Conte in tv: uno spettacolo inverecondo

Se dovessimo scegliere un aggettivo per qualificare la conferenza stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, andata in onda l’altra sera sulla “Fase 2” dell’emergenza sanitaria, l’unico vocabolo che ci sovviene è: oscena.

Il premier ancora una volta ha usato il mezzo pubblico non per dare informazioni urgenti e precise agli italiani, ma per fare propaganda a se stesso e al suo entourage di tecnici e di scienziati. Si sono udite cose francamente inaccettabili. Raccontare il negoziato europeo sul Recovery Fund come un grande successo italiano che dal prossimo giugno porterà una cascata di denaro per risolvere tutti i problemi generati dalla catastrofe pandemica è un falso clamoroso. Il premier mente sapendo di mentire. Nell’ultimo Consiglio dei Capi di Stato e di Governo Ue, a proposito del Recovery Fund, è stata affermata la volontà, generica, di adottarlo ma non è stato deciso quale ne sarà il volume, come dovrà funzionare, quali le modalità di erogazione, chi dovrà gestirlo e, soprattutto, se si tratterà di finanziamenti a fondo perduto a beneficio dei tessuti produttivi in crisi o invece sarà l’ennesimo meccanismo di erogazione di prestiti agli Stati membri richiedenti, subordinata al rispetto di condizionalità vincolanti. Al momento non c’è nulla di concreto. Come si fa a spacciare per cosa fatta una possibilità? Che lo faccia un qualsiasi demagogo per farsi propaganda passi, ma che sia il capo del Governo in una comunicazione istituzionale a dare un’informazione ingannevole è di una gravità che ha rari precedenti, forse nessuno, nella storia repubblicana del Paese.

Anche sulle messe negate, il premier non la racconta giusta. In televisione, nell’annunciare la conferma dello stop alle funzioni religiose ad eccezione delle cerimonie funebri, consentite ma a numero chiuso, ringrazia la Cei (Conferenza episcopale italiana) per aver compreso la situazione. Allora cos’è stato quel comunicato di fuoco dei vescovi, incavolatissimi per “vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”, diramato a pochi minuti dalla fine dello show del premier? Bizzarro modo il suo d’intendere il significato della parola “viatico”.

Per promuovere l’azione di Governo, Conte si spinge a dire che le misure adottate dall’Italia in materia di contrasto alla pandemia e alla ripresa economica sono ammirate all’estero. Ci sarebbero financo altri Governi che richiedono copie dei provvedimenti emessi da Palazzo Chigi per poterli studiare e fare propri. A noi sembra una balla colossale. Non è così? Allora perché il premier non ha indicato in modo puntuale chi, quale governo straniero, quando, avrebbe chiesto d’apprendere da lui come si faccia a sconfiggere il Covid-19? Se si riferiscono circostanze così importanti si ha l’obbligo di fare nomi e cognomi. Se non lo si può fare per ragioni di bon ton nelle relazioni internazionali, si abbia l’eleganza di glissare per non essere tacciati di millanteria. Conte continua a sostenere che un fiume di danaro sia già stato destinato ad aiutare gli italiani. A cominciare dal piano di prestiti garantiti dallo Stato. Peccato che i potenziali beneficiari non se ne siano accorti visto che la percezione è quella di indebitarsi ulteriormente per colpe non proprie.

A prescindere da ciò, si moltiplicano le testimonianze di imprenditori che denunciano di averne fatto richiesta in banca e di aver ricevuto più o meno cortesi rifiuti con svariati pretesti. Il premier pone l’accento sulla misura dell’erogazione dei 600 euro ai lavoratori autonomi, dell’agricoltura, agli stagionali, ai Co.co.co  e alle Partite Iva. A parte il fatto che una parte rilevante dei richiedenti non ha ancora ricevuto nulla, come anche parte dei lavoratori avviati alla Cassa integrazione guadagni, ciò che indigna è pensare che una mancia di alcune centinaia di euro possa essere considerata una risposta efficace alla domanda di sostegno proveniente da tutti i settori produttivi e dalle famiglie. Le scuole? Se ne riparla a settembre. Eppure, il premier enfatizza il pacchetto di misure studiato per avviare la “Fase 2”. Un bluff. L’Italia consegnata a casa da quasi due mesi attendeva di potersi rimettere in movimento. Che fa il Governo? Dispone una riapertura graduale delle attività talmente frenata che si fa fatica a distinguere la nuova fase da quella precedente. Ma questo sarebbe l’aspetto meno grave. Qualsiasi imprenditore, se tranquillizzato dalle istituzioni sulla prospettiva di poter riprendere la propria attività dal punto in cui l’ha interrotta senza danno ai volumi produttivi, potrebbe comprendere la necessità di stare fermo per ancora due o tre settimane in nome della tutela della salute dei concittadini. La realtà è che l’autorizzazione alla riapertura è accompagnata da norme sulla sicurezza dei luoghi di lavoro e sul distanziamento sociale tali da rendere certo il fallimento di buona parte delle micro e piccole realtà produttive. L’obbligo di restare chiusi per alcune categorie, in particolare quelle del terziario, è solo il prolungamento di un’agonia che ha già esiti letali.

Domanda: come potrà reggere quel tal lavoratore autonomo che si troverà a ripartire con minori guadagni a causa dell’applicazione delle nuove normative sul distanziamento sociale nei locali pubblici e commerciali? Raddoppiando i prezzi della prestazioni o dei prodotti in vendita? Ma ciò porterebbe la sua offerta fuori mercato. Probabilmente tirerà avanti alle vecchie condizioni tariffarie per qualche settimana, forse un mese o due, e poi suo malgrado dovrà abbassare per sempre la saracinesca. E questa per il premier sarebbe la soluzione al problema della ripresa economica generalizzata?

Sul turismo, con una stagione estiva alle porte che si preannuncia disastrosa, cosa offre il Governo? Promesse di aiuti finanziari, di stimoli alla domanda, di sconti fiscali. Tutto bellissimo, ma al momento si tratta di impegni scritti sull’acqua. Prima o poi anche la ristorazione, comparto d’eccellenza del terziario, riaprirà i battenti. Ma anche qui: a condizioni insostenibili. Che fa il Governo? Iscrive anche quest’altro comparto nel libro d’oro dei sussidiati dal reddito di cittadinanza? Se, a furia di far saltare filiere produttive, si punta ad allargare la platea dei destinatari del welfare, presto ci si accorgerà che qualcun in Italia dovrà pur lavorare e produrre per mantenere i milioni di individui che, per decreto del presidente del Consiglio dei ministri, non potranno più sbarcare il lunario. Poi c’è il non detto. L’Italia riapre e come si muove? È stato predisposto un piano straordinario di trasporti pubblici adeguato alle nuove esigenze di distanziamento tra le persone che garantisca la mobilità generale? Scena muta.

Ora, non sarebbe stato plausibile pretendere che Conte si fosse presentato in televisione col capo cosparso di cenere a chiedere scusa agli italiani. È umano che il personaggio provi a giustificare il proprio operato rappresentandolo come il migliore possibile. Ma da qui a lasciarsi andare all’autocelebrazione ne corre. Un discorso più serio e responsabile, che avesse illustrato con sincerità i fattori ostativi alla ripresa economica, avrebbe consegnato a Giuseppe Conte la cifra dello statista. Invece, l’imbarazzante autocelebrazione propinata agli italiani la scorsa domenica dà la misura della sua totale inadeguatezza a guidare il Paese.