Giuseppe Conte: dottor Jekyll e Mister Hyde

La prima volta del Governo giallo-fucsia alla Camera di deputati è scivolata via secondo copione. La fiducia passa di larga misura, con 343 voti favorevoli e 263 contrari.

Il discorso programmatico del premier Giuseppe Conte, però, non passerà alla storia per la sostanza delle cose dette ma verrà ricordato per la sua inutile lunghezza. Eppure, nei novanta minuti d’intervento si possono ugualmente scorgere elementi funzionali alla comprensione di quale Governo ci aspetti. Il primo fattore sorprendente è il cambiamento di personalità prodotto da Conte per interpretare il nuovo ruolo. L’avvocato del popolo di ieri, rappresentante di un Movimento antisistema che si preparava a dare l’assalto al Palazzo d’Inverno per rovesciarlo, ha lasciato il posto al manager d’apparato di oggi, che si accredita agli occhi degli odierni dante causa come il risolutore dei conteziosi aperti con i titolari esteri del franchising “Unione europea”.

Ciò che si è visto in aula è stata la versatilità del camaleonte prodursi nella quintessenza della moderazione dovendo far dimenticare l’abito da capo dei populisti che aveva comodamente indossato appena quattordici mesi orsono. La sua è stata una recita, solo a tratti riuscita. Il presidente del Consiglio, nel linguaggio e nei gesti, ha voluto impersonare un politico democristiano della Prima Repubblica. Anche il discorso pronunciato, prolisso e vago, ha riportato in vita il metodo espositivo di un capo di Governo dello scudocrociato. Financo la citazione di Giuseppe Saragat sembrava voler ricreare atmosfere lontane. Poi, il programma.

Conte ha elencato il complesso delle problematiche che attendono di essere definite in un quadro di continuità istituzionale lungo almeno due o tre legislature. Ma ha tralasciato di dire come. Non è mancato nulla, dagli asili nido da sostenere per aiutare la ripresa demografica, al green new deal in economia che è un modo esotico per parlare della più grande rivoluzione industriale che attende l’umanità delle future generazioni. Si è trattato di un excursus infarcito di pesi e contrappesi che potrebbe essere sintetizzato nella politica del “maanchismo”, cara a Walter Veltroni. La questione immigrazione? C’è come necessità di una “lotta alla clandestinità” accompagnata da una maggiore “efficacia dei processi d’integrazione”. Appunto, sì ma anche. Tutto resta volatile, niente di definitivo.

Nessun impegno scandito nei tempi e nei termini per non lasciare margini all’interpretazione. Nessuna chiarezza sui temi notoriamente divisivi tra Cinque Stelle e Partito Democratico. Anche il sentimento di mitezza, subito contraddetto in sede di replica, elevato a modalità di gestione delle relazioni dentro e fuori la compagine governativa, dice nulla di preciso su quale sarà la cifra identificativa del Governo giallo-fucsia. L’unico collante reso evidente da Conte è l’antisalvinismo che il premier mostra di voler cavalcare per distogliere l’attenzione dalle difficoltà reali della sua anomala maggioranza.

Sui rapporti con l’Unione europea la scelta di Conte non ammette equivoci: a Bruxelles l’Italia giallo-fucsia si schiera con i poteri forti e nelle relazioni internazionali, fatta salva la conferma della posizione atlantista, si va a rimorchio dell’asse franco-germanico in posizione defilata. E le battaglie storiche dei Cinque Stelle? Si faranno se sarà possibile, e comunque con moderazione. A proposito delle concessioni stradali ci sarà “revisione”. La parola “revoca” non viene pronunciata. Dopo un’ora e mezzo di banalità, cosa resta del discorso di Conte? Sicuramente un programma omnibus a maglie tanto larghe da consentire a chiunque di starci dentro. Chi mai oserebbe sostenere di essere contro una soluzione che trattenga i nostri giovani in patria, sottraendoli al dramma dell’emigrazione in altri Paesi per cercare lavoro? Ma le parole di Conte sono destinate a produrre gli effetti maggiori all’interno del Movimento Cinque Stelle. Già, perché quella a cui abbiamo assistito ieri è un’abiura al grillismo. Conte può essere descritto come uno spartiacque. Per il Cinque Stelle esiste un prima del suo discorso e un dopo.

Ad essere maligni si potrebbe dire che nati rivoluzionari, i grillini si preparano a morire democristiani. Il segno del ribaltamento dei valori pentastellati era stampato sul volto funereo di Luigi Di Maio che gli sedeva accanto alla Camera. Il premier non ha rivendicato niente del lavoro svolto dal precedente Governo. Piuttosto, non ha risparmiato critiche a ciò che ha qualificato come iniziative emendabili, un modo “mite” per dire che erano sbagliate. L’inossidabile premier ha dimenticato che la firma sotto quei provvedimenti oggi ripudiati era la sua. A riprova che non basta un eloquio forbito e un bel vestito indosso a ricoprire un’autentica indecenza. Le sue parole sono un siluro esploso nella pancia del Movimento che adesso ha un bel problema d’identità.

Dopo l’inversione a U di Beppe Grillo e ancor prima le manovre di palazzo a Bruxelles dell’astuto Conte, il Movimento deve interrogarsi su cosa sia diventato e chi rappresenti. Se il discorso pronunciato può soddisfare in tutto l’alleato “dem”, come si associa alla narrazione di un Movimento nato per scardinare e non supportare il potere delle élite tradizionali? E Luigi Di Maio, capo politico sulla carta di qualcosa che non si sa se esista ancora, quale compito ha nel nuovo schema di gioco? È la testa di legno di un’entità che è passata di mano ad altri? È il liquidatore di un progetto finito nel cesto dei rifiuti? È il capobastone di una combriccola che staziona nelle stanze del potere senza sapere perché ma resta a marcare il cartellino? La decisione di Matteo Salvini di staccare prematuramente la spina al Governo giallo-blu ha avuto tra le molte conseguenze negative quella di far abortire il processo di implosione in atto nel Movimento che avrebbe portato a una chiarezza con la separazione delle sue diverse anime. La convivenza obbligata alla quale sono costretti dall’evolversi del quadro politico fa dei grillini una massa indistinta che ha smarrito il proprio orizzonte di senso. Finiranno con l’essere soltanto dei numeri in Parlamento da impiegare per tenere in piedi un Governo che per sopravvivere deve restare lontano dalle urne. Ma, su tale premessa, quanto può essere solido un patto di legislatura? Una prima risposta l’avremo in giornata dall’esito della fiducia al Senato. Quanto più il margine di vittoria sarà ridotto e sostenuto dall’apporto di alcuni dei senatori a vita, tanto più l’Esecutivo che prende il via avrà vita grama e breve.