Esisterà ancora la Circoscrizione estero alle prossime elezioni?

L’avvento del nuovo millennio ha sconvolto la visione istituzionale e costituzionale della nostra Italia e dei suoi cittadini. Il 17 gennaio 2000, con la “Modifica all'articolo 48 della Costituzione” fu istituita la Circoscrizione estero per l’esercizio del voto degli italiani residenti all’estero”. A questa hanno fatto seguito quattro referendum su varianti alla Costituzione, di cui solo due sono stati approvati. Il primo nel 2001 (Governo Romano Prodi), riguardante il Titolo V della Costituzione nel particolare dell’autonomia data ad alcune regioni e province italiane, mentre il secondo del 21 settembre ha interessato la consistenza numerica della rappresentanza politica parlamentare, portandola ad un totale, tra senatori e deputati, di 600 unità.

In particolare, per il collegio estero si è passati a 8 deputati e 4 senatori che, ai fini della rappresentatività dei quattro milioni e quattrocentomila elettori, un deputato eletto all’estero conterebbe circa 400mila elettori, contro i 96mila a livello nazionale e un senatore rappresenterebbe più di 800mila italiani, contro i 188.424 in sede nazionale. Nella sostanza, ad una prima grossolana valutazione il voto degli italiani all’estero varrebbe dunque un quarto rispetto ai connazionali in Italia. Il che già di per sé pone il grosso interrogativo: il residente all’estero può essere considerato nell’insieme dei “cittadini italiani”?

Se questo è il quadro della “rappresentatività” che i partiti politici hanno deliberato nei confronti del collegio estero, è bene dare anche un’occhiata alla volontà partecipativa elettorale delle comunità italiane all’estero. Dalle ultime due votazioni legislative si è avuta una partecipazione massima del 32,15 per cento alla Camera e del 31,22 per cento al Senato. Dati che sono stati non solo confermati, ma addirittura in netta diminuzione per il referendum 2020, dove gli elettori estero votanti sono stati complessivamente 1.057.211, pari al 23,30 per cento degli aventi diritto. E non c’è certo da trincerarsi dietro le difficoltà poste in essere dall’emergenza Covid-19, che non ha toccato minimamente le procedure di voto per “posta” previste.

Per contro, vedo nella tendenza alla diminuzione partecipativa un chiaro segno di disaffezione, o meglio ancora di sempre più marcato disinteresse degli elettori del collegio estero nei confronti della vita politica italiana in generale. Insomma, un importante fattore (negativo) che va ad interagire con il fondamentale diritto/dovere del “cittadino” di partecipazione attiva al sistema democratico di cui fa parte.

Il collegio Nord e, a seguire il Sud America, chiariscono abbastanza bene questo concetto. Negli Usa, infatti, il cittadino, nel momento in cui si decide di accedere alla nuova cittadinanza americana, abbracciandola con “fede”, si tende di fatto ad allontanarsi da quella italiana. A rimarcare questo atteggiamento sono soprattutto le seconde (e oltre) generazioni che difficilmente richiedono il passaporto italiano. Le cifre danno conforto a quanto detto; infatti, assistiamo a una presenza Aire negli Usa di poco più 272mila persone, a fronte dei quasi tre milioni di discendenza “italiana” lì residenti.

A lungo andare, dunque, subentra un fattore “identitario”, maturato dal e nel sistema sociale ed educativo-formativo in cui si vive, che prende il sopravvento rispetto al richiamo sentimentale e affettivo alle radici culturali delle origini. Al tempo stesso, riflettendo proprio sul fattore “identitario”, quale “identità" è possibile dare alla “Circoscrizione estero” nel suo insieme se paragonata alle circoscrizioni nazionali? Ebbene, nel corso del tempo, dal 2000 a oggi, sono emerse più volte profonde perplessità sulla “costituzionalità della legge istitutiva del Ce”, che per volontà del legislatore, sradicando completamente i cittadini dai luoghi natii (all’origine anche per il voto i residenti estero dipendevano dalle autorità comunali di iscrizione) ha indicato nel multi-identitario e universale collegio estero un qualcosa a sé stante, a similitudine dei collegi nazionali che, per contro, rispecchiano fedelmente l’assetto regionale della nostra Italia.

La Costituzione (art. 55), inoltre recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche”. E allora, come si è fatto ad accettare una Circoscrizione estero con collegi di meno di 300mila iscritti? quando la stessa Costituzione (art. 57) sancisce che su un milione di abitanti il minimo di popolazione per la costituzione di un collegio.

Certo, i risultati del referendum dello scorso settembre, oltre a diminuire il numero di parlamentari, introduce anche una chiara e nuova visione della rappresentanza parlamentare nel suo insieme che impone una immediata revisione dei collegi elettorali. Condizione tra l’altro posta anticipatamente dal Pd per dare il sostegno al sì referendario ai Cinque Stelle. Il Governo dovrà farlo entro 60 giorni dall’entrata in vigore della modifica Costituzionale, attraverso una nuova legge elettorale che, tra l’altro è già oggetto di studio in ambito commissione Affari costituzionali della Camera.

Proprio per questo motivo, mi piace far notare che in parallelo a questo ultimo referendum si sono anche svolte le votazioni in sette Regioni che hanno portato alla conferma di ben cinque governatori, fra l’altro, di differente schieramento politico, ma uniti dalla lotta per le autonomie. Il messaggio è dunque univoco e volge a realizzare nel più breve tempo politico la tanto attesa completa autonomia delle Regioni. Ma autonomia significa soprattutto auto-Governo, in particolare per la componente finanziaria, su cui, Veneto capo cordata, le Regioni hanno impostato l’insieme dei rispettivi progetti di sviluppo. Se questa è la realtà cui stiamo andando incontro, quale destino attende la Circoscrizione estero che, a differenza di tutte le altre regioni d’Italia, non ha mai avuto introiti fiscali o di tassazione e ha da sempre, per contro, articolato il suo divenire su sicuramente giuste richieste assistenziali, sanate in gran parte da fondi assegnati al Maeci/Mise/Miur?

Nella considerazione che il “voto degli italiani all’estero” è parte integrante della Carta costituzionale, perché questa comunità è valutata una risorsa insostituibile è più che degna di fregiarsi dell’identità culturale italiana, proprio per il contributo che quotidianamente il cittadino italiano all’estero da con la sola sua presenza e il suo agire, la soluzione più immediata potrebbe essere un ritorno (rivisitato) al sistema elettorale antecedente la legge istitutiva del 2001.

In tal caso i cittadini italiani residenti all’estero potrebbero esprimere il loro voto con riferimento ai collegi elettorali d’iscrizione Aire in Italia, magari ipotizzando un inizio della tanto attesa sperimentazione via “web” del voto digitale. Ipotizzando, molto semplicisticamente, l’introduzione nei collegi unificati di apposite liste, con rappresentanti di lista o di partito da selezionare tra gli iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero), da eleggere seguendo gli stessi criteri di rappresentatività simile ai rappresentanti nazionali; orientativamente: 1 senatore/deputato per ogni 200mila/100mila cittadini Aire).

Diamo, dunque, nuova e piena dignità di “cittadinanza” agli italiani all’estero e chissà che in questa maniera non si risolva automaticamente anche le prioritarie questione dell’Imu, Tarsu e altre tasse che automaticamente tornerebbero a pieno titolo prettamente italiane.

(*) Consigliere Cgie e presidente Anfe Tunisia