Quando si vota per votare contro

Si vota sempre per votare a favore di qualcuno e contro qualcuno. Solo quando il voto è una farsa, come dei regimi totalitari, si vota solo “a favore” di qualcuno e di qualcosa.

Ma c’è un modo di “votare contro” che non è espressione delle possibilità che sempre si offrono e si devono offrire agli elettori. C’è una scelta dimezzata tra candidati e partiti tutti non accettati e condivisi; una scelta che le circostanze fanno sì che sia, sostanzialmente, dimezzata.

Gli Italiani stanno pagando a carissimo prezzo il fatto di avere per anni ed anni, ripetutamente, votato più “contro” qualcuno che per una effettiva preferenza, una condivisione di intenti e di obiettivi di un partito o di alcuni candidati o di altri.

Nella realtà la cosiddetta “Prima Repubblica” che troppo facilmente ed ottimisticamente si suole affermare essere nata con la Costituzione che la regola e regge, dalla Resistenza, è nata dagli accordi di Yalta e dalla Guerra fredda.

Fu ben chiaro e apertamente proclamato il 18 aprile 1948: occorreva votare e si fece appello perché si votasse contro il Comunismo, pronto a traboccare oltre la Cortina di Ferro nell’Occidente europeo che Yalta aveva riservato all’influenza americana e degli Stati occidentali.

La Democrazia Cristiana fu il partito che gli Italiani scelsero perché ritenuto il più adatto e capace di fare da barriera al Partito Comunista. Il miglior strumento per “votare contro” di esso. Così andò, anche in un secondo momento, quando quel voto, quella funzione, continuarono ad avanzare così per forza di inerzia.

Ma, quando il muro di Berlino cadde e la Guerra fredda venne meno, per lo sgretolamento dell’Unione Sovietica e la fine del Partito Comunista, cadde tutto il sistema democristiano, nato e sviluppatosi dopo il 18 aprile 1948 “per votare contro”.

Il golpe mediatico-giudiziario di “Mani Pulite” non fu il vero motivo della fine della Prima Repubblica, ma, piuttosto, il tentativo di portare al potere, anziché i vincenti (che al potere già erano o vi erano vicini) e di sostituirli con i perdenti, i comunisti sconfitti nel Mondo, a Berlino e tra di noi.

Questa è la chiave della storia politica di mezzo secolo. La scesa in campo di Silvio Berlusconi fu il controgolpe, la mossa di parata del golpe dei perdenti della guerra fredda aspirante al palio dei vincitori. E la demonizzazione di Berlusconi, con quella di tutti quanti avevano in vario modo cercato di dare uno sbocco coerente con gli avvenimenti mondiali alle questioni italiane, fu la reazione a quella operazione ed a quel risultato che Berlusconi aveva ottenuto.

Ma in tutto questo complesso ed opaco iter della nostra Repubblica il voto degli Italiani troppe volte è stato un voto obbligato ed un “voto contro”. È nota l’espressione di Indro Montanelli che aveva detto di dover votare per la Dc turandosi il naso.

Oggi non basta turarsi il naso e, forse, nemmeno lo sarebbe la maschera antigas. Si vota, anzi, solo con la soddisfazione del clamoroso “vaffa” che il voto può offrire. E non c’è alternativa.

“Votare contro” ed avere l’appoggio e poter rappresentare chi “vota contro” è divenuto elemento fondamentale del tessuto della geografia politica. C’è sempre chi vuole costruire il suo sistema politico sul voto di quelli che votano semplicemente contro.

Con ciò, si può dire che sia spiegato il progresso dell’antipolitica. Negare il consenso e la partecipazione ideale all’azione degli eletti e costituire la riserva, la forza dei demagoghi “contro” è usuale e non solo in Italia. Con questa individuazione delle correnti politiche e dei loro successi fondati “sull’esser contro”, talvolta anche piuttosto confusamente, andrebbe rifatta la mappa politica e la storia della nostra Repubblica.

Certo, la Repubblica non potrà mai essere una “Repubblica contro”, né una maggioranza popolare ed elettorale fondata sulla capacità di solleticare e soddisfare gli intendimenti e le correnti “contro”, difficilmente potranno dar vita ad una società ben governata e ben costituita. Ne stiamo avendo la prova.