Vaccini e globalizzazione: tutto il mondo è paese

Possiamo consolarci anche rispetto ai cosiddetti furbetti del vaccino Covid e alle inevitabili polemiche da bar e da prime pagine sui giornali: tutto il mondo è paese. Sui siti e sulla carta stampata dei maggiori quotidiani francesi, inglesi e americani – oltre che beninteso quelli italiani – ci sono titoli e servizi su persone accusate di avere saltato la fila, in barba ai tanti ottuagenari rimasti per ora a bocca asciutta, principalmente per mancanza di materia prima.

E le modalità sono sempre le stesse: su “Le Monde” ad esempio si legge la storia di alcuni “sani e robusti cinquantenni” che in una chat di WhatsApp si scambiavano le informazioni promanate da uno dei tanti medici di famiglia di Parigi, che segnalava “dosi

avanzate” a fine giornata. Ed eccoli tutti in coda a vaccinarsi o almeno a tentare di farlo, mentre altri “aspetteranno per giorni o settimane”.

Sembra quasi che la globalizzazione, che una volta era un fenomeno economico con notevoli vantaggi e alcune controindicazioni, si sia in questo momento focalizzata sulle mancanze dei rispettivi governi europei, ma anche americani, sudamericani, russi e asiatici, nella programmazione sanitaria. Un “tutto il mondo è paese” tarato su un minimo, anzi infimo, comune denominatore che è rappresentato dalla incapacità dei governi, democratici o meno che siano, di svolgere le funzioni per cui esistono.

Magari con l’anarchia globale le cose andrebbero meglio? Qualcuno prima o poi comincerà a pensarlo. Infatti, come noto, “è meglio un asino vivo che un dottore morto”. Forse sarà in futuro rivalutata la possibilità di vivere in un disordine ben organizzato, piuttosto che nell’attuale ordine caotico.