L’italica furbizia ai tempi del Coronavirus

Dopo il caso del Cardarelli di Napoli, in parte (a quanto pare) ridimensionato, il 21 marzo è stata la volta di Crotone, dove il direttore generale della locale Asp, commentando a Sky Tg24 il dato dei 300 dipendenti in malattia, di cui 151 appartenenti al settore sanitario, ha affermato: “È una cosa indegna, bisogna intervenire. Con il dovuto rispetto per tutti coloro che legittimamente stanno usufruendo di un beneficio di legge, occorre tuttavia sottolineare l’anomalia del dato, stranamente coincidente con l’acuirsi dell’emergenza Coronavirus”. Considerazioni, comprensibilmente prudenti, che fanno eco a quelle del manager del Cardarelli, Giuseppe Longo, che comunicava di aver disposto l’avvio di un’indagine interna mirata ad analizzare ogni singolo caso di malattia e ad accertare “le irregolarità, ma anche a tutelare quanti sono legittimamente a casa per comprovate ragioni di salute”.

Cinque anni or sono, commentando analoghe vicende (su formiche.net del 7 gennaio 2015 e Italia Oggi del 9 gennaio 2015), ovvero quella dei vigili del comune di Roma assenti per malattia nella notte di San Silvestro del 2014 e quella dei 200 netturbini assenteisti di Napoli, osservavo come stanare ma, soprattutto, punire i “malati immaginari” in Italia sia un’impresa più che ardua. Sia nel settore pubblico, dove le vicende, soprattutto se macroscopiche, fanno più scalpore, sia in quello privato, dove di solito l’opinione pubblica si scandalizza meno (tanto a pagare è il datore di lavoro di turno). Indovinando pure come sarebbe andata a finire: “I vigili urbani di Roma? Assenti e assolti” (così un articolo del Venerdì di Repubblica del 4 aprile 2017).

Intendiamoci. La previsione era facile. Nulla di sorprendente per gli addetti ai lavori. Avvocati, consulenti del lavoro, responsabili del personale e persino i sindacalisti sanno bene come sia semplice approfittare di un certificato medico per poter fare i propri comodi e quanto gli strumenti legali di contrasto siano in concreto poco efficaci. Un mix letale di italica furbizia, regole fumose, codardia politica, sindacati sempre pronti a ergersi a strenui difensori, medici talvolta troppo inclini (seppur per una comprensibile prudenza) ad assecondare il paziente, giudici “comprensivi” (non vorrai impedire al poverino di turno di andare al calcetto? O in spiaggia? O a fare una corsetta? Basta che non ostacoli la guarigione) mettono a disposizione del furbetto di turno uno strumento infallibile. “Domani mi metto in malattia”. Quante volte avete sentito pronunciare questa frase? Come se la malattia si potesse prendere “alla bisogna”, per reagire ad un rimprovero sul posto di lavoro, per ostacolare una procedura di licenziamento che “è nell’aria”, per ripicca verso il rifiuto di concedere un permesso o le ferie nel periodo richiesto, ma anche perché è serata di Champions, perché quasi tutti i colleghi sono ai seggi e io non posso essere l’unico che lavora, per prolungare le ferie o il weekend e via dicendo. La casistica è come la vita: è bella perché è varia.

Però questa volta è diverso. In un momento di grave emergenza come quello che il Paese sta vivendo, approfittare di un certificato “di comodo” per sottrarsi al proprio dovere costituisce non solo un reato ma un grave atto di irresponsabilità individuale e collettiva nonché come qualcuno (Giuliano Cazzola) scrisse qualche anno fa, in relazione al caso dei vigili di Roma, il segnale evidente del “logoramento del tessuto sociale di una città in cui si è completamente smarrito… il senso del dovere”. Ma, voglio aggiungere, è anche, o forse soprattutto, un insulto a tutti quei colleghi medici ed infermieri che in tutta Italia lottano giorno dopo giorno in prima linea contro l’emergenza Covid-19.

Comunque, siccome anche dalle peggiori esperienze si può trarre un insegnamento, per dirla con Winston Churchill, “l’era dei rinvii, delle mezze misure, degli espedienti ingannevolmente consolatori, dei ritardi è da considerarsi chiusa”. Speriamo che ora inizi “il periodo delle azioni che producono delle conseguenze.” Perché se non si interviene anche questa volta finirà come al solito: nessuno pagherà. Né oggi né in futuro. Non basta aver previsto per legge, con le riforme di Renato Brunetta e Marianna Madia, che la certificazione per le malattie di durata superiore ai dieci giorni (o la seconda malattia nell’anno) sono attestate da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il Sistema sanitario nazionale; e che la presentazione di una certificazione medica falsa o falsamente attestante uno stato di malattia è sanzionata penalmente e comporta il licenziamento e che a rispondere è anche il medico che l’ha rilasciata. Il problema è di effettività. Difficilmente un medico confuta la diagnosi di un collega. Tanto più a distanza di tempo.

Servono controlli immediati, effettivi, di “sostanza” ed uniformi in tutto il territorio nazionale (casomai destinando più personale e risorse alle aree a maggiore incidenza di assenteismo). Occorre poi prevedere espressamente sanzioni certe e più severe per gli unici fatti accertabili nella loro oggettività, ossia le assenze ingiustificate alla visita di controllo e lo svolgimento di attività incompatibili con la malattia, anche se scoperte mediante “soffiata” o investigatore privato. Nel settore pubblico bisogna infine chiarire, al di là di ogni dubbio, che chi dispone il licenziamento deve essere, sempre e comunque, esente da responsabilità amministrativa contabile, salvo dolo. Chi ha altre proposte, è tempo che le metta in campo. E chi ha il potere di decidere, che lo faccia. Non è più tempo di tentennamenti.

(*) Professore ordinario di Diritto del lavoro dell’Università di Modena e Reggio Emilia