Solo così, solo tramite questa persona, può diventare il personaggio di un romanzo che non può scrivere. Solo in presenza di un eletto “testimone segreto” che sappia ascoltare, appuntare, raccogliere e riordinare tanti frammenti disparati di un personaggio altrimenti destinato a sfuggire alla propria penna, lo scrittore può raccontarsi nell’unico modo nuovo che manca alla sua necessariamente incompleta collezione. Antonia Guarnieri è stata per Tobino questo “testimone segreto”: ne è nato un personaggio nuovo, ma coerente con la persona reale, assolutamente inedito e autentico, generoso e capace di quella profonda indignazione verso l’ipocrisia, la viltà, l’indifferenza, la superficialità, ma anche verso la retorica di molti sedicenti o apparenti “novatori”, di cui tutti gli artisti più significativi sono stati più o meno esplicitamente capaci. Ne emerge alla fine un personaggio grato a chi ha saputo dedicargli un’attenzione simile a quella da lui dedicata ai “matti” che ha curato e amato, quasi prendendo esempio da loro, che non a caso Tobino considerava “le persone più buone, più generose e che provano più profondo quel sentimento di gratitudine che tutti dovrebbero avere”.

Antonia Guarnieri, Cinque anni con Mario Tobino (6 gennaio 1987 – 11 dicembre 1991), Fucecchio, Edizioni dell’erba, 2010.