Tutti dietro un’idiozia grillina

A parte il disgustoso assenso del Partito Democratico al taglio dei parlamentari dopo i tre rifiuti precedenti, ma che tutti siano andati dietro all’idiozia grillina sulla riforma votata ieri la dice lunga sulla coda di paglia di questa legislatura, alla faccia del populismo.

Qui non si tratta di essere o meno favorevoli alla riduzione degli appartenenti alle Camere, se ne parla dalla Commissione Bozzi degli anni Ottanta, ma si tratta di inserirla in una modifica costituzionale più profonda, a partire dalla forma di governo, dalla legge elettorale, dal bicameralismo perfetto.

Insomma, quella approvata ieri è stata una legge populista, un effetto speciale da dare in pasto agli affamati anticasta, un provvedimento teso solo ad accaparrare consenso spicciolo. Per farla breve, è stata la paura di essere accusati di poltronismo che ha spinto tutti a seguire la scelleratezza di diminuire di un terzo le camere senza pensare al caos conseguente in mancanza di un quadro coerente di accompagnamento legislativo. Manca una nuova legge elettorale, la riscrittura dei collegi, la tutela delle minoranze, manca il cambiamento delle norme che rendono paritetiche le camere e appesantiscono l’iter legislativo; insomma, si è rimpicciolita la carrozzeria ma il resto del vecchiume è tale e quale.

Parliamo di una idiozia pericolosa, perché quando il Parlamento vota per paura della foga popolare non solo manifesta debolezza ma apre un vulnus nella democrazia, basti pensare al ‘93 quando per paura si votò la modifica dell’articolo 67 sull’autorizzazione a procedere. Che sbaglio.

Oltretutto non si capisce perché la riduzione riguardi solo il numero dei parlamentari e non delle strutture di sostegno; in fondo meno deputati significa meno commessi, uscieri, centralinisti, autisti, palazzi e compagnia cantante, che costa un’eresia ma resta una follia. Perché se di risparmio si parla, deve riguardare tutta l’organizzazione che gira intorno alle camere, altrimenti è chiaro che il provvedimento sia solamente strumentale e mirato al consenso elettorale. Per non parlare del significato intrinseco della decurtazione, perché non solo i parlamentari hanno ammesso l’inutilità per il Paese di oltre un terzo di loro, ma hanno costituito un vulnus latente sul prossimo futuro; insomma, un voto espresso da 1000 può essere ben diverso che da 600, vedremo.

 

Per farla breve, resta la realtà di questa maggioranza, di questo Governo, di questa legislatura, iniziata male e proseguita peggio perché pur di non tornare al voto sia dopo il risultato del marzo 2018 e, peggio, dopo la crisi di agosto scorso, si è falsificato ogni percorso. Nel 2018 le elezioni le aveva vinte il centrodestra che avrebbe meritato l’incarico di governo e un mese fa pur di non sciogliere le camere si è consentito un papocchio insopportabile fra chi si era insultato e dispregiato sempre e per ciò stesso non poteva offrire alcuna garanzia di coesione e coerenza.

Ecco perché siamo arrivati a tanto, ad una modifica figlia della suggestione anziché della ragione e ad un Governo nel pallone sulla Finanziaria, che si trasformerà in una mazzata fiscale. Assieme al taglio dei parlamentari si è tagliato soprattutto il buon senso o quel po’ che ne restava. Altro che giuramenti dei grillini, di Matteo Renzi, del Partito Democratico, sull’Iva, sul fisco, sui provvedimenti per la crescita e lo sviluppo; tutto rinnegato nel più classico sistema politico da imbroglioni, che senza coerenza risolve sempre con nuove tasse ai cittadini, alla faccia della discontinuità e della novità. Con la Finanziaria che si annuncia non solo non usciremo dalla recessione ma aggraveremo i conti, il deficit, i consumi, il lavoro e la produzione, ecco perché ci scuce un baffo il risparmio per la modifica della Costituzione.