Critiche (e giudizi) anche sui magistrati

L’Associazione nazionale magistrati dice che la richiesta di sanzioni alle toghe è irricevibile.

Al solito, eludono il problema, che non è quello della sanzione, ma la sindacabilità di condotte e persone in una Repubblica democratica. Ecco: facciamone una questione di democrazia, lasciando ad altri il cruccio della pena. La mia risposta sul “Corriere” di oggi, che ringrazio. Gli uomini liberi non si piegano mai.

Illustre direttore,

Ho letto con attenzione l’intervista rilasciata al Suo giornale dal Procuratore Generale di Torino, dr. Francesco Enrico Saluzzo, in riferimento all’increscioso episodio verificatosi al Tribunale di Asti, che ha pronunciato sentenza di condanna senza assumere le conclusioni della difesa.

Dico subito che il fatto è innegabilmente grave e merita adeguati approfondimenti nelle competenti sedi. Aggiungo, poi, che, personalmente, non avrei mai sollecitato, come invece è stato fatto, il trasferimento degli interessati e lo scrutinio disciplinare della loro condotta. Il settore civile della Giustizia non è il parcheggio di coloro che - mettiamola così - sono incappati in qualche errore nella trattazione degli affari penali. Se un Giudice non è un buon Giudice, non lo è ovunque lo si mandi.

Detto questo, condivido ancora meno le parole del Procuratore Generale, che rispedisce al mittente lo stigma, addebitando alla Camera Penale una inaccettabile caduta di stile proprio perché la richiesta promana da chi rivendica il ruolo di difensore dei diritti degli accusati.

Con l’abilità dialettica che gli appartiene, il Procuratore Generale elude, ancora una volta e purtroppo, il vero problema, che è quello della sindacabilità delle azioni dei magistrati da parte dei cittadini, vale a dire di quel “popolo” nel cui nome vengono pronunciate le sentenze. Nel silenzio del Presidente della Corte d’Appello, vertice del distretto in cui operano i magistrati del Tribunale di Asti, il dr. Saluzzo marca il territorio, tracciando una linea di confine sulla quale, a suo giudizio, campeggia il cartello della legge con la scritta “non plus ultra” . Non è così. Anzi: così non va bene affatto.

Una cosa, infatti, è la indicazione delle disposizioni normative che stabiliscono le attribuzioni in ambito disciplinare - qui, il Procuratore Generale ha ragione - mentre altra cosa è la critica alle persone in presenza di un fatto che farebbe accapponare la pelle a chiunque.

Si può dire o no che l’azzeramento del ruolo difensivo è inaccettabile? Ci si può chiedere o no che Paese è mai quello nel quale, di fronte ad un fatto pubblico, innegabile, evidente, nessuno sente il bisogno di intervenire immediatamente?

Non si tratta, caro direttore, di attacchi ad personam, ma di una giusta - doverosa - reazione ad un fatto commesso da persone. Anzi: da persone che decidono della libertà di altre persone, come non può sfuggire al Procuratore Generale.

Ridurre tutto ad una questione personale, a conti fatti, appare soltanto un diversivo il cui scopo non è soltanto quello di distrarre l’attenzione dallo stato delle cose (leggete in questo modo, almeno una volta, le sensazioni provate al momento della cattura dai 29mila innocenti risarciti per ingiusta detenzione), ma quello di ricordare a tutti che nel recinto dei magistrati non si entra, pena l’accusa di eversione della legge. Fermo il rispetto alla funzione, nessuno è sottratto alle critiche, neppure i magistrati. Confrontiamoci su questo, signor Procuratore Generale.

Non è vero, inoltre, che la Camera Penale, da sempre schierata in difesa della presunzione di non colpevolezza, avrebbe emesso una sentenza di condanna anticipata verso quei giudici. A questo rimprovero, del tutto ingiustificato, rispondo con le parole di Piercamillo Davigo, che non è di certo iscritto al partito dei garantisti: “Se un ospite mi ruba l’argenteria, per dire che è colpevole devo aspettare i tre gradi di giudizio, ma non sta scritto da nessuna parte che devo ancora invitarlo a casa mia”.