Dimenticare Confucio?

Confucio è utilizzato dal potere cinese per asservire il popolo. In realtà la sua filosofia è liberale, perché collega etica, politica e vita quotidiana, rispondendo alla domanda: “Come devo vivere?”.

(Citazioni e parte dell’argomentazione sono tratte da un intervento di Vito Mancuso su Confucio in “Uomini e profeti”, Rai, Radio Tre, 2020).

Ammetto di aver misconosciuto Confucio, preferendo il taoismo di Laozi perché riducevo Confucio alla sua declinazione nella storia recente della politica cinese e orientale, facendone un alfiere dell’obbedienza all’ordine costituito. Un errore simile si commette attribuendo a Dio le colpe in caso di terremoti, disastri, guerre, omicidi, come fossimo ancora ominidi nel giardino dell’Eden e non vivessimo nel caos della legge della giungla, dove dominano il caso e belve crudeli.

Il pensiero di Confucio connette l’umanesimo con il trascendente, tanto che Vito Mancuso lo considera uno dei quattro Maestri che hanno fondato gli assi del mondo, nonostante milioni di anti-maestri. Confucio trova la trascendenza a partire dalla vita quotidiana: non si perfeziona lo spirito e non ci sono proiezioni al di là del mondo visibile, senza prima perfezionare la psiche e il corpo. L’educazione per Confucio è un cammino opposto all’istruzione. In-struere significa: introdurre nozioni nel discente senza connotazioni etiche, per farlo diventare uno “strumento”, mentre ex-ducere significa lasciare uscire dal discente il Sé migliore, dando risposta a una domanda che oggi quasi nessuno si pone, cioè “come devo vivere?”.

Ma Confucio è anche un ritualista (in cinese Li). Il rispetto, il rapporto con gli altri, tutto dev’essere cementato da una liturgia laica, persino il mangiare o camminare. Per Confucio il sacro è secolare e il secolare è sacro, ovvero tutto è cerimonia e nulla dev’essere banale. Il pericolo del Li è l’esteriorità, il formalismo dei gesuiti così come lo descrive Roland Barthes in “Sade, Fourier, Loyola” (1971). Il sistema di regole applicato da Ignazio di Loyola nei conventi gesuiti era immenso e complicato. Si trattava di ordinare il tempo e lo spazio di ciascun gesuita con un richiamo continuo a Dio, ottenuto non dalla fede ma dalla costruzione di un orario. Loyola delinea la possibilità di una classe sacerdotale resa incapace di sbagliare e peccare grazie alle regole imposte: alle ore x studierai y, alle ore z seguirai la messa, dopo ti recherai a z. Si disegna una vita come una serie di punti di passaggio attraverso i quali è possibile costruire un percorso alternativo a quello proposto da famiglia, società e amici. La vita come diagramma, secondo i gesuiti.

Tuttavia – se si vuole uscire dal cerchio totalitario di una setta o dal paradiso ricostruito in un convento – il percorso si fa complicato e le regole da sole non bastano. La polis dovrebbe essere un concerto di soci (societas), ma noi – figli di Matrix e della serializzazione – non abbiamo più riti comuni, per cui non siamo più una società ma solo una massa informe, dissociata, egoista e priva di senso, cioè di una direzione. Il nostro mondo quantistico è regolato dal web, in cui ogni quanto risuona e ritrasmette informazioni, ma come uno schiavo incatenato.

Confucio propone invece una ritualità viva, in grado di creare armonia sociale e non basata su inaridite cerimonie del tè a uso turistico. Del resto, senza regole non c’è società, come viene detto da Socrate (Platone, La Repubblica, libro primo): “Ti sembra che una città o un esercito o una banda di delinquenti e ladri o qualsiasi altra associazione che si formi allo scopo di delinquere potrebbe combinare qualcosa se al suo interno si comportasse al di fuori di ogni principio di Giustizia (di regole, ndr)?”.

Nel pensiero di San Paolo (Lettera ai Romani 7:7 sg) la legge e la giustizia umane sono utili, ma trovano un senso solo se non diventano un sistema di regole morte, se cioè si integrano con le leggi di Dio, con le regole dello Spirito, le sole a renderci liberi. Confucio arriva a conclusioni simili ma con un percorso diverso, partendo da un’etica universale più che dal vincolo di legge e giustizia. Le regole non etiche funzionano benissimo nelle dittature e in società criminali come Yakuza e mafia, ma devono essere basate sull’etica, per ottenere un risultato universalmente utile e non limitato a una cerchia di individui più o meno infami.

Il pensiero di Confucio e il Tao

“Il nobile si dedica alla radice (cioè la terra, non solo il “cielo”). Quando la radice è stabile, la via prende vita. L’amore filiale e il rispetto paterno sono le radici del senso di umanità”. Il risultato dello studio della radice è il Tao, la “Via”. La radice è amore filiale e amore fraterno, cioè armonia relazionale, di cui la famiglia è una fondazione.

Il senso di umanità (Ren, in cinese). L’umanesimo di Confucio

Il senso di umanità è il cuore dell'etica di C. Il suo succo è “essere uomini è essere umani”. Ovvero: se non sei umano hai solo la parvenza fisica di un uomo, sei un homunculus, un fantasma, una nullità. La Regola d’oro è: “Ciò che non desideri per te, non imporlo agli altri”. Si noti che in Confucio gli uomini non devono essere uguali: chi segue Li, Tao e Ren e pratica la reciprocità diventa nobile. Ovviamente, si tratta di una nobiltà interiore: “Il nobile ha una visione complessiva e non parziale, l’uomo ordinario ha una visione parziale e non complessiva”. Il nobile è guidato dalla giustizia, è pacato, fiducioso. L’uomo da poco è ansioso e preoccupato di tutto, e sbaglia perché si crede di essere sempre dalla parte giusta. Crede di essere lui stesso l’Universale. Quello di Confucio diventa quindi un percorso e, come in ogni viaggio, c’è chi arriva prima, chi arriva dopo e chi non parte nemmeno. In questo non ci sono differenze rispetto al cammino cristiano delle origini, quello che seguiva il comandamento unico del Messia, mancando ancora il sistema di algoritmi e leggi costruito dalla chiesa umana allo scopo di nascondere la chiesa Invisibile di Cristo.

René Girard in “Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo”, 1978, afferma che la missione fondamentale del Messia era quella di mettere fine alle religioni e alla produzione di sacro, cioè alla necessità di sacerdoti che creano regole e fanno sacrifici (sacrum facere). Il Messia compie l’ultimo sacrificio con la crocifissione, e ciò implica che l’archetipo del Capro espiatorio è un falso, anche se è molto facile additare qualcuno a cui attribuire tutte le colpe, un principio ancora fondante della società mediatica attuale. Cristo suggerisce invece l’unica regola dell’amore, ma le sue indicazioni sono state velate da teologi e religiosicristiani”, con un procedimento simile al tradimento del pensiero originario di Confucio da parte della cultura e della politica cinesi.

Confucio, etica e politica

Il nobile cerca l’accordo e non l’uniformità. L’accordo nella musica è formato da più note che risuonano insieme, che “concertano”. L’uniformità invece è una nota sola, è meschinità, è “sconcerto”. Dice Confucio: “L’Uomo nobile esamina se stesso, l’uomo da poco esamina gli altri”.

“Per tre cose il nobile prova timore e riverenza: per il Decreto Celeste, per le autorità governative, per le parole dei santi uomini. L’uomo ordinario non comprende il Decreto e quindi nemmeno lo teme, non presta orecchio alle autorità, si fa gioco degli uomini saggi e santi”.

In Occidente dopo Aristotele (Etica Nicomachea, Libro 1: 1 e sg, vedi anche l’incipit della Politica) non c’è più un legame diretto tra Etica e Politica, vale piuttosto la gestione strumentale del Potere, come in Machiavelli. Per Confucio invece solo il Buon Governo può durare a lungo, soltanto la virtù e l’etica danno efficacia al governare.

L’evidenza del valore duraturo della virtù dovrebbe essere mandata a memoria dai politici di oggi: “Se si guida la nazione facendo affidamento sulle leggi e si mantiene l’ordine mediante le punizioni, il popolo cercherà di eludere l’azione di governo e non acquisirà coscienza etica. Se invece si guida la nazione affidandosi alla virtù e stabilendo l’ordine mediante la ritualità (cioè mediante la sacralizzazione delle proprie azioni), allora il popolo acquisirà coscienza e tenderà naturalmente verso il bene”.

Ottimismo alla Candide, dirà qualcuno. Ma Confucio risponderebbe così: “Se si elevano alle cariche le persone rette e si destituiscono i disonesti (aggiungerei “e gli inetti”, ricordando Cicerone e il suo “Gestire male il denaro pubblico è criminale quanto il rubarlo”), si guadagnerà la fiducia del popolo”. Infatti, le masse utilizzano la imitazione dei loro prossimi. Se i professori, i manager, i capi sono persone rette, allora anche noi tenderemo a imitarli. Viceversa, se un padre dice una cosa e poi ne fa un’altra, i figli non saranno da meno.

Confucio è un ottimista con raziocinio: chi non ha rettitudine è un malato, un anormale che non compie il suo senso di umanità (Ren), che non si realizza e quindi è un fallito: “Se non sei umano, non sei un uomo”.

La rettificazione dei nomi

Un discepolo chiese a Confucio: “Se tu avessi il Governo, quale misura adotteresti per prima?”.

Confucio rispose: “Indubbiamente, la rettificazione dei nomi”.

“Se i nomi non hanno rapporto con le cose, allora tutto ciò che verrà realizzato non sarà un vero risultato”. Confucio qui parla di semiotica, cioè della relazione tra realtà e linguaggio nella società della comunicazione.

Il filosofo greco Epitteto scriveva: “Non i fatti ma le opinioni influenzano gli uomini”; Confucio pone la questione della funzione di verità molto prima di Umberto Eco, il quale sosteneva che: “Il linguaggio è tutto ciò che può essere utilizzato per mentire”.

Alla sua morte, un discepolo di Confucio scrisse questo compendio del suo pensiero: “Nell’antichità per far risplendere la luce della virtù su tutto il mondo, si iniziava ordinando il proprio Paese. Pe riordinare il proprio Paese, si iniziava riordinando la propria famiglia. Per riordinare la propria famiglia, si iniziava riordinando se stessi. Per riordinare se stessi, si iniziava rendendo dritto il proprio cuore. Per rendere dritto il proprio cuore, si iniziava rendendo autentica la propria intenzione (trasformandola in fatti, ndr). Per rendere autentica la propria intenzione, si iniziava sviluppando la propria coscienza (il sapere, la conoscenza). Si sviluppava la propria coscienza esaminando le cose”.

Con questa eccellente matrioska o sorite (*) rovesciata si torna al tema della “rettificazione dei nomi”, la difficile relazione tra le parole e le cose basata sulla verità da cui costruire una buona politica partendo da una buona coscienza, l’unico mezzo per aggiungere molecole al “corpo” dell’umanità.

(*) Sorite: in greco denota un “mucchio di cose”. Nella retorica indica una forma di sillogismo composto da più di due premesse, disposte in modo che il predicato della prima premessa è assunto come soggetto della seconda, e così via. Goclenio (Sedicesimo secolo) attua una forma inversa, in cui il soggetto della prima premessa è assunto come predicato della seconda, fino alla conclusione.