Chi guarda i guardiani?

Quis custodiet ipsos custodes? Così esordiva Giovenale in una delle sue 16 satire, guarda caso, niente di più calzante per la rappresentazione di ciò che il pianeta giustizia sta offrendo, in questi giorni agli occhi di tutti. Infatti delle due l’una, o si ritiene che la giustizia sia trattata da uomini perfetti scelti da un mondo diverso dal nostro, oppure i pesi e i contrappesi servono eccome, serve lo stato di diritto. Del resto basterebbe pensare, che al di là dei fatti e delle colpe, per noi garantisti tutte da verificare, siamo di fronte a personaggi che nella vita si occupano di giudicare la nostra, in modo determinante in tutti i sensi. Ecco perché il rapporto di fiducia fra magistratura e cittadini deve essere totale, mentre al contrario, stiamo vivendo con gli episodi di queste settimane, il punto più basso di questo rapporto. Sia chiaro qui non si tratta di tutta la magistratura, perché la più parte opera con eccezionale impegno e lealtà, spesso in condizioni estreme e con un coraggio da leoni. Parliamo, che piaccia o meno, di quei segmenti, che da troppi anni, da tangentopoli, hanno finito col politicizzare, spettacolarizzare, forse lobbizzare, un pianeta costituzionalmente tanto delicato.

Del resto come negare le inchieste spettacolo finite in flop disastrosi, le accuse figlie di errori e forzature che hanno distrutto vite, i troppi passaggi alla politica di ex magistrati, le interferenze sulle iniziative parlamentari, le inusitate interviste e gli show televisivi su indagini e procedimenti. Insomma abbiamo assistito a fenomeni che nella magistratura di altri Paesi, America, Inghilterra, Francia, Germania e così via, sarebbero impensabili e intollerabili. Oltretutto la giustizia Italiana è da tempo nel mirino della Ue, per lentezza, inefficienza ed inerzia. Sia chiaro è vero che manchino mezzi, strutture, attrezzature e personale di supporto per il buon funzionamento, ma gli attori principali comunque la si veda c’entrano eccome. Ecco perché più volte abbiamo scritto che dal 1993, da quando sciaguratamente fu abolita l’autorizzazione a procedere sancita dall’articolo 68 della carta, il rapporto fra politica e magistratura, si è pericolosamente sbilanciato a favore di quest’ultima. Del resto la gravità delle notizie e dei fatti che leggiamo in questi giorni intorno al sindacato dei magistrati e del Csm, non fanno altro che confermare la perdita di quegli equilibri che sono alla base della separazione dei poteri.

Per questo servirebbe riformare l’intero capitolo costituzionale sulla giustizia, qui non si tratta di qualcosa o della solita modifica parziale, insomma di una toppa, si tratta di ripartire da zero e dal ripristino ex ante dell’articolo 68. Solo così si riuscirà non solo a recuperare il fondamentale rapporto di fiducia fra cittadini e magistratura, ma a separare veramente la politica dalla giustizia, separare i poteri. Da una parte l’ordinamento giudiziario con la sua fondamentale autonomia e indipendenza, dall’altra la politica che attraverso il parlamento manifesta la sovranità costituzionale, dunque popolare, punto. Qui non si tratta solo di un articolo scritto da rispettare, si tratta di una realtà da offrire in modo tangibile, concreto, ai cittadini, a quella stessa gente che in questi giorni è, disgustata e invoca cambiamento.

Serve la separazione delle carriere, la modifica dell’obbligatorietà della azione penale, la responsabilità civile, il Csm, l’aspettativa per candidarsi in parlamento, serve il cambiamento. Insomma torniamo ai pesi e ai contrappesi, quelli della bilancia della legge, quella stessa bilancia che ha perso l’equilibrio, la garanzia dell’uguaglianza e da quello che si vede, non solo in apparenza.