Pamelagate: è tv-verità?

And the Oscar della settimana goes to... sicuramente a Silvia Toffanin che nel suo studio di Verissimo, svuotato per l’occasione per creare un clima intimo da confessione intima, ha raccolto la testimonianza della a quanto pare raggirata Pamela Prati ed è andato in scena il “Pamelagate”, lo scandalo dell’assurdo che ha riempito le pagine dei giornali per settimane.

Anche “l’Internet” è impazzito appresso a questa televonela da cortile che ha visto protagoniste le sue agenti ( agenti? ) della Aicos Management, Pamela Perricciolo e Eliana Michelazzo, ad oggi indicate come le uniche responsabili della rovinosa pièce “Il marito invisibile”.

Neanche la Disney avrebbe potuto creare nulla di più favoloso. Non si è ben capito, ancora, chi ha raggirato chi e perché ma, da più parti, compresa la “scienziata” Eva Henger che ci ha deliziati con la sua opinione qualificata, sono arrivate critiche pressoché unanimi nel deprecare l’atteggiamento di tutte le coinvolte e gli spazi televisivi che sono stati loro offerti in diversi programmi tra cui Live non è la D’Urso e, appunto, Verissimo.

Ma...verissimo che? Davvero ce lo domandiamo con quale arte la Toffanin sia stata capace di pause e silenzi che nemmeno Celentano, di sguardi cucciolosi e contenuti di sincera compassione e preoccupazione (sincera?) per il racconto lacrimoso della Prati, convinta fino a ieri che sarebbe convolata a giuste nozze con un tizio mai visto e mai sentito nemmeno al telefono. Un tizio mai visto e mai sentito nemmeno al telefono. Mah. Poi la rettifica sull’immagine, che lei no, non ha problemi finanziari, che lei dall’anno scorso percepisce una pensione, che non è vero che ha debiti al Bingo, che lei non sa, non sa, non sa. A ogni domanda un “non lo so”. Confessione eccellente, recita di entrambe a livelli Strasberg, inarrivabili.

E adesso? Rimpalli di responsabilità? Quereline? Alcol e barbiturici? A chi lo diamo il ruolo che fu di John Kennedy, a Mark Caltagirone? (Che come nome per un pornoattore in effetti non sarebbe stato male...). C’è da dire però che questa vicenda ha acceso di nuovo i riflettori sulla bassezza che può raggiungere la sedicente tivvù verità, dove la verità forse non la sapremo mai ma come ci ricamano sopra gli autori, i giornalisti e le starlette è lo specchio del fatto che anche noi che non siamo morbosi quella robaccia la guardiamo, ne parliamo, la commentiamo.

Facciamo bene, facciamo male, poco importa, sfortunatamente esiste. Importa forse di più che ancora nel 2019 due lesbiche non dicano che sono lesbiche e che ce lo debba dire Dagospia; che non ammettano che vivono insieme da anni con un cagnetto sgorbio ma carino che risponde al nostalgico nome di Benito e si inventino mariti a ripetizione; che una delle due nottetempo minaccia il suicidio e abusa di farmaci fino ad essere ricoverata, scomodando per via delle sue macchinazioni perverse ben due volanti dei carabinieri, un camion di pompieri e l’ambulanza all’una di notte disturbando un intero condominio (il mio) e che in fretta e furia il giorno dopo traslochi. Sempre di notte, sempre facendo casino.

Quindi si parte a ruota con la trama noir, le bottiglie di acido sul pianerottolo, le lettere minatorie di cui Pamela però non svela il contenuto limitandosi ad un sospirato: “Cose brutte Silvia, cose brutte”.

Andrà mica a finire che diranno che sono state avvelenate col Polonio 210? Speriamo di no, che altrimenti oltre alle puntate live con lo psichiatra in terapia di gruppo per tutte e tre le signore e la conduttrice di turno ci toccherà pure l’immancabile criminologa. E almeno quella, anche stavolta come il prezzemolo, pietà, risparmiatecela. Cose brutte davvero, questa è l’unica verità.