Quelli che “vogliono sperare”

C’è in atto un fenomeno nella pubblica opinione che, specialmente alla luce di una sua corrispondenza con altri analoghi che segnarono passaggi sciagurati e catastrofici della nostra storia, dovrebbe suscitare più allarme ed impulsi di seria reazione che non gli stessi avvenimenti di questi poco felici ultimi mesi. È la tendenza di molta gente a “voler sperare”. La speranza è la molla del cammino dell’umanità. Per questo deve essere espressione di saldezza di propositi, forza di fede e di impegno. Non è certo di questa “speranza” che dobbiamo preoccuparci, ché, anzi non ci stancheremo mai di impegnarci ad averne a sostegno del nostro agire.

Il “voler sperare” potrebbe definirsi l’ipocrisia della speranza. Il rifugio in un falso ed apparentemente riposante ottimismo. Stanchezza. Più che altro la stanchezza per fatiche mai affrontate, per un impegno mai spiegato. C’è un pessimismo di maniera, furbesco, vagamente iettatorio che di questo “voler sperare” è l’altra faccia della medaglia. Attenzione. Questo riandare ai momenti sciagurati in cui il fascismo, il nazismo, le dittature si sono imposte sulle nostre vite e quelle dei nostri padri, è stato sempre questo “voler sperare” che ad un certo punto è subentrato ad un non voler fare o fare abbastanza, pensare abbastanza, capire abbastanza, e che ha segnato il “trionfo della bestia”, la fine della libertà, del segno della ragione.

Dopo una parvenza di poco impegnato scandalizzarsi per le sciaguratezze dell’antipolitica del partito di proprietà di Casaleggio e soci, dei beceri “antipolitici”, “navigatori di internet” ed oratori delle discussioni da bar dello sport, dopo un po’ di allarme per il sentito dire sulle ripercussioni “sui mercati” della ascesa al potere dei Cinque Stelle e un po’ di scandalizzate espressioni di repulsione per le sparate dell’ex “padano” che tifava per il Paraguay, certi “moderati” (sciagurata categoria della fantasia di Silvio Berlusconi) pare si siano stancati della fatica di ragionare o di fare come quelli che ragionano.

Le vacanze si avvicinano. Meglio andarci senza preoccupazioni. Quelli che non hanno sperato abbastanza da impegnarsi e spendere un minimo delle loro forze contro le assurdità, che pure capiscono essere tali, tendono a procurarsi un contentino per le loro labili coscienze. Vogliono sperare. Vogliono sperare che questi “nuovi governanti”, dopo qualche gaffe e qualche errore che qualcuno farà loro notare perché lo riparino, imparino il mestiere, perdano la scorza delle loro esorbitanze. Diventino tollerabili e, chi sa, anche meno peggio di quelli di prima.

Ci sono già molte cose che gli Italiani sembra abbiano “perdonato” ai Cinque Stelle. Ad esempio essere il frutto del pensiero di un comico, ispirato dagli insegnamenti di un terribile vangelo della perfidia, di essere un partito “di proprietà” di uno speculatore (ora di suo figlio). Hanno perdonato dimenticando, il Salvini “padano” e stupidamente secessionista. E sperano che la sua rozzezza possa raffinarsi alla prova della realtà. Sperano che i cretini “migliorino” e diventino (“moderatamente”) quasi intelligenti. “Vogliono sperare”. In realtà sembrano volere una paura per il loro pessimismo. Naturalmente ci sono, poi, quelli che di questa paura approfittano per trovarsi un cantuccio sul carro dei barbari vincitori. È già accaduto. Questo fu l’atteggiamento di una parte consistente della borghesia e non solo della borghesia nel 1921-1924. Poi, dopo l’assassinio di Matteotti, venuto meno il “voler sperare” che i fascisti, gli squadristi, i manganellatori, il “Truce” (come lo chiamava il “Becco giallo”, estremo giornale di opposizione) si “normalizzassero”, lasciassero i manganelli, rientrassero nella “normalità” e nella convivenza libera e imparassero il valore della tolleranza. Si ritrovarono con la dittatura, lo Stato totalitario, il partito di Stato, le leggi speciali.

Anche allora sembrava impossibile che un fenomeno come quello fascista dovesse imporsi alla Nazione oltre il limite di una “emergenza”, della crisi del dopoguerra. Lo stesso è avvenuto più tardi. Quando Benito Mussolini gettò l’Italia nella catastrofe della guerra, una maggioranza di Italiani che alla guerra era recalcitrante, quel tragico 10 giugno 1940, “volle sperare” che avesse azzeccato il modo di cavarsela e di vincere la guerra senza combatterla davvero. Entro l’anno avrebbero dovuto cambiare idea, Non la fecero. Ci vollero le bombe sulle nostre città, e tutto il resto.

Qualcuno sarà infastidito da queste considerazioni ed evocazioni. Esagerato! E anche, magari, un po’ iettatore. Io stesso cerco di “sperare” che sia così. Ma altra è la speranza degli uomini e delle donne d’Italia su cui far conto. Non sperare che i cretini lo siano “moderatamente” e senza troppo danno, che l’Unione europea ci impedisca di fare cazzate che siano troppo gravemente tali e, magari di ripiegarci su una forma di governo semi-autoritario (senza “autorità”). Speriamo. Ma sperare veramente, non per evitare il fastidio della disperazione. Sperare, e operare, col pensiero e con i fatti, per una nuova stagione di libere istituzioni e di trionfo della ragione.