Ordoliberalismo: non potremo non dirci tutti tedeschi

Sono tempi duri per l’Italia in Europa. Abbiamo un Governo che si nutre di illusioni, la più perniciosa delle quali è che si possa ricevere aiuti finanziari da Bruxelles senza pagare pegno. Su tale convincimento si dipana la polemica politica nostrana tra gli europeisti ad oltranza e i cosiddetti sovranisti. Il bisogno di ricorrere a espressioni forti nel dibattito politico interno non aiuta la comprensione della complessità dei rapporti che si sono consolidati all’interno del quadro comunitario europeo. È, perciò, comprensibile che nell’immaginario collettivo i tedeschi, e in genere gli esponenti dei Paesi nordici dell’Ue, appaiano come i cattivi mentre i popoli del Sud dell’Europa vengano percepiti come le vittime sacrificali di una strategia geopolitica fondata sul principio nietzschiano della volontà di potenza. Ma come sempre nelle cose umane la verità dimora a profondità molto superiori a quelle alle quali la dialettica politica quotidiana è abituata a immergersi. La storia delle incomprensioni tra i Paesi del Sud dell’Unione europea e quelli del Nord s’inquadra in un conflitto ideologico-culturale di lunga durata tra due visioni del mondo contrapposte. Non si tratta soltanto di pensarla in modo diverso sulle singole scelte di indirizzo economico o politico, ma di aderire a scale valoriali complessivamente incompatibili.

Al momento, il fronte che ha la meglio è quello del Nord, mentre il Sud resta soccombente. Perché? Si tratta forse di misurare le vittorie e le sconfitte con l’algoritmo di calcolo del Pil? L’indicatore più affidabile è l’impianto filosofico-economico-normativo sul quale poggia l’Unione europea. Lo spirito guida che ha plasmato il paradigma comunitario è stato quello dell’Ordoliberalismo di matrice germanica. Di cosa si tratta?

Per il tedesco Josef Hien, studioso di scienze sociali e politiche, “l’ordoliberalismo si è proposto non solo come teoria economica, ma anche come teoria della società e, in quanto tale, non poteva prescindere dall’etica”. Esso matura negli ambienti della scuola di pensiero di Friburgo, a cavallo delle due grandi guerre del Novecento. Le prime mosse risalgono al 1936 quando Walter Eucken, professore di economia politica a Friburgo, fonda la rivista “Ordo”, da cui deriva il nome “ordoliberalismo”. Ma è con l’economista Ludwig Erhard, il padre del miracolo economico tedesco del secondo dopoguerra, chiamato nel 1951 al ruolo di ministro dell’Economia della Repubblica Federale Tedesca nel Governo di Konrad Adenauer, che gli studiosi del gruppo “Ordo” tracciano le linee fondamentali della politica economica della Germania post-hitleriana individuando la strada dell’”economia sociale di mercato” improntata al primato della politica monetaria sulla politica fiscale, all’allineamento dei prezzi sull’offerta delle merci, all’equità sociale nella progressiva distribuzione del benessere. La concezione ordoliberale dell’economia, della società e dei metodi per governarle è stata successivamente estesa al contesto comunitario nella costruzione del quadro filosofico-economico-giuridico dell’Unione europea così come oggi lo conosciamo.

È importante comprendere che gli intellettuali dell’Ordoliberalismo abbiano vissuto dolorosamente la crisi del proprio tempo. Loro sono stati motivati dal bisogno di “pensare e comprendere i processi politici ed economici che a partire dalla Grande Guerra hanno stravolto il volto dell’Europa e del mondo, insieme alla vita di milioni di uomini” (Mesini). L’Ordoliberalismo è l’antitesi alle teorie politico-economiche sia keynesiane sia totalitarie, giudicate degenerative per la crescita democratica degli Stati d’impianto liberale. Nelle declinazioni dell’economia comuni a entrambe le teorie: economia protetta, pianificata, assistenziale e keynesiana, l’Ordoliberalismo individua gli agenti patogeni di un’invariante illiberale, prevaricatrice degli spazi di libertà dell’individuo. La “Terza Via” (espressione attribuita a Wilhelm Röpke), che è l’economia sociale di mercato figlia del pensiero ordoliberale, diviene l’alternativa sia al dirigismo statalista di matrice marxista-leninista sia al “cattivo pluralismo” prodotto da esasperazioni distorsive di un liberalismo economico e di un capitalismo aggressivo sfuggiti di mano. Il metodo di governo ispirato dalla teoria ordoliberale si materializza agendo attraverso due diverse tipologie di azioni: regolatrici e ordinatrici. Nella proiezione di Euchen le due azioni convergono sull’obiettivo primario rappresentato dalla stabilità dei prezzi in funzione del controllo dell’inflazione. Cosicché “tutti gli obiettivi diversi da questo non potranno che essere secondari. Il mantenimento del pieno impiego, la conservazione del potere d’acquisto o l’equilibrio nella bilancia dei pagamenti non dovranno diventare obiettivi primari” (Mesini). Ciò spiega molto dell’ossessione, trasmessa agli altri Stati dell’Ue, per le politiche antiinflazioniste e l’avversione radicale per quelle espansive che comportino aumento dei debiti pubblici.

Ma se gli ordoliberali hanno visto nell’economia sociale di mercato non un fine ma un mezzo per raggiungere un traguardo escatologico: la moralizzazione della vita economica, lo si deve alla forte influenza che il pensiero religioso di derivazione protestante ha avuto sui suoi massimi teorici. Una miscela di protestantesimo riformato e luteranesimo tradizionale ha condotto a concepire “tanto istituzioni forti che limitino l’azzardo morale quanto una solida base morale ed etica (Sittlich) per la società e l’economia” (Hien). Il fulcro dell’etica ordoliberale ruota intorno al concetto di un’austera responsabilità individuale che trasforma l’attitudine del singolo cittadino a costruirsi con le sue sole forze il proprio destino in un imperativo etico inderogabile. In tale ottica il debito è colpa mentre l’intervento dello Stato è concepito se ausiliario e non surrogatorio dell’agire individuale. Se si traspone tale concetto dal piano individuale a quello delle organizzazioni complesse come gli Stati è facile comprendere del perché “antropologicamente” i tedeschi, e i nordici in generale, non riescano ad accettare di condividere politiche in deficit. Il problema, per quanto riguarda i popoli del Sud Europa, non è stato che i nordici la pensassero alla maniera descritta, ma il fatto che il paradigma ordoliberale sia stato trapiantato integralmente nel contesto comunitario. E insieme ad esso si sia fatta strada l’altra peculiarità che connota l’ordoliberalismo: l’eccesso regolatorio che presiede alle dinamiche dei rapporti intracomunitari da cui si generano le tanto temute “condizionalità”. Quando ironizzando sul burocratismo di Bruxelles descriviamo la governance comunitaria come attenta a deliberare sulla lunghezza delle zucchine piuttosto che sulle grandi scelte geopolitiche, sottovalutiamo l’essenza costitutiva delle regole, anche le più puntute, nell’impostazione ordoliberale. È purtuttavia vero che l’Ordoliberalismo mescoli il giudizio di valore (relativo) con la verità (assoluta) alimentando quel fastidioso senso di superiorità morale che i tedeschi manifestano nei rapporti con gli altri popoli, in particolare dell’area mediterranea. Ne vengono fuori impulsi di razzismo culturale “che conducono a costruire l’Europa come società esclusiva piuttosto che inclusiva. Magari muovendo da modelli comportamentali concernenti la cittadinanza economica più che la cittadinanza politica” (Somma). Ma il tanto sbandierato rigore etico nasconde una profonda ipocrisia.

Giulio Sapelli, storico dell’economia noto al grande pubblico televisivo, critica l’apparente rigorismo dei tedeschi nel rispetto delle regole: “La chiamano economia sociale di mercato. Ma non c’è un testo su quest’ultima, ma un libro di un sociologo. È l’economia ordoliberista tedesca: né debito pubblico né intervento pubblico. Ma il mondo è sempre andato avanti così. Poi loro lo fanno, perché hanno speso 250 miliardi prima del 2008 per salvare le banche. Hanno nazionalizzato due volte la Commerzbank, si governa con la menzogna. E gli altri stanno lì a sentirla”.

Ora, la realtà ignota ai più è che l’Italia abbia accettato che il patto europeo sposasse questa filosofia pur nella consapevolezza che antropologicamente contrastasse con la sua identità profonda sensibile alla libertà creativa, allergica alla superfetazione normativa e regolamentare, a tratti anarchica e libertina nella ricerca del carpe diem. Come uscirne?

Posto che l’Unione non demolirà le sue fondamenta esistenziali e che un’Europa a geometrie istituzionali variabili sia utopia, l’alternativa reale è se restare alle condizioni date abbracciando totalmente la “weltanschauung” costruita dall’ordoliberalismo germanico oppure trovare il coraggio di andarsene, come ha fatto la Gran Bretagna. Uscire significa rischiare l’abisso; restare vuol dire cancellare più di duemila anni di edonismo mediterraneo. Si tratta di scelte dolorose. E quando mai affrancarsi da una condizione opprimente è stato un pranzo di gala?