Sull’economia molto fumo e poco arrosto

Basterebbe pensare alle dichiarazioni di ieri sera in tivù di “Giggino” Di Maio per capire come siamo. Ebbene, il ministro, conosciuto per gaffe e scivoloni, ha detto che il decreto dei 25 miliardi per la metà in assistenza, genererà una leva di 600. Superfluo ogni commento. Come superflui sono i commenti sulle dichiarazioni del governo e della maggioranza sull’effetto economico del provvedimento. Vogliono farci credere che con una dozzina di miliardi si crei un moltiplicatore pari a decine di volte, un gratta e vinci.  Qui non si tratta solo di far rigirare John Maynard Keynes nella tomba, si tratta di capire un’emergenza economica, produttiva e finanziaria da Big one, di fronte alla quale come succede per la sanità c’è bisogno di interventi unici, coraggiosi, eccezionali.

Del resto, sarebbe sufficiente guardare alle decisioni che dall’America alla Francia, dalla Germania all’Inghilterra, sono state prese in termini di qualità e quantità di risorse e strumenti, a partire dalla liquidità, fiscalità e dagli investimenti. Sulla fiscalità da noi stendiamo un velo pietoso, perché vengono a galla tutte le incoerenze che da decenni ci portiamo dietro. In Italia il fisco anziché servire allo sviluppo e ai pagamenti dei servizi utili ai cittadini, serve a pagare i costi di un leviatano in parte inutile e dannoso.

Ci riferiamo alla montagna di enti, aziende e dipartimenti che non servono. Ai trasferimenti per municipalizzate, vedi Roma, mangia soldi e basta, ai salvataggi di carrozzoni in crisi perenne come Alitalia, agli stipendi di un posto fisso che è stato sempre uno strumento clientelare. Per decenni in Italia la politica di centrosinistra ha costruito una burocrazia asfissiante con valanghe di assunzioni pubbliche che non servivano e non favorivano niente e nessuno.

Pensiamo alle Camere di commercio, agli uffici del lavoro, quelli Bic, ai mille organismi regionali per questo o quello, alla proliferazione di cattedre, alla nascita di dipartimenti sovrapposti, di personalità giuridiche pubbliche e dei cosiddetti uffici del piano superiore. Gli uffici del piano superiore sono quelli dove regolarmente i cittadini dopo file estenuanti, vengono invitati ad andare per ottenere un timbro di qualcuno che spesso non c’è, non si trova perché in ferie o in permesso. È assente per furbizia oppure meno. Sembra la descrizione dei film di Checco Zalone. Peccato che sia la realtà. Una via crucis italiana, che da decenni nonostante le lamentele, le incongruenze non è stata riformata ma sempre peggiorata sulle spalle dei cittadini in termini di costi da pagare.

Per farla breve, si è creato un apparato pubblico mostruoso, infilato ovunque con costi inverecondi, ma peggio ancora si è dotato questo apparato di privilegi insopportabili sia contrattuali che previdenziali rispetto a quello privato che lo doveva sostenere. Perché sia chiaro: il costo dell’apparato improduttivo è sulle spalle di quello produttivo, perciò nel tempo le tasse, i contributi, le imposte sono diventate ossessioni, per fronteggiare una spesa che non offriva resa. Potremmo fare un elenco dei privilegi che hanno avuto gli istituti, le aziende e gli organismi, di interi segmenti statali rispetto ai privati, creando distorsioni sociali ed economiche.

Tanto è vero che oggi, in piena crisi, mentre i privati rischiano il posto e la chiusura, gli statali aspettano tranquilli il 27, tanto paga sempre Pantalone. Ma peggio è il fatto che per via dell’aumento esponenziale dei costi dello Stato, negli anni si è per un verso aumentato il carico fiscale e per l’altro iniziato a tagliare dove non si doveva, nella sanità, nella sicurezza, nella Protezione civile e sociale, col risultato della carenza attuale. Ecco perché diciamo che adesso sarebbe il momento di scelte coraggiose per uno shock fiscale da recuperare tagliando gli sprechi, i privilegi, le concessioni anche recenti. Parliamo di aumenti, quota 100, bonus, navigator, cunei e via dicendo, decine di miliardi, mica robetta.

Sarebbe il momento di chiedere ad un apparato privilegiato di tornare indietro al Paese qualcosa. Come sarebbe il momento d’immettere una cifra eccezionale per gli investimenti e i ristori dal fermo imposto delle produzioni e delle attività. Altroché 25 miliardi e qualche tassa trasferita di due mesi, come se tra due mesi chi non ha né prodotto e né venduto avesse i soldi per pagare, serve il blocco delle tasse per un anno della filiera interessata, dei cittadini, tranne quelli che hanno continuato il commercio.

Servono subito linee di credito garantite dallo Stato a costo zero, per rilanciare le attività compromesse, serve il saldo arretrato ai fornitori per i servizi alla Pubblica amministrazione. Parliamo di decine di miliardi contabilizzati e non erogati. Serve aprire ad ogni compensazione tra debiti e crediti fiscali. Per finire serve un piano straordinario, di una massa di denaro imponente da erogare direttamente e indirettamente subito, altrimenti salta tutto. Non scherziamo con le cifre che sentiamo e con le sciocchezze sulla leva. Solo così l’economia si salva e si riprende. Per questo, il centrodestra deve farsi sentire di più. Deve tenere il fiato sul collo sulle misure, sugli interventi. Perché la sinistra sull’economia è stata una sempre una disgrazia.