#kutoo: di punta contro il tacco

Dopo il #metoo, arriva il #kuToo. Si tratta di una nuova campagna antidiscriminazione che nasce in Giappone da un’iniziativa dell’attrice e scrittrice Yumi Ishikawa.

La proposta è quella di abolire l’obbligo delle scarpe con tacco alto in ufficio. È prassi ufficiosa infatti che le donne giapponesi, sul luogo del lavoro, debbano portare quotidianamente tacchi alti. E a quanto pare, questa esigenza estetica è “apprezzata” anche durante i colloqui di lavoro. Questo “obbligo” viene visto come sessista e discriminante e per questo motivo l’attrice ha incontrato alcuni funzionari del ministero del Lavoro per discutere della questione, ed è stata presentata una petizione online, che finora ha raccolto oltre 20mila firme, che chiede l’introduzione di una legge che vieti l’obbligo per le donne di indossare tacchi alti tutto il giorno.

Bisogna sapere che la parola “KuToo” proviene sia dal lemma kutsu, che significa scarpe in giapponese, sia dalla la parola “kutsuu” che vuole dire dolore. Un gioco di parole che fa capire bene come le donne siano stanche di doversi piegare a questa volontà estetica imposta dagli uomini.

Anche se la realtà non è poi così drastica ed a senso unico. Che la società giapponese fosse prigioniera del conformismo estetico, soprattutto durante le ore di lavoro, è cosa risaputa. Non è difficile notare i businessman nipponici portare l’abito blu o nero e la cravatta anche quando le temperature raggiungono i 40 gradi. E stessa sorte tocca alle colleghe che portano quasi tutte una sorta di uniforme: colori pastello, capelli in ordine, giacca e camicetta coordinate. Neanche il primo ministro Shinzo Abe era riuscito nell’intento di liberare i lavoratori, almeno durante i mesi più caldi, da questo rigido diktat sociale.

Dal 2005, infatti, ogni estate viene proposta una campagna del “Cool biz” adottata dall’esecutivo che suggerisce esplicitamente ai cittadini di non indossare giacche o cravatte, così da abbassare anche i livelli dei condizionatori negli uffici. Si sa le tradizioni sono dure a morire. Malgrado l’afa infatti, per i dipendenti nipponici è difficile rinunciare all’uniforme, fosse solo per rispetto del datore di lavoro e le donne sembrano non essere ancora pronte per sfidare una tradizione così ben ancorata nella quotidianità lavorativa. Si vedrà se l’ondata femminista giapponese dell’attrice Ishikawa porterà dei cambiamenti radicali, oppure resterà vincolata al web tramite petizioni on-line.