Interviste immaginarie: Giulio Andreotti

Premessa

Ogni giorno, dopo pranzo, mi ritiro nel mio studio e mi sdraio sulla poltrona reclinabile (la prima in assoluto, ideata e regalatami una sessantina di anni fa dalla famosa fabbrica Malatesta & Masson). Le pareti del mio studio sono tutte rivestite interamente da quattro grandi scaffalature di legno massiccio, piene di libri, che vanno dal pavimento sino al soffitto. Ma la mia biblioteca non si ferma lì: continua nel salotto, che sta di fronte allo studio, prosegue lungo il lungo corridoio, s’infila in uno stanzino ed entra nel soggiorno. La mia abitazione è dunque una grande biblioteca, di cui lo studio è la parte centrale e dominante. Ebbene, vengo alla conclusione di questa premessa necessaria, che i lettori troveranno solo in questa che è la prima delle mie interviste immaginarie che ho deciso di scrivere su politici italiani del passato, poiché ne ho già realizzate altre su due categorie di personaggi famosi, i frequentatori dei vecchi Caffè storici (sui quali ho scritto e pubblicato un libro) e sui giuristi, che vado pubblicando su una rivista giudiziaria.

Su alcuni scaffali delle quattro librerie che ricoprono le pareti dello studio, appoggiate ai libri, spiccano parecchie foto o immagini di personaggi del mondo letterario, politico, artistico e religioso, viventi e non viventi, fra cui, per citarne solo alcuni, Dante, innanzitutto, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Gabriele D'Annunzio, Carlo Rubbia, Oriana Fallaci, Sri Aurobindo, Maharishi Mahesh Yogi, Sathya Sai Baba, Oreste Lionello, Luciano De Crescenzo, Indro Montanelli, Vittorio Sgarbi e una mia intera classe del liceo del Convitto nazionale di Roma. Su uno scaffale, che mi sta proprio di fronte, non manca, a dispetto di tutti i traditori o voltagabbana, una foto del Duce, che lui stesso mi regalò quando nel ‘36, all’età di dieci anni, scrissi una poesia sulla proclamazione dell’Impero, dopo averla ascoltata, vestito da balilla, dalla sua viva voce sotto il fatidico balcone.

Alle mie spalle, invece, in una grande nicchia inserita fra due scaffalature, si trovano una serie di foto di famiglia, nonché lo stemma della casata, diplomi, premi e riconoscimenti vari. Altri, non essendovi più posto, sono incollati sulla porta scorrevole dello studio, che si vedono solo quando la porta è chiusa. Ma se ne trovano anche nel salotto. Il mio studio, insomma, vi confesso, con tutto quel legno che lo avvolge spesse volte mi sembra una bara, in cui, come diceva Foscolo nei Sepolcri, il mio corpo “ha sepoltura già vivo”.

Il mio studio, dunque, oltre che un luogo di lavoro (che stranamente si è fatto più continuo, più frenetico e fecondo alla veneranda età di novantaquattro anni), è un sacrario nel quale dopo pranzo, idealmente, e spesso anche con le parole che trascrivo sopra un foglio, comunico, o più precisamente entro in comunione, coi miei fratelli “spirituali”. Quando vi metto piede alla mattina li abbraccio tutti con lo sguardo, porgendo loro il mio saluto, quindi mi siedo alla scrivania o davanti al computer, e dopo pranzo vi ritorno, mi distendo sulla poltrona reclinabile e, come scriveva Niccolò Machiavelli nella sua Lettera a Francesco Vettori, “in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli mi rispondono; e non sento alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro”.

Ebbene, la prima foto che si trova subito dopo l’uscio su uno degli scaffali alla sinistra, è quella che ritrae insieme a me Giulio Andreotti, che regge in mano il primo numero di una rivista da me diretta, Cultura (organo dell’Istituto europeo per le Politiche culturali e ambientali, di cui sono stato vice presidente dal 2000 al 2008), la cui presentazione avvenne la prima volta nella bottega di un antiquario nei pressi di Piazza del Popolo e negli anni successivi in una sala del Palazzo Barberini. Oltre ad Andreotti c’erano altri noti personaggi, fra i quali il succitato Luciano de Crescenzo, la cui foto campeggia su uno scaffale a destra dell’entrata nel mio studio con accanto un disegno che lui quel giorno improvvisò proprio per me, poiché sulla rivista c’era un articolo che parlava della “biga alata” di Platone, e lui in un minuto ne fece uno schizzo e me la regalò.

Avevo avuto già un rapporto epistolare con Andreotti nel 1988, quando gl’inviai un poemetto, Italieide, in cui parlavo degli “inciuci” del Governo di allora (come ho fatto oggi con un nuovo poemetto intitolato Nave senza nocchiere in gran tempesta). M’inviò una lettera, con poche righe di ringraziamento, senza entrare nel merito del contenuto. Lo rividi poi un’altra volta, dietro un invito inviatomi dal suo staff, in una sala della Biblioteca nazionale centrale in Viale Castro Pretorio, e in quella occasione gli regalai la mia traduzione dei Consigli ai politici di Plutarco, con questa dedica, stampata sul retro del frontespizio del libro: “A Giulio Andreotti: Tanto nomini nullum par elogium” (l’epitaffio del monumento a Niccolò Machiavelli nella Basilica di Santa Croce in Firenze). Dalla prossima intervista entrerò subito in argomento, ma qui ho voluto descrivere per i lettori de l’Opinione l’atmosfera in cui sono nati i miei colloqui ideali con i personaggi che non ci sono più. Ecco dunque la mia intervista immaginaria ad Andreotti.

“Onorevole, come vede la situazione dell’Italia da lassù?”.

“Le rispondo con una frase del Padre nostro, della quale ho avuto conferma non appena sono arrivato qui: ‘Signore, sia fatta la tua volontà’. Tutto ciò che accade nel mondo proviene da Dio. Del resto lo dice chiaramente e più volte la Bibbia”.

“Dunque l’attuale Governo in Italia l’ha voluto Dio”.

“Come tutti gli altri. E non solo dell’Italia. Dio è la Parola, e con la Parola fa e disfà, perché così vuole la dialettica, che della parola è lo strumento necessario, e come ha detto giustamente Vico la storia dell’uomo è la storia di Dio, la cui Creazione non è finita, ma continua attraverso l’uomo, come diceva Pierre Teilhard de Chardin”.

“Ma lei non può dirmi qualcosa di più?”.

“Dio non ha rivelato la verità nemmeno a Mosè, si figuri se posso dirgliela io. La verità è in fieri, non si può prendere uno o qualche episodio e fermarsi lì. Anche quassù, almeno sino a questo momento, l’anima, o per dir meglio la coscienza dell’uomo, non ha di Dio che qualche barlume, perché anche Dio si evolve, con la Parola, che nella Politica ha la sua maggiore e più alta espressione. Come lei ben saprà, Cicerone individua una importante regola di comportamento per il politico: servire la patria non per brama di ricchezza o di fama, ma per assicurarsi una vita eterna, felice e gratificante, impegnandosi per il buon governo dello Stato e rifiutando i più bassi piaceri terreni”.

“Veniamo dunque a lei. Lei è stato, non solo fra i politici, uno dei più grandi credenti in fatto di Religione. Ogni giorno, prima di recarsi al lavoro, ascoltava la santa messa. E uno dei motivi della mia simpatia per lei sta nel fatto che da bambino ero felice quando ascoltavo due messe: la prima con la governante, la seconda con mia madre, perché eravamo undici figli. Alla fine. Ma può dirmi qualche particolare sulla nascita della Democrazia cristiana?”.

“Volentieri. Nel primo dopoguerra, nel ‘19, c’era il Partito popolare italiano. Nel ‘26 il fascismo   lo sciolse, ma Don Luigi Sturzo, che stava in esilio a Londra, mantenne viva la breve esperienza del disciolto partito. Finché nel ‘43 alcuni esponenti del disciolto Partito popolare presero ad incontrarsi clandestinamente e alla fine De Gasperi redasse un documento che esponeva le ‘idee ricostruttive della Democrazia cristiana’. Fondamentale a quello scopo fu un convegno al Monastero di Camaldoli, tra il 18 e il 23 luglio del 1943, in cui fu elaborato un programma conosciuto come Codice di Camaldoli, che nel dopoguerra guidò l’azione della Dc in campo economico”.

“Lei è stato uno dei politici italiani, se non l’unico, che ha governato per parecchi anni: sette volte presidente del Consiglio e ventuno volte come ministro in numerosi dicasteri”.

“Ho cominciato all’età di 28 anni come sottosegretario alla presidenza del Consiglio nei governi di Alcide De Gasperi e di Giuseppe Pella, dal 1947 al 1954”.

“Ma la sua attività, non solo nella politica, iniziò ancora prima”.

“Sì. Alla fine della guerra, nel 1945, a 26 anni, quale esponente del mondo cattolico, fui nominato membro della Consulta nazionale e nel 1946 fui eletto deputato all’Assemblea Costituente nelle liste della Democrazia cristiana per il collegio del Lazio. Nello stesso collegio fui in seguito confermato deputato alla Camera dal 1948 al 1987, sempre con un amplissimo numero di preferenze. Nel 1976 fui consigliere del Comune di Roma”.

“È stato anche deputato al Parlamento europeo”.

“Sì, nel 1984 e nel 1989. Il primo giugno del 1991 fui nominato senatore a vita”.

“Dunque può dire a buon diritto di essere stato uno dei politici italiani di maggior rilievo, se non l’unico, per più di quarant’anni al centro delle principali vicende del nostro paese”.

“Ma non mi è stato tanto facile, sia per le polemiche che spesso sollevavano il mio atteggiamento e certe mie affermazioni, sia perché il mio carattere, nonostante la mia faccia tranquilla e serena, e ciò lo devo alla mia visione di Dio e della Creazione, era piuttosto complesso. E poi sono stato anche giornalista e scrittore”.

“Una personalità poliedrica, insomma, dotata di una vena ironica che smontava i suoi avversari, e che ha contribuito ad accrescere la sua fama. Un esempio l’imitazione che di lei fece Oreste Lionello al Salone Margherita, a cui assisté lei stesso, e io ebbi il piacere di conoscerla proprio lì, nel 1988. Ricordo che Lionello la ringraziò perché con quella sua visita al Salone Margherita aveva restituito allo spirito tutte le sue dimensioni. E lei gli rispose: Se si mette un paio di scarpe un po’ più alte, la mando a sostituirmi in qualche caso. Lionello, che è stato il mio più caro amico, non s’interessava tanto di politica, però soleva dire: La politica un po’ litica, un po’ non ce la fa”.

“Anche lei, però, con me ha fatto un po’ d’ironia, rendendomi pan per focaccia”.

“Quando?”.

“In un suo poemetto, Italieide, in cui, tanto per cominciare mi ha chiamato Andreotto”.

“Perché Andre-otto è un composto dal greco anèr-andròs, che significa uomo di valore, più otto, quindi lei è stato un uomo di valore che ne valeva otto”.

“Questa non l’avevo afferrata”.

“D’altra parte tutti i nomi dei politici in quel poemetto terminavano in o: Cossigo, De Mito, Spadolino, Craxo, Natto…”.

“Mi ha chiamato persino Belzebù”.

“Perché ne sapeva sempre una più del diavolo, e questa espressione non è un’offesa, significa essere molto astuti, avere iniziative e risorse, e in questo lei era insuperabile. E poi la chiamavano anche il divo Giulio, come il divo Augusto, e con quell’aggettivo le hanno fatto persino un film”.

“Lasciamo perdere. Lei, sempre nell’Italieide, mi ha definito il paladino dell’ambiguità che manovra le fila sotto sotto”.

“Ma se persino nella Bibbia, che è definita ‘Parola di Dio’, ci sono un sacco di ambiguità! Lo sa come Bottai chiamava gl’Italiani?”.

“No: questo particolare del fascismo non me lo ricordo”.

“Angeli e demoni, insieme”.

“Però in quel poemetto me ne ha suonate tante. Ha scritto addirittura: È capace di scendere all’inferno o di andare persino sulla luna, pur di restare sempre nel Governo”.

“Cose passeggere. Licenze poetiche. Ma le inviai anche un bel sonetto. Quanto alle definizioni che le sono state attribuite lei ha superato tutti nella storia della politica italiana. C’è chi l’ha definita un mistero, un personaggio indecifrabile. Praticamente un Dio. Per quasi mezzo secolo ha tessuto una tela complicatissima, utilizzando ogni sorta materiale, persino alcuni scandali, che l’hanno solo sfiorata perché nessuno è mai riuscito a venirne a capo”.

“Ho esercitato una grandissima influenza nella politica, ma posso dire che non ho mai impartito ordini a nessuno, davo consigli, incoraggiavo, e non ho mai insultato nessuno, come hanno fatto e fanno tuttora molti politici italiani”.

“Per lei la politica era una vocazione, una missione”.

“Politici si nasce, e io lo nacqui, per dirla con Totò. La politica è la parola per antonomasia”.

“Veramente la Parola per antonomasia, con la P maiuscola, è quella di Dio, anzi, come dice Giovanni nel Vangelo, in principio era la Parola, la Parola era Dio e tutte le cose sono nate dalla Parola, cioè dall’essenza di Dio stesso, non come dice la Chiesa, la quale sostiene che Dio creò l’universo dal nulla. Il nulla non esiste, poiché Dio è tutto e dovunque non c’è che Lui. Può darmene la conferma?”.

“L’unica cosa in cui dissentivo e ancora dissento dalla Chiesa è proprio questa. Sono d’accordo con lei. La Parola, in qualunque senso, in qualunque forma, come anche i versi degli animali, il soffiare del vento e il rombo di un motore, è la voce di Dio. E lo è soprattutto nella politica, poiché la parola è lo strumento della dialettica, l’arte di saper parlare, e di saper convincere. Un politico che parla a vanvera, che non conclude niente ed è snobbato dal popolo non è un politico”.

“Sono molti gl’italiani che hanno creduto in lei, altrimenti non le avrebbero dato un consenso che è durato per tanti anni”.

“Sa qual è e quale è sempre stato il principale problema della politica? Le tasse. Già tremila anni prima della nascita di Cristo si pagavano le tasse. Lo Stato non può provvedere ai bisogni dei cittadini se questi non gli danno un contributo. Si pagavano le tasse sui raccolti della terra e su ciò che il bestiame produceva. Erano sicuramente obblighi soggetti ad ingiuste presunzioni e le tasse venivano imposte al popolo senza alcun tipo di giustizia sociale. I contadini venivano infatti tassati sul raccolto presunto e non su quello effettivo”.

“Tale e quale come oggi”.

“‘Niente di nuovo sotto il sole, diceva già Qoelet nell’Ecclesiaste”.

“Poi ci sono i momenti di emergenza, quando accade qualche cosa di grave”.

“Gl’Italiani sono sempre in emergenza. I Greci sono stati forse gli unici, o comunque i pochi fra i popoli, che, finita l’emergenza, levavano anche la tassa. Addirittura se arrivava qualche bottino di guerra la tassa veniva restituita. Comunque ci sono tasse e tasse, e molte sono un’assurdità. Come la tassa sui gabinetti pubblici, dal tempo degli antichi Romani”.

“Beh, sino ad un certo punto, direi. Se sei a casa è un conto, ma se hai un bisogno quando ti trovi fuori, per soddisfarlo devi pagare”.

“In effetti quella tassa, imposta da Vespasiano (dal quale è derivato il nome dei gabinetti pubblici) non era applicata sui ‘vespasiani’, ma era collegata ad essi perché veniva misurata in base all’urina prodotta. I privati, infatti, per accrescere il loro guadagno vendevano l’urina ai conciatori di pelli per ricavarne l’ammoniaca. E poi non era l’unica tassa anomala, certo era la più conosciuta, visto che la tradizione popolare ne ha parlato per secoli e secoli. Lo sapevano i cantastorie siciliani nel primo periodo del Regno d’Italia, che raccontavano al popolo lo scampato pericolo: Governu italianu ti ringraziu, ca ppi pisciari non si paga daziu”.

“Non dimentichiamo che in Russia Pietro il Grande impose la tassa sulla barba. D’altra parte la Costituzione italiana dice: Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

“Cambiamo argomento e parliamo ancora di lei. Lei ha ricevuto molte lauree ad honorem da università di tutto il mondo, e questo è un altro merito che la distingueva fra tutti i politici italiani: dal Trattato di pace alle questioni di Trieste, dell’Istria e dell’Alto Adige; dalla scelta fra monarchia e repubblica all’approvazione della Costituzione, alla nascita dell’Alleanza Atlantica e ai primi passi dell’unità europea, fino alla tormentata questione della riforma elettorale. Ricordo con piacere, e con ammirazione, il suo abbraccio ad Arcinazzo col Maresciallo Graziani nella campagna elettorale del 1953. Sono tanti i suoi esempi di concordia e di pacificazione degli Italiani. Fin dalla fine della guerra lei seguì personalmente le principali questioni che l’Italia si trovò ad affrontare, dalla ricostruzione al Trattato di pace contro le rivendicazioni jugoslave sull’Istria e su Trieste, e così via. E le sue celebri frasi, le sue battute: Il potere logora chi non ce l’ha, L’umiltà è una virtù stupenda, ma non nella dichiarazione dei redditi, Non basta avere ragione, bisogna avere anche qualcuno che te la dà, La cattiveria più pericolosa, anzi pericolosissima, è quella dei buoni. E così via”.

 

Caro ed impareggiabile Andreotti,

che in quest’Italia in cui tutto traballa

e dove tutti i freni sono rotti,

beato te, rimani sempre a galla,

non vedi questa banda di Bassotti

che nel Paese indisturbata stalla

e sempre inquiete fa le nostre notti?

Se non ti grava troppo quella spalla,

cerca di sostenere un poco il peso

di questo incorreggibile Stivale

che dopo Craxi non s’è più ripreso,

guariscilo, se puoi, da tanto male,

prima che, dopo averlo bene steso,

De Mita non gli faccia il funerale.

(Brandelli d’Italia, Herald Editore).

Aggiornato il 12 marzo 2020 alle ore 12:22