Mi ha colpito l’intervento del Cardinale Gianfranco Ravasi al Festival dell’Economia di Trento. In particolare, la sua apertura in cui ha ricordato una definizione del filosofo francese Paul Ricoeur sull’attuale era: “L’epoca della bulimia dei mezzi e anoressia dei fini”. Una definizione che, secondo il Cardinale Ravasi, fotografa la solitudine dell’individuo precipitato nell’abisso del vuoto, dell’apatia e dell’indifferenza alla quale ci si può contrapporre attraverso la cultura, tornando a interrogarsi sul significato delle cose, delle scelte e della vita. Sono rimasto colpito perché, in realtà, il Cardinale ha denunciato un male che non riusciamo né a capire né a misurare, perché siamo tutti portatori di “indifferenza”. Ed è proprio l’indifferenza il virus che ha reso possibile, soprattutto negli ultimi dieci anni, la crisi di ciò che, sbagliando, chiamiamo “politica”.

Ma per capire davvero cosa sia l’indifferenza, per riuscire cioè a far capire come, in modo mimetizzato, l’indifferenza ci coinvolga e ci renda estranei e superficiali nell’affrontare emergenze e fenomeni che caratterizzano giornalmente la vita socio-economica del nostro brodo, del nostro vivere giornaliero all’interno del Paese, penso sia utile analizzare degli esempi in cui emergono i comportamenti di chi è preposto, direttamente e indirettamente, alla gestione della cosa pubblica e delle scelte.

Se solo oggi, o meglio solo dall’insediamento del Governo Draghi, ci siamo accorti che avevamo da affrontare un difficile impegno, quello di attuare il Piano nazionale di ripresa e resilienza, vuol dire che l’approccio fino ad allora aveva avuto come caratteristica la superficialità o meglio ancora l’“indifferenza”. Affrontando l’attuazione del Pnrr, ci siamo accorti di due vincoli essenziali:

il completamento delle scelte inserite nel Piano in un arco temporale ben preciso;

il superamento di un gap tra distinte aree del Paese non attraverso solo il trasferimento rilevante di risorse, non attraverso la elezione di cadenze temporali nell’avvio degli interventi ma, per la prima volta, inseguendo una componente chiave: la organicità della intera operazione.

Guardate: il fattore tempo è stato, sin dalle prime riunioni operative nella definizione dell’intero Pnrr a livello comunitario, il riferimento portante. E l’Unione europea in quella fase di impostazione ci ha ricordato che il quadro delle risorse doveva anche tenere conto di quelle assegnate con il Fondo di coesione e sviluppo 2014-2020 di cui, su 54 miliardi di euro, rimanevamo da impegnare e da spendere ancora 30 miliardi di euro entro il 2023, e quelle che riguarderanno il Fondo di sviluppo e coesione 2021-2027 da spendere entro il 2027. Quindi, penso che queste scadenze temporali per la prima volta tolgano l’abitudine generica a programmare senza garantire l’impegno a trasformare l’intuizione programmatica in opera concreta e misurabile. Queste cadenze temporali servivano e servono per togliere proprio l’“indifferenza”.

In merito al secondo riferimento essenziale, penso sia utile ricordare quello che, in più occasioni, ha ribadito sia il Commissario europeo agli Affari economici, Paolo Gentiloni, sia il Direttore generale della Politica regionale della Unione europea, Marc Lemaître e cioè che il rilevante impegno finanziario riconosciuto al nostro Paese 191,5 miliardi di euro (di cui 68,9 a fondo perduto) trovava ampia motivazione nello stato di misurabile arretratezza del Mezzogiorno. Una arretratezza chiaramente leggibile attraverso due oggettivi indicatori:

i Livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi (Lep). La Costituzione affida allo Stato, come competenza esclusiva, la funzione di definire i Lep (articolo 117, comma 2, lettera m). Al netto di quelli già impliciti nelle normative vigenti, sono ancora molti i settori in cui i Lep devono essere definiti, dai servizi sociali al trasporto locale. Ciò rappresenta una questione istituzionale di primaria importanza, perché significa che il dettato costituzionale resta inattuato su un punto dirimente. Oggi già disponiamo di dati che denunciano, in modo davvero tragico, la distanza tra Regioni del Centro-Nord e Regioni del Sud; in particolare la distanza relativa ai servizi socio educativi adeguati al Centro-Nord è pari all’89 per cento, nel Sud non supera il 30 per cento. È inutile sottolinearlo ma i Livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi devono essere garantiti in modo uniforme sull’intero territorio nazionale;

il reddito pro-capite: negli anni Settanta il reddito pro-capite nel Centro-Nord era pari a 32mila euro con punte in Lombardia superiori a 38mila euro. Nel Mezzogiorno, sempre negli anni Settanta, il reddito pro capite era pari a 16mila euro. Oggi il reddito pro-capite nel Centro-Nord si attesta sui 38mila euro con punte in Lombardia superiori ai 42mila euro; mentre nel Mezzogiorno si attesta su valori non superiori ai 18mila euro. In oltre cinquanta anni non è cambiato nulla.

Ebbene, questi due indicatori hanno motivato il trasferimento al nostro Paese di una quota dei Fondi relativi al Next Generation Eu pari a 750 miliardi di euro superiore al 27 per cento. Ma queste sono scoperte che erano note da sempre, questi erano obiettivi da perseguire da sempre in quanto parte integrante della Costituzione e, senza prendere esempi dalla offerta di reti di trasporto, ho preso come riferimento i servizi sanitari e riporto alcuni dati che da soli denunciano quanto siamo ancora distanti dal rispetto del richiamato articolo 117 – lettera m – della Costituzione. In particolare, qui ho elencato il numero di posti letto disponibili nelle terapie intensive, prima della pandemia e dopo. Ho preso quattro Regioni, due al Nord e due al Sud, che hanno più o meno gli stessi numeri di abitanti. Ed è emerso che a parità di abitanti il Sud è abbondantemente penalizzato.

Nasce quindi spontanea una domanda: perché si è rimasti indifferenti? Perché le Regioni del Mezzogiorno e non le singole Regioni del Sud non hanno deciso di abbandonare da sempre la Conferenza Stato-Regioni, mettendo in crisi ogni attività del Governo? E mi chiedo: se le responsabilità di un simile comportamento fossero da addebitare alle Regioni, perché lo Stato non è intervenuto? A questa indifferenza sicuramente la più grave e la più inconcepibile se ne aggiungono tante altre su tematiche, che riporto sinteticamente:

le Zone economiche speciali (Zes). Mi vergogno che i dati che sto riportando di seguito siano letti da ex colleghi della Unione europea: con il Decreto legge 20 giugno 2017, numero 91, convertito con modifiche dalla legge 3 agosto 2017 numero 12 e successive modificazioni, nell’ambito degli interventi urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno, è stata prevista e disciplinata la possibilità di istituzione delle Zone economiche speciali (Zes) all’interno delle quali le imprese già operative o di nuovo insediamento possono beneficiare di agevolazioni fiscali e di semplificazioni amministrative. Con il Dpcm del 25 gennaio 2018 è stato adottato il Regolamento recante l’istituzione di Zone economiche speciali (Zes). In realtà, dopo cinque anni non è successo nulla. Contestualmente, penso sia salito al massimo il tasso di “indifferenza” degli otto presidenti delle Regioni del Mezzogiorno. Il tasso più alto va riconosciuto al governatore della Regione Sicilia nell’essere rimasto indifferente a un dato: in Sicilia sulla carta ci sono ben 43 aree elette a Zes, in tutta l’Ue le aree elette a ZES sono solo 91. Già questo dimostra la completa deformazione del concetto ispiratore delle stesse Zes e, al tempo stesso, rende priva di organicità e di immediata incisività l’azione stessa dello strumento;

la portualità nel Paese e in particolare nel Sud: assistiamo, come più volte da me denunciato praticamente da anni, al fallimento di tre impianti portuali con elevata capacità verso la offerta transhipment. Mi riferisco ai porti di Cagliari, Augusta e Taranto. Solo Gioia Tauro rimane un riferimento vincente. Poche settimane fa avevo prospettato due proposte: predisporre una norma che renda le nostre autorità portuali “Società con autonomia finanziaria”, cioè capaci di essere vere competitrici nel mercato internazionale e, al tempo stesso, avevo ipotizzato la costituzione di una Società unica di gestione dei quattro porti transhipment del Sud. Ma anche in questo caso ha vinto e vince la sistematica indifferenza di Regioni, che preferiscono essere estranee ad un’azione congiunta e scelgono quindi la più becera indifferenza;

gli assi ferroviari ad alta velocità sono praticamente quattro: l’asse Napoli-Bari, l’asse Taranto-Potenza-Battipaglia, l’asse Salerno-Reggio Calabria e il sistema Palermo-Messina-Catania. Solo l’asse Napoli-Bari è in avanzata fase di realizzazione, perché previsto e avviato nel 2012 con risorse della legge Obiettivo. Analogo inserimento, sempre nella legge Obiettivo, era stato fatto anche per il sistema Palermo-Messina-Catania ma in questo caso siamo solo di fronte all’avvio di un primo lotto. Gli altri due assi sono, allo stato, in una fase di prefattibilità e mentre nel caso della Taranto-Potenza-Battipaglia ci sono le coperture, per la Salerno-Reggio Calabria le uniche coperture garantite dal Pnrr sono pari a 1,8 miliardi di euro (ricordo che l’opera ha un costo stimato di 30 miliardi di euro). Finora, su queste scelte e sul relativo avanzamento ho paura stia prendendo corpo la “indifferenza”;

la viabilità in Calabria, Sicilia e in Sardegna. Sono sufficienti tre opere per capire quanto sia preoccupante l’approccio dello Stato nei confronti delle aree del Sud: l’asse stradale 131 Carlo Felice in Sardegna, l’asse stradale 106 Jonica in Calabria e l’asse stradale Palermo-Agrigento-Caltanissetta in Sicilia. Per gli ultimi due assi c’erano le risorse e in parte i progetti varati dalla legge Obiettivo, ma dal 2015 in poi i trasferimenti finanziari si sono bloccati. In questo caso, la indifferenza dura da oltre dieci anni e rimarrà tale penso a lungo;

l’offerta di trasporto nelle aree metropolitane di Napoli, Bari, Palermo, Catania, Taranto, Messina. In queste aree il costo da congestionamento ha superato nel 2019 (prima della pandemia) oltre 2.700 milioni di euro. In realtà il trasporto pubblico, esclusa Napoli, avviene solo o con mezzi privati o con bus. Speriamo che con i fondi del Pnrr possa prendere corpo una organica azione mirata alla realizzazione di reti metropolitane. Per ora però solo proposte e studi di fattibilità; cioè solo una ben vestita “indifferenza”;

i nodi logistici interportuali. Il Sud, allo stato attuale, dispone solo dell’interporto di Nola-Marcianise. Gli altri sono solo siti propensi a diventare tali. Questa assenza di Hub logistici integrati con le reti e con la portualità rappresenta da sempre una delle cause del costo maggiore del trasporto delle merci nel Sud. Un costo che in molti casi rende proco concorrenti molti prodotti del Meridione. Ma in questo caso l’indifferenza viene ridimensionata attraverso la redazione di studi e progetti (oltre 44 a cura di organismi pubblici e privati). Studi e progetti che rimangono tali;

la crisi nelle realtà produttive di Termini Imerese, Priolo e Taranto. Ripetutamente le ho definite “bombe sociali” per la pluriennale crisi mai risolta e forse mai seriamente affrontata. Mi riferisco soprattutto a Termini Imerese e Taranto, dove si produrrà nel breve periodo la perdita di oltre 30mila posti di lavoro. Qui l’indifferenza è davvero indifendibile. E purtroppo coinvolge Governo, Regioni e Sindacato;

il collegamento stabile sullo Stretto. In questo caso l’indifferenza delle Regioni del Mezzogiorno ha raggiunto livelli inimmaginabili ed ha annullato, per almeno 12-15 anni, ogni possibilità di disporre dell’opera. Bastava che le Regioni impugnassero nella Conferenza Stato-Regioni una decisione presa da una “determina” di un dirigente del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Una determina con cui si è nominata una Commissione per decidere se e come fare il collegamento stabile sullo Stretto. Non un decreto ministeriale, non un decreto interministeriale, non un Dpcm, non un ordine del giorno del Parlamento ma una determina. Cioè uno strumento con cui si autorizza l’acquisto di una risma di carta. Se le otto Regioni, insisto, avessero bloccato nella Conferenza Stato-Regioni un simile atto e se avessero fatto presente che senza un simile annullamento, avrebbero bloccato il Documento di Economia e Finanza (Def). Allora, forse, avremmo ancora potuto affrontare questo intervento che, oltre a servire alla Sicilia attraverso l’annullamento di un dazio annuale di 6 miliardi di euro sul Pil, rappresenta per il Paese e per l’Unione europea una condizione essenziale di continuità territoriale. Gli unici interventi incisivi su questo atto folle dell’attuale e del passato Governo sono stati quelli dell’onorevole Roberto Occhiuto, oggi presidente della Regione Calabria, e degli onorevoli Stefania Prestigiacomo e Matilde Siracusano. Il resto è stato solo un brodo colmo d’indifferenza.

Il mio non è pessimismo o terrorismo mediatico. La mia è solo paura che questa “indifferenza” abbia azzerato ciò che di positivo e di corretto c’era nel nostro approccio con gli interessi del Paese, cioè con i nostri interessi e che, cosa davvero grave, le istituzioni (Parlamento, Governo, Regioni ed Enti locali) non siano disponibili a uscire da un simile assurdo torpore perché l’indifferenza è priva di responsabilità.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole