Parole in libertà: l’Università e l’ossessione purificatrice

“La reputazione di un individuo non è e non può essere una sua proprietà, poiché essa è semplicemente una funzione dei sentimenti soggettivi degli altri. Dal momento che nessuno può veramente possedere la mente di un altro, nessuno può rivendicare dei diritti di proprietà sulla propria reputazione. La reputazione di un individuo oscilla in continuazione, a seconda delle opinioni del resto della popolazione. Quindi, offendere con la parola un altro individuo non può essere considerata un’invasione dei suoi diritti di proprietà e di conseguenza non deve essere perseguibile dalla legge”.

Anche a non voler condividere le considerazioni espresse da un libertario radicale quale Murray Newton Rothbard nel suo Per una nuova libertà. Il manifesto libertario, pubblicato in Italia nel 1996 (edizione originale 1973), non si può non rimanere perplessi di fronte alla sequela di provvedimenti disciplinari che hanno colpito negli ultimi tempi i colleghi universitari. Giovanni Gozzini e Luigi Marco Bassani, solo per citarne alcuni, hanno speso con diversi toni e accenti parole grossières assai che mai avrebbero dovuto usare, ma questo hanno fatto fuori dal luogo di lavoro. Risultato: sospensione temporanea dall'ufficio e dallo stipendio. Da ultimo, nel tritacarne mediatico è finito lo studioso Simon Levis Sullam per un commento infelice e incauto sulla sua pagina Facebook a proposito di una copertina riproducente il viso di una leader politica, finita alla rovescia sullo scaffale di una libreria, sinistramente rievocante i fatti di Piazzale Loreto. La rettrice ha chiesto chiarimenti al docente e si riserva “di valutare tutti i passi necessari a fare chiarezza sull’accaduto”.

Lo tsunami isterico, fanatico, collerico che chiede gogna, punizioni esemplari, umiliazioni pubbliche e crucifige si gonfia ogni giorno e non sempre trova resistenza in vertici apicali e istituzionali, terrorizzati da rabbiosi tam-tam mediatici. Trova poi alleati in termini variamente interpretabili ma carichi di suggestione, come la ricordata reputazione, riducendo la pubblica opinione a gregge ottuso e instupidito, che sarebbe incapace di comprendere che ciò che uno dice o scrive è solo a questi attribuibile, non impegnando quindi altri.

Chi però fa propria una sensibilità liberale, liberale nella sua valenza filosofica, pre-politica, non può che ritenere che i giudizi, anche i più volgari, siano cosa che riguardi i diretti interessati. Chi si sente diffamato quereli il presunto diffamatore. Punto. Tutto il resto è giacobinismo e ossessione purificatrice.