La ricchezza, la povertà, il denaro nella letteratura

Ricchezza e povertà sono i due estremi della condizione umana all’interno di una civiltà che considera come metro più importante il possesso di un numerario personale più ampio possibile. Un “numerario” costituito da una sequenza di cifre che lasciano immaginare le possibili vite che si possono agevolmente vivere senza timori per il futuro, senza incertezze. Il danaro, e di conseguenza la ricchezza, sono trattati con un aperto cinismo che evidenzia una fondamentale sfiducia sulla bontà del genere umano, sfiducia che cresce di pari passo al desiderio di possedere il danaro stesso in quantità più ampia possibile (Il denaro in forti quantità contiene un’alta percentuale di elementi autodetergenti ed è sempre candido come un giglio - Duca di Bedford, Il libro degli snob).

La mancanza di denaro è e rimane uno spauracchio che non sfugge a nessuno. (È stato detto che l’amore per il denaro è la radice di tutti i mali. Lo stesso si può dire per la mancanza di denaro - Samuel Butler, Erewhon; Te ne vai leggero se non hai niente, ma la ricchezza è un peso più leggero - Johann Wolfgang von Goethe, Motti in rima). Lo stesso concetto è comunque evidenziato con ironia (Disprezza i soldi, ma i biglietti da mille trattali con riguardo - Oronzo E. Marginati, Come ti erudisco il pupo). Rimane tuttavia in voga una certa dietrologia negativa che sottende alla creazione di sostanziose fortune. La più comune è legata alla nascita della ricchezza a seguito di un abuso, una violenza o più spesso un sopruso (Il segreto delle grandi fortune senza causa apparente è un delitto dimenticato, perché fu fatto a puntino - Honoré de Balzac, Papà Goriot).

Ai creatori di aforismi non sfuggono le ricadute sociali della ricchezza che spingono gli abbienti a vivere una vita spesso circospetta (La pecunia solo per sé si onora e non colui che la possiede, il quale sempre si fa calamita d’invidia e cassa di ladroni - Leonardo da Vinci, Trattato della pittura; Per ogni povero che impallidisce di fame c’è un ricco che impallidisce di paura - Louis Blanc, Organizzazione del lavoro; La ricchezza è la madre del lusso e dell’indolenza, la povertà della grettezza e del vizio, ed entrambe dello scontento - Platone, La Repubblica). Infine, la ricchezza incide sui comportamenti sociali dei privilegiati (Forse i ricchi sono, come tutti gli uomini, soltanto dei bambini; ma i loro giocattoli sono più grandi e ne hanno di più - Charles Wright Mills, L’élite del potere).

Il danaro stesso consente di avere sempre ragione. Gli uomini vicini ai ricchi tendono ad assumere un atteggiamento conciliante nella speranza di aver una parte accettabile dei cascami del potere del ricco (Un idiota povero è un idiota, un idiota ricco è un ricco - Paul Laffitte, Jeroboam ou la finance sans méningite). Agli economisti che dovrebbero dedicare il meglio delle intelligenze allo studio del movimento delle ricchezze e delle conseguenti intollerabili povertà, viene dedicato questo efficace pensiero: “Gli economisti sono chirurghi che hanno un eccellente scalpello e un bisturi scheggiato sicché operano a meraviglia sul morto e martorizzano il vivo” – Sébastien-Roch Nicolas de Chamfort, Massime e pensieri. Caratteri e aneddoti – laddove l’economista stesso è indicato come un operatore che agisce a posteriori quando già c’è il morto e continua a torturare i viventi con formule restrittive e persecutorie. Il cinismo sull’agiatezza come unico diaframma contro lo spettro dell’indigenza viene efficacemente descritto quando “Panza piena nun crede ar digiuno” (Giuseppe Gioacchino Belli), senza nascondere un forte sentimento critico che non lascia spazio ad una ipotesi di futuro migliore.

Non poteva mancare un elenco di pensieri, spesso tragicomici, che riguardano la difficile arte di recuperare il denaro perduto e quello di restituirlo. Il primo evidenzia che “è molto iniquo farmi pagare i miei debiti, non avete idea del dolore che ciò provoca” (Lord Byron). Non vengono peraltro dimenticate le avversità che impediscono il puntuale pagamento del dovuto “quando avrò finito di tagliare i rami secchi penserò anche a voi”, o che il creditore si sente dire “prima lasciatemi partorire in santa pace, poi pagherò”.

Le tecnologie offrono motivi per ritardare quando “non ho potuto pagare subito perché è andata via la corrente dal computer e sono sparite le fatture”. Nella tensione esistente fra il creditore ed il debitore quest’ultimo mostra talvolta segni di aperta ribellione se “la cifra da voi vantata non ci pare esorbitante, per cui credo potete attendere ancora un po’”.

“Come vi permettete, cosa volete da me, io forse ho già anche pagato. E se per una ipotesi assurda non l’ho fatto, non potete aspettare ancora? Non vi mancherà mica la terra sotto i piedi!”. Fino ad assumere atteggiamenti di rifiuto affermando che “Non pago! Non pago! Non pago. Non devo nulla! Ho già pagato tutto” (Consul Enza- Walter Regola, Attendo il nulla Aosta da un cliente amoroso, Rizzoli, 2007). Argomento di prossima pubblicazione una descrizione del modo in cui la ricchezza è trattata nel mondo del cinema.