Emergenza rifiuti a Roma: una storia di ordinaria follia

L’emergenza rifiuti di Roma e del Lazio è una vera e propria storia di ordinaria follia. Il presidente della Regione, Nicola Zingaretti e la sindaca di Roma, Virginia Raggi continuano a giocare allo scaricabarile ma non si rendono conto che l’emergenza non è figlia del destino cinico e baro, bensì delle loro scelte sbagliate di questi anni. Scelte ideologiche frutto del pensiero “rifiuti zero”.

Sono arrivati addirittura alle carte bollate pur di attribuire ognuno all’altro la responsabilità dell’emergenza. Responsabilità che è comune. Proprio il Tar del Lazio, con una recente ordinanza, ha bocciato per incompetenza il decreto di Zingaretti che pretendeva di commissariare la Raggi, ma allo stesso tempo ha bacchettato anche la fascia tricolore capitolina, che non ha mai presentato un Piano dei rifiuti degno di nome. Il Tar con molto buon senso ha scritto che le due istituzioni devono collaborare, perché l’argomento è complesso. Non è che alla Regione – come dice l’assessore della giunta Zingaretti – spetta il compito di pianificare e agli Enti locali quello di costruire gli impianti. Perché proprio sull’impiantistica c’è una competenza condivisa.

A parte il fatto che il Piano regionale dei rifiuti approvato l’anno scorso è fuffa, come hanno spiegato più volte autorevoli esperti, perché abbassa di oltre il 10 per cento la riduzione dei rifiuti e alza la raccolta differenziata al 70-75 per cento: obiettivo irraggiungibile, sperando di far tornare i conti e far sparire i rifiuti con la bacchetta magica. Il Piano poi fotografa l’impiantistica esistente e non prevede nuovi impianti di Tmb (Trattamento meccanico-biologico) e termovalorizzazione. Mentre il Piano precedente, in vigore sino al 2020 e anche il Dpcm del Governo di Paolo Gentiloni immaginavano per il Lazio 4 termovalorizzatori al posto dell’unico in funzione oggi, quello di San Vittore.

Zingaretti con il Piano dei rifiuti ha detto “no” al termovalorizzatore a Roma, facendo una scelta ideologica e allo stesso tempo politica, perché ha costruito anche su questo l’accordo con i Cinque Stelle, che poi ha portato in giunta. Ed è paradossale che, mentre Zingaretti e Raggi continuano a darsele di santa ragione, sono uniti come un sol uomo sul “no” al termovalorizzatore. E per dire “no” il Piano dei rifiuti è centrato sulle discariche che invece, come ricorda l’Unione europea, bisognerebbe chiudere.

L’assessore regionale ai Rifiuti, Massimiliano Valeriani, ripete come un mantra che è l’Unione europea a vietare i nuovi termovalorizzatori e l’altro giorno ha citato anche il “no” del neo-ministro alla Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Una vera e propria fake news non degna di un rappresentante delle istituzioni.

Ho ascoltato a Radio Radicale l’audizione del ministro Cingolani nella competente commissione parlamentare e ha detto esattamente il contrario, ovvero che lo Stato deve ripensare alla termovalorizzazione, citando una recente dichiarazione del capo della Unità economia circolare della Direzione generale Ambiente della Commissione europea: “Anche gli inceneritori svolgono un ruolo complementare rispetto al riciclo, perché ciò che non può essere riciclato è meglio che venga trasformato in energia piuttosto che smaltito in discarica”. Saranno fischiate le orecchie a Zingaretti e Valeriani.

La direttiva europea indica nel 65 per cento l’obiettivo minimo di riciclaggio dei rifiuti urbani e nel 10 per cento il limite massimo di conferimento in discarica. Quindi il 25 per cento dei rifiuti dovrà essere usato per il recupero energetico. Nessuna norma o indirizzo europeo proibisce i termovalorizzatori o ne prevede la dismissione. L’Europa ha solo ricordato che la capacità di incenerimento non può compromettere gli obiettivi di riciclo nel lungo periodo, ovvero non può superare il 35 per cento. Quindi i Paesi europei (del Nord) che sono sopra questa soglia devono progressivamente ridurre la loro capacità di produzione di energia, mentre gli Stati europei (Sud) che stanno sotto la soglia la dovranno aumentare.

L’Unione europea non finanzia la costruzione di discariche e inceneritori, quindi questi impianti non sono inclusi nel nostro Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza). Ma i termovalorizzatori servono ancora per una equilibrata gestione dei rifiuti, tanto che tutte le capitali europee ne hanno uno. Zingaretti si dice indignato per la situazione drammatica dei rifiuti nella Città Eterna, ma qualcuno dovrà spiegargli che i rifiuti trattati dai Tmb romani vanno nei termovalorizzatori del Nord, perché quello di San Vittore è assolutamente insufficiente. Infatti il fabbisogno complessivo di valorizzazione a livello regionale è pari a oltre 800mila tonnellate all’anno, mentre l’impianto di San Vittore, anche dopo la costruzione della quarta linea, potrà arrivare al massimo sulla carta alla lavorazione di circa 420mila tonnellate all’anno.

A Roma serve il termovalorizzatore se si vuole intervenire per risolvere seriamente l’emergenza. Il paradosso è che a Malagrotta è pronto il gassificatore, autorizzato dalla Regione, che con una piccola modifica potrebbe produrre idrogeno, proveniente da fonti rinnovabili e sostenibili e che è stato identificato dall’Unione europea come l’elemento di maggiore importanza per guidare il percorso di transizione ecologica. Altro paradosso è che il Lazio fa accordi con tutte le Regioni per portare i rifiuti indifferenziati nei vari Tmb, ma fa finta di non sapere che a Guidonia è presente un moderno impianto che potrebbe lavorare 190mila tonnellate annue di rifiuti, oltre a quasi 50mila tonnellate all’anno di organico, e che se utilizzato potrebbe risolvere gran parte dei problemi di Roma.

Un impianto, di proprietà dell’avvocato Manlio Cerroni, previsto dal piano regionale, bloccato da un vincolo posto sull’area dalla Sovrintendenza a collaudo avvenuto. Problema risolto dalla Conferenza di servizi della presidenza del Consiglio dei ministri e nel luglio del 2020 la Regione ha rilasciato l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale). L’impianto potrebbe entrare in funzione da subito ma la strada di accesso, di competenza della Città metropolitana di Roma Capitale, non è pronta ed è piena di rifiuti.

La società di Cerroni si offre di mettere a norma la strada e soprattutto di renderla accessibile. Si fa un accordo tra la società e la Città metropolitana e quando si pensa di iniziare i lavori arriva di nuovo la Sovrintendenza che mette un vincolo sulla strada. A questo punto la Città metropolitana alza le mani e si ferma. Ma la strada è una vera e propria discarica a cielo aperto.

Solo in Spagna ci sono 31 impianti tra cui Barcellona, Toledo e Valencia, che impiegano la stessa tecnologia dell’impianto di Guidonia, come anche a Nizza. E nel mese di marzo a Madrid è stato inaugurato un impianto costruito da una società di Cerroni. Insomma: in Spagna sì, in Italia no. Una vera e propria storia di ordinaria follia.