Si completa la squadra di Governo

Nel giorno del siluro che puzza di “bufala” a Matteo Salvini confezionato dal sito online d’Oltreoceano, Buzzfeed, su un presunto giro di finanziamenti dalla Russia a beneficio dell’alleato italiano, la Lega porta Lorenzo Fontana a succedere a Paolo Savona al ministero per gli Affari europei.

Al posto del veronese Fontana, al ministero per le Politiche della Famiglia, va la leghista della prima ora Alessandra Locatelli, vicesindaco dimissionaria del Comune di Como. L’avevamo scritto in tempi non sospetti in un articolo dal titolo: “Il risiko delle poltrone in casa leghista”, che sarebbe stato Lorenzo Fontana il candidato naturale della Lega a uno degli incarichi collegati ai rapporti con l’Unione europea. Sfera di cristallo? Certo che no, semplicemente osservazione attenta delle dinamiche interne al movimento leghista. Di là dalla sarabanda di nomi fatti dai media, era logico prevedere che Salvini avrebbe puntato a inserire un proprio uomo nel dialogo tra il Governo giallo-blu e la Commissione europea. Tracciato il profilo, trovato il candidato. Fontana, per i suoi trascorsi di capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, è colui che, nell’ambito della classe dirigente del fu partito di Alberto da Giussano, ha maggiore padronanza degli ingranaggi che regolano l’andamento della macchina dell’Unione. Fontana farà più di quanto sia stato consentito al suo predecessore, Paolo Savona. Il grande vecchio della politica economica italiana non è che non avesse voluto dare lustro al suo scranno ministeriale, ma era partito con le mani legate. Il punto di criticità, per Savona, non era la tipologia di incarico ministeriale affidatogli ma l’ampiezza delle deleghe ricevute. Per intenderci, il ministro per gli Affari europei ha competenze  “discendenti” nei rapporti con le istituzioni comunitarie, cioè il suo compito è di raccordo tra l’ordinamento italiano e i processi normativi dell’UE; non ha, invece, giurisdizione sulla fase “ascendente”, cioè quella che attiene alla formazione delle politiche e delle decisioni dell’Ue e che, ordinariamente, è riconducibile al ministro degli Esteri. Per caratteristiche professionali e per le esperienze maturate il professore Savona ha confidato invano che, nella distribuzione dei ruoli, anche le materie oggetto della cosiddetta “fase ascendente” gli sarebbero state attribuite.

Il “nodo Savona” risale a un anno fa, che in politica corrisponde a un’era geologica. Per individuare un punto convenzionale di cesura nel tempo storico si potrebbe dire che gli eventi relativi al ministro Savona avvengono prima del 26 di maggio, nel mondo nel quale i Cinque Stelle contavano più della Lega ed erano loro a dare le carte al Governo. Oggi è un’altra storia e un altro mondo. Per questa ragione la nomina di Fontana alle politiche europee è scorsa liscia come l’olio. Tuttavia, con il nuovo ministro non si porrà il problema verificatosi con il suo predecessore perché Fontana non avrà bisogno di un aumento di deleghe per svolgere la missione a cui è stato assegnato. A lui sarà chiesto di fare da cane da guardia degli interessi italiani in Europa. In soldoni, il mestiere di Fontana sarà di tenere in costante pressione i Commissari di Bruxelles su tutte le questioni dalle quali l’Italia potrebbe ricevere un danno. Non sarebbe stato il ruolo migliore per il professore Savona. Per utilizzare la metafora calcistica, Paolo Savona è un fantasista mentre Lorenzo Fontana ha la prestanza del mediano. E in questa specifica fase delle dinamiche interne alla Ue c’è bisogno di un giocatore che miri alle gambe degli interlocutori prima ancora di preoccuparsi della palla. Ecco perché Fontana è l’uomo giusto al posto giusto. Peccato per i media che sono rimasti spiazzati dalla sua nomina. Per settimane si sono rincorse voci stravaganti sul totonomine, nessuna giusta. In verità, qualche analista non aveva toppato del tutto indicando il senatore Alberto Bagnai, attuale presidente della Commissione Finanze del Senato, alla poltrona di ministro degli Affari europei. Non era una bufala, piuttosto una subordinata. Nel senso che sarebbe passato Bagnai se Fontana (questo il non-detto) l’avesse spuntata nella candidatura più prestigiosa che Salvini aveva in mente per lui, cioè quella a Commissario europeo in quota all’Italia. Le medesime motivazioni che hanno portato Fontana alla poltrona di ministro degli Affari europei avrebbero dovuto spingerlo verso l’incarico a Bruxelles. Se l’operazione non è andata in porto significa che gli odierni padroni del vapore europeo non hanno ceduto alla richiesta di posizionare un leghista doc. in seno all’organo di governo dell’Unione europea. Neanche se il nome fosse stato quello super-affidabile di Giancarlo Giorgetti, “l’Amerikano”.

Quindi Salvini ha un problema: se non vuole perdere la partita delle nomine a Bruxelles deve individuare un’altra figura forte da affidare al “negoziatore” Giuseppe Conte perché la faccia digerire ai partner, in particolare tedeschi e francesi. Tale personaggio dovrebbe avere una statura internazionale indiscussa e, nel contempo, aver avuto in passato una qualche comunanza con la Lega, pur senza esservi formalmente appartenuto. Messa così non è che le opzioni disponibili siano tante. Al contrario, a tale identikit risponde un solo politico di vaglia: Giulio Tremonti. Se Salvini lo candidasse si tratterebbe di un gigante messo in una compagnia di nani: quella che si sta costituendo per guidare la nuova Commissione. Il “professore” ha tutte le carte in regola per occupare una poltrona di peso all’interno della Commissione. A voler essere maliziosi, l’unico dubbio che potrebbe mettere in chiaroscuro il ritorno dell’ex ministro dell’Economia dei Governi di centrodestra è se il Tremonti 2.0 si presenterà nella versione colbertiana del sodalizio con Berlusconi o in quella “filosofica” da anti mercatista che riflette sui guasti e le storture della globalizzazione? Non è che poi l’interrogativo sia fondamentale perché, parafrasando lo slogan pubblicitario di una nota marca di lassativi in auge alcuni decenni orsono: Tremonti... basta la parola!