Istinto, creatività, anticonformismo e tanto, troppo talento. Lui era – è – e sarà Beppe Viola. L’evoluzione della (sua) specie a Milano, l’amicizia fraterna con Enzo Jannacci, il giornalismo (a trecentosessanta gradi), la Rai, la conduzione della Domenica sportiva, le sceneggiature per il cinema, la creazione dell’agenzia giornalistica Magazine. E non solo: ha messo mano ai testi di tanti cabarettisti che facevano capolino al Derby, storico locale della città meneghina. Giorgio Porcaro, Teo Teocoli, Cochi e Renato, Paolo Villaggio, Diego Abantantuono… solo per citarne alcuni.

L’aria di eterno svogliato e la cultura, immensa. Quando si dice forma e sostanza… ecco, Beppe Viola era questo: una scheggia impazzita negli anni in cui ha professato il suo credo, probabilmente oggi verrebbe etichettato come “figo” (l’intervista in tram a Gianni Rivera è un capolavoro che non deve essere spoilerato, va visto e basta). Aveva il merito di prendere e prendersi in giro, ma senza essere sguaiato. E quell’arte l’ha trasferita nel mestiere, il suo mestiere, un lavoro che si fa (come dicono tanti, forse perché suona bene) per passione. E c’è riuscito, nonostante tutto, in un contesto ingessato da chili di reverenza, di formalità e dove, allo stesso tempo, pullulava la ciccia, che potevi toccare con mano. Internet all’epoca non esisteva nemmeno sul dizionario e il giornalista si formava sul campo, in redazioni arredate con posacenere stracolmi e con capi che, probabilmente, l’ultima volta che avevano visto la loro moglie è quando l’avevano sposata.

Sportivo sarà lei (Quodlibet) è una raccolta, per dirla alla Giorgio Terruzzi, di “fogli, foglietti, appunti… più un tot di pezzi strepitosi, distribuiti a chi capiva la stoffa e a chi no”. Sono scritti che provengono dal volume Inediti e dimenticati (a cura di Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi, Magazine, Milano, 1985). Per far capire la stura, c’è un testo del 1979, una lettera indirizzata alla direzione Rai, dove Beppe Viola racconta il quid dell’ufficio – il numero 341 – che condivide con il collega Fineschi. “La disponibilità del suddetto ufficio è assoluta. Capita infatti di incontrare nella stanza vecchi amici, ex collaboratori Rai, compagni di scuola, pittori illustri, aspiranti giornalisti, comparse della Tv, uscieri, reduci del 1915-1918, spogliarelliste e via dicendo. La domenica è il giorno di punta, proprio come accade negli ospedali per le visite dei malati”.

Oppure un’altra missiva – anno 1982 – destinatario il presidente del Coni, Franco Carraro, in cui illustra genesi e mission di Magazine: “La mia specialità è scrivere a chi si trova al mare, la speranza è di ricevere una risposta entro Natale. Mi rivolgo a lei (o tu?) soltanto ed esclusivamente per spudorato interesse. Avessi vinto alla lotteria lo terrei nascosto anche ai familiari”. E poi: “La scelta dei collaboratori viene fatta soltanto ed esclusivamente sulla base della mia (e dei miei tre soci) simpatia personale. In tanti anni di marciapiede sappiamo perfettamente (la associo) quali sono i giornalisti bravi, quelli modesti, chi becca la stecca e chi lavora seriamente e con competenza”.

Tra le altre cose, il lettore ha modo di scrutare le trenta domande (per un’intervista mai realizzata) a Sergio Zavoli. Un assaggio? Eccolo: è vero che certi servizi devono piacere soprattutto alla moglie del direttore? Chi fermerà la crescita delle private: la Rai o il pubblico? Si nasce in un tram e si finisce in un’auto blindata. È serio tutto ciò?

La prefazione del libro è di Marina, figlia di Beppe Viola: “Quando dicono di lui giornalista scomparso nel 1982 mi viene subito in mente il mago Silvan e mi verrebbe da chiedere al suddetto mago per piacere di farlo ricomparire. Quello dello scomparire è un concetto strano: se si scompare non si muore veramente, altrimenti che trucco è? Infatti Beppe Viola giornalista è semplicemente scomparso: una domenica era a San Siro (ippodromo o stadio non importa) e la domenica dopo puff, è sparito. Poi anni dopo è ritornato, ripescato negli archivi della Rai, preso come un esempio di buon giornalismo per provare a migliorare le telecronache, che avevano raggiunto il massimo dei minimi termini… Dicevano che sudava troppo, che faceva domande scomode, che usciva troppo dai ranghi. Insomma, una carriera di quelle che ti risolvono i problemi di soldi e che ti fanno sentire che stai facendo la cosa giusta gli fu negata… Dalla platea salgono applausi scroscianti per la ricomparsa di Beppe Viola, di cui adesso si dice che era un fuoriclasse, uno avanti di vent’anni, uno che non fece carriera perché troppo bravo. Trent’anni di ritardo… Il mio papà è morto davvero. Aveva quarantadue anni. La mia vita da adulta inizia quella domenica lì, del 1982”.

Quel giorno Beppe Viola stava montando la sintesi di Inter-Napoli 2-2: viene ricoverato in gravi condizioni per una emorragia cerebrale. Morirà poco dopo. Di quel servizio resta la domanda all’allenatore degli ospiti, Massimo Giacomini: “Migliore in campo oggi? San Gennaro?”.

Gianni Brera, totem del giornalismo italiano, scrisse: “È morto Giuseppe – Pepinoeu – Viola. Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli... Povero vecchio Pepinoeu! Batteva con impegno la carta in osteria e delirava per un cavallo modicamente impostato in una corsa. Tirava mezzo litro e improvvisava battute che sovente esprimevano il sale della vita. Aveva uno humour naturale e beffardo, un’innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente, per avere chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo. Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto. La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io che soprattutto questo lo amavo, ora provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore”.

Nel 2014, Gianni Mura, su Q Code Magazine (articolo poi ripreso da La Repubblica), rendeva omaggio: “Se Beppe Viola fosse vivo, oggi sarebbe il suo compleanno. Avrebbe 75 anni, qualche by-pass, pochi capelli (tingerli, mai) e qualche nipote. Avrebbe scritto qualche libro in più, qualche canzone in più. Milano gli piacerebbe sempre di meno, cercherebbe rifugio in luoghi (poco costosi, ocio) in cui già si rifugiava: la val d’Intelvi, le colline piacentine. L’è bona la meringa ma de grana ghe n’è minga”. E poi: “Beppe era portatore di un giornalismo senza piedistalli, incline alla battuta e all’ironia. Mai successo, prima e dopo di lui, che un servizio sul derby di Milano non sia andato in onda (alla Domenica sportiva, per giunta) perché troppo brutta era stata la partita. “Vi trasmettiamo quello dell’anno scorso, almeno era calcio”. Gran trovata degna d’un surrealista. Ma Tito Stagno non gradì”.

Già Milano, dove – continua Mura – “quelli che dicono la mia serva ci sono ancora. Ma ci sono ancora quelli che ricordano la vita breve e piena di Beppe, non riescono a dimenticarlo e nemmeno ci provano. Perché, diciamolo inter nos e coi dovuti modi, lavorare con Beppe ed essere suoi amici è stata una gran botta di culo. Più che azzeccare la tris”.

Ecco un assaggio di Beppe Viola, per raccontarlo servirebbero giorni. Ma forse lui si annoierebbe. E allora scivolerebbe via, alla sua maniera: “Ho quarant’anni, quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo”.