Il Governo? È in salute e vuole campare a lungo

La situazione economica dell’Italia non sarà quel giardino fiorito che chiunque avrebbe desiderato, ma non è neppure l’anticamera dell’inferno che le opposizioni si ostinano a dipingere.

Da settimane si discute della sentenza comminata dall’Europa ai nostri conti pubblici, come fosse inappellabile. Non è così. C’è in corso un’interlocuzione tra Roma e Bruxelles che, alla fine, dovrebbe portare a un chiarimento della situazione. In fondo, si gioca sugli zero-virgola per cui una quadra che metta tutti d’accordo è alla portata dei negoziatori. La Commissione asserisce che nel 2018 il saldo strutturale dell’Italia sia peggiorato salendo al 2,2 per cento del Pil rispetto al 2,1 per cento dell’anno precedente. Il ministro dell’economia, Giovanni Tria, ribatte che i dati di stima formulati dall’Italia sono migliori per effetto di un diverso metodo di calcolo dell’output-gap. Non sarebbe male se, con la nuova Commissione, ci si mettesse d’accordo sulle metodologie di rilevazione da applicare in fase di formulazione delle previsioni economiche. C’è poi una contestazione sulla crescita del Debito nel 2018 che prelude a un aggravamento nel 2019 e nel 2020. Tria fa sapere che l’aumento dello scorso anno è in parte dovuto a un’impennata della liquidità di tesoreria a fine d’anno determinatasi in previsione del rimborso di uno stock di titoli di Stato in scadenza agli inizi del 2019. Il problema, di là delle giustificazioni per eventi straordinari, sta nel rallentamento dell’avanzo primario che Tria assicura essere in ripresa già dal 2019. La Commissione, considerata la “congiuntura sfavorevole” evidenziata anche dalla griglia del braccio preventivo del Patto di Stabilità e Crescita (PSC), si accontenterebbe di un aggiustamento di bilancio nell’ordine di 0,25 punti percentuali sul saldo strutturale che, al netto dei margini di flessibilità concessi per fronteggiare le catastrofi naturali, calerebbe allo 0,07 per cento del Pil. Tradotto in moneta, si tratterebbe di una cifra tra i tre e i quattro miliardi di euro. Pressappoco la somma che è stata risparmiata dall’implementazione delle due misure-simbolo del Governo giallo-blu: il Reddito di cittadinanza e Quota 100.

Ora, l’impiccio in casa pentastellata è che il premier Giuseppe Conte e il ministro Tria vorrebbero usare il risparmio realizzato per ridurre il deficit ed evitare lo spauracchio della procedura d’infrazione per debito eccessivo. Al contrario, il duo Salvini-Di Maio, ritrovata la pace dopo la burrasca elettorale, vorrebbe spendere quei denari per fare altro. La discussione è in corso, come raccontano le cronache a proposito dell’incontro serale di ieri tra il premier Conte e i suoi due vice, Salvini e Di Maio. Nel frattempo l’Italia non è colata a picco come avevano pronosticato gli oppositori. Anzi, i mercati finanziari sono insolitamente tranquilli verso i Titoli del debito sovrano italiano. Ieri il rendimento dei Btp decennali è sceso al 2,364 per cento. Che è un valore in linea con i rendimenti dell’inizio 2017, quando al Governo c’era la “buona” sinistra di Paolo Gentiloni, apprezzata a Bruxelles, e imperversava il Quantitative easing della Banca centrale europea targata Mario Draghi. Per inciso, sarebbe il momento di piantarla con il terrorismo psicologico dello spread. Spesso, è un baloon d’essai messo in circolazione ad arte per spaventare i mercati e creare difficoltà ai governi che non piacciono. Un esempio, per intenderci. Si comparino i valori attuali dei rendimenti dei titoli di Stato decennali italiani e tedeschi e si scoprirà che l’indicatore spread, cioè il differenziale di rendimento, non dice un bel nulla. Ieri si è stabilizzato a 257,80 punti base. Nel febbraio del 2017, preso a campione, lo spread era a 85,40 punti base. Eppure, il rendimento dei Btp decennali di quel momento era quasi uguale a quello fissato ieri. Dov’è l’inghippo? La differenza è data dall’apprezzamento del titolo decennale tedesco. Il 2 febbraio 2017, data campione, il Bund 10Y chiudeva a +0,426 per cento; ieri il rendimento del Bund è stato di -0,214 per cento. Quindi non è la catastrofe italiana ma il diverso trattamento riservato ai titoli tedeschi, oggi considerati beni rifugio rispetto alle nubi temporalesche che si addensano sullo scenario commerciale globale e per i quali gli investitori sono disponibili a perderci sopra pur di averli in portafoglio.

Chiusa la parentesi dello spread, torniamo al pollaio di casa nostra. La Lega sta facendo guerra di movimento. Con una serie di attacchi e fuga, sta saggiando il terreno per capire quale sia la migliore opzione: proseguire con la coabitazione con i grillini o, invece, staccare la spina e tornare a stretto giro alle urne per costruire una nuova maggioranza? I carotaggi di Salvini sulla tenuta del Governo mirano a far uscire allo scoperto quel “partito del Presidente” di cui dal primo momento dell’alleanza giallo-blu si è paventata l’esistenza ma, nel concreto, non lo si è mai visto salire in superficie. Quanti ministri ne farebbero parte? Il “Capitano” lo vuole sapere. E, soprattutto, c’è anche il premier Conte nell’elenco dei protetti del Quirinale? Quale migliore occasione per buttare una bomba nell’edificio e aspettare di vedere chi viene fuori? La bomba lanciata si chiama “mini-Bot”. Non sarebbero di loro una cattiva idea, anche se meritano ampi approfondimenti. Ma averli scagliati nel dibattito politico come fulmini a ciel sereno serve alla tattica leghista per verificare le reazioni degli interlocutori. E, a quanto pare, quella di Conte è apparsa alquanto concitata.

Riepilogo, il Governo non cade; la maggioranza giallo-blu tiene; Luigi Di Maio è tornato sui suoi passi abbandonando la strada avventurista del movimentismo di sinistra; Matteo Salvini tuona ma non strappa; Giuseppe Conte prova a restare a galla chiedendo agli azionisti del Governo di dargli carta bianca nel negoziato con Bruxelles e, soprattutto, di non imporgli un nuovo ministro delle Politiche europee, almeno non prima della conclusione della lunga trattativa con Bruxelles; Giovanni Tria fa il serafico forte del convincimento che l’accordo con la Commissione sui conti italiani passi per la sua persona, il commissario Pierre Moscovici lo ama e non accetterà di parlare con altri della procedura contro l’Italia che non sia il suo “caro amico Giovanni”; il presidente Sergio Mattarella resta alla finestra a osservare la situazione, pronto a intervenire per bloccare fughe in avanti di Salvini. E le opposizioni? Non pervenute. Come la temperatura di Bolzano nelle fredde giornate d’inverno.