Transizione: ecologica o ideologica?

Friday for future o venerdì di passione? “Transizione ecologica” è diventata espressione di uso così frequente da precludere l’esatta percezione della posta in gioco sul fronte ambientale, e del substrato ideologico di un così forte battage. La transizione ecologica è il nuovo imperativo etico, la nuova frontiera politica, la nuova norma fondamentale dell’intero assetto normativo euro-unitario. Essa rappresenta l’esito di un percorso avviato da tempo, soprattutto in ambito sovranazionale. L’ambiente è, infatti, il settore nel quale il legislatore comunitario si dimostra più prolifico; significativa è pure la frequenza – superiore a quella registrata negli altri settori di competenza legislativa concorrente – con la quale vengono inflitte sanzioni agli Stati membri per il mancato recepimento delle disposizioni comunitarie.

La diretta incidenza negli ordinamenti interni delle scelte in materia ambientale e l’effettività dell’attuazione delle normative è presidiata da un rigoroso sistema sanzionatorio. Il settore ambientale è, infatti, quello in cui si è registrata l’erosione più profonda alla sovranità degli stati membri, colpita in una delle sue espressioni più significative: la potestà di sanzionare penalmente i comportamenti dei propri cittadini. Plurime e gravi sono le fattispecie incriminatrici nazionali il cui precetto viene riempito dalle statuizioni non di assemblee elettive ma da organismi comunitari composti da tecnici ed esperti. La centralità delle tematiche ambientali nelle politiche dell’Unione europea è, peraltro, testimoniata dalla trasversalità degli interventi che, giustificati dalla suprema esigenza di salvaguardare la casa comune, finiscono per l’invadere ed incidere significativamente negli ambiti riservati ai diritti delle persone, delle famiglie e delle imprese, che vengono relativizzati in chiave ecologista, in modo da far apparire con sempre maggiore evidenza, più che il verde, l’arcobaleno come bandiera ideologica di riferimento.

La cifra ideologica del riferimento all’ambiente discende, infatti, in modo evidente dalla strumentalizzazione che viene operata di esigenze, pur condivisibili, di salvaguardia dell’habitat naturale per introdurre vincoli e obiettivi tali da condizionare in modo significativo non solo le politiche nazionali, ma la stessa vita dei singoli e delle comunità; vincoli ed obiettivi che, spesso, vanno ben al di là della pur sacrosanta tutela dell’ambiente. Né è da trascurare, quale ulteriore dato di conferma, il rilievo che è stato attribuito all’adesione agli indirizzi ed alle normative in materia ambientali nel novero delle condizionalità che i Paesi candidati ad accedere all’Unione europea sono tenuti a soddisfare pena il mancato ingresso nel consesso comunitario (con gli annessi benefici economico-finanziari). Non è un caso, pertanto, se, fin dall’inizio, gli interventi in materia ambientale hanno assunto la veste di programmi e piani di azione, quasi a riproporre la mistica della pianificazione delle passate esperienze del cosiddetto socialismo reale. Il primo “piano di azione quinquennale sull’ambiente” risale al 19 giugno 1973; l’ultimo, in ordine di tempo, ha lanciato, per il quinquennio 2019-2024, la nuova frontiera, il green deal europeo, destinato ad assorbire un terzo dell’intero pacchetto di risorse stanziate per il più imponente programma di finanziamento euro-unitario, noto come “Next Generation Eu”.

Non si tratta di interventi marginali, e non solo per quantità di stanziamenti. Gli ambiti interessati vanno dall’economia all’agricoltura, dai trasporti all’istruzione, fino a comprendere la “coesione, la resilienza, i valori”. Non si tratta, insomma, di passare semplicemente da una forma di energia ad un’altra, ma da una politica ad un’altra, da una cultura ad un’altra, da un uomo ad un altro uomo. Come è stato osservato: “La transizione ecologica non è politicamente neutra. Non è una questione ‘solamente’ tecnica, scientifica e tecnologica”. È una questione, in definitiva, antropologica. Non c’è da scandalizzarsi per questo. Bisogna, tuttavia, chiamare le cose con il loro nome. È evidente, infatti, che l’ecologia non è più intesa nel senso di studio e cura della casa, per tutelare innanzitutto chi la abita e chi la abiterà in futuro; spostando l’accento sulla transizione, la casa perde le sue fondamenta, diventa qualcosa di fluido, nelle mani di chi ne decide il movimento e, in fin dei conti, la destinazione. E la transizione, il movimento è destinata a prevalere sulla casa e su chi la abita; anzi quest’ultimo è guardato sempre più con sospetto, come un fastidioso intralcio, perché legato magari a valori non più sostenibili. Non è un caso, peraltro, se i sostenitori di tale transizione siano anche fautori di una politica di controllo delle nascite e del riconoscimento di un diritto all’aborto. Forse è davvero un Friday, un Venerdì, quello che stiamo vivendo, ma di passione. Quello che pare certo è che siamo nel bel mezzo di una transizione ideologica, in cui gli uomini, le famiglie e le imprese non hanno voce. Il compito dei giuristi è anche quello di smascherare questa truffa di etichetta e invocare la centralità dell’uomo, che deve rimanere l’obiettivo ultimo di ogni politica autenticamente a difesa della natura.  

(*) Tratto dal Centro studi Rosario Livatino